Voice in the Wilderness

Poema sinfonico per grande orchestra con violoncello obbligato

Musica: Ernest Bloch (1880 - 1954)
  1. Moderato (re minore)
  2. Poco lento (la minore)
  3. Moderato (mi maggiore)
  4. Adagio piacevole (fa maggiore
  5. Poco agitato (do minore)
  6. Allegro giocoso
Organico: violoncello solista, ottavino, 2 faluti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, percussioni, celesta, 2 arpe, archi
Composizione: Châtel, 26 gennaio 1936
Prima esecuzione: Los Angeles, Philarmonic Auditorium, 21 gennaio 1937
Edizione: G. Schirmer, New York, 1937
Guida all'ascolto (nota 1)

Ernest Bloch occupa un posto a parte nella musica contemporanea; svizzero israelita, egli, più che impegnarsi, come la maggior parte dei compositori moderni, al rinnovamento del linguaggio, ha mirato soprattutto a raggiungere un nuovo clima espressivo, che traducesse musicalmente l'anima della sua razza. Tra le opere che meglio hanno realizzato tale sua aspirazione, citiamo la rapsodia per violoncello e orchestra Schelomo, i Tre Poemi Ebraici, la sinfonia con coro Israel e la Suite per viola e orchestra.

Il poema sinfonico odierno fu composto nel 1936, ed è dominato da un sentimento triste ed inquieto (che soltanto alla fine si placa in un tema di carattere religioso), come se l'artista avesse presagito le tremende persecuzioni che fra breve avrebbero colpito gli ebrei. Ma un tal sentimento non trovò allora eco tra i suoi correligionari: ed a questo vuol proprio alludere il titolo della composizione. La quale consta di sei parti tematicamente indipendenti, tuttavia legate nell'unità dell'ispirazione.

Nella prima parte risuonano accenti dolorosamente cupi; nella seconda, l'anima sembra riandare a tempi più sereni, ripensando il passato con dolce malinconia; nella terza lo spirito oppone ai nefasti presentimenti una energica ribellione; e, nella quarta parte, tale riscossa si esalta in un vittorioso ottimismo; ma, nella quinta, ritornano ancor più drammatiche le terribili visioni: solo alla fine di questo brano si apre uno spiraglio di luce nel cuore angosciato del musicista. E la sesta parte, che riassume tutta l'opera, è illuminata da un motivo di speranza, espressione di un presagio più alto, di sovrannaturale liberazione.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Teatro Argentina, 3 gennaio 1954


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Ultimo aggiornamento 16 dicembre 2020