Singolare figura di musicista delnostro Ottocento, Bottesini deve essenzialmente la sua fama internazionale al fatto di essere stato uno spericolato e straordinario virtuoso di contrabbasso (scrisse anche un apprezzato e tuttora valido Metodo completo per questo strumento) e per aver diretto la prima assoluta dell'Aida al Cairo il 24 dicembre del 1871, su segnalazione e scelta dello stesso Verdi, che gli manifestò stima e ammirazione (una lettera di ringraziamento «per le affettuose cure prodigate a questa povera Aida» inviatagli dal musicista di Busseto in data 27 dicembre 1871 è reperibile nel Conservatorio di Trieste), contribuendo a farlo nominare nel 1889 direttore del Conservatorio di Parma. Dedicatosi dapprima al violino e poi specializzatosi nel contrabbasso, Bottesini svolse larga attività di direttore d'orchestra all'Avana, a Parigi, a Londra e a Palermo, costituendo nel 1863 la «Società del quartetto» a Firenze, dove fece eseguire e conoscere musiche cameristiche sue (compose Quintetti e due Quartetti) e di altri autori. Bruno Barilli ci ha lasciato un estroso ritratto del personaggio Bottesini alle prese con il contrabbasso, dal quale «gli arpeggi, le corde doppie e i pizzicati azzeccati saltavano all'aria in una prodigiosa mescolanza, formando una grandiosa e barocca architettura. La sua arcata dolce, interminabile, tenace, pacifica e distesa e il suo stile nobile e pieno di sentimento tant'opra facevano da persuadere e indurre il trappolone puntiglioso e refrattario a parlare con voce ammansita, soave, incolorita e fremente. Niente lo accontentava - continua Barilli nel suo libro "Delirama" — Istrione, disseppellitore di effetti sempre più rari e pericolosi, egli si rifaceva sotto, mettendo di nuovo tutto a soqquadro per stanare, scuotere e risvegliare il mostro sedentario. Superando le difficoltà, così a scalinate, sfasciando piramidi d'ottave, sollevando in burrasca il pachiderma sino alle stelle, con uno scrollare avventato, astioso e gigantesco egli frullava l'arco tozzo e formidabile, come una tramontana tempestosa».
Da una prosa così immaginifica viene fuori il ritratto di un Bottesini verosimile, in cui genialità e istrionismo danno vita alla figura del grande virtuoso di stampo ottocentesco. E proprio nel Gran Duo concertante, e in pagine ad esso somiglianti, che sprizzano le faville più luminose dell'ingegno di questo autore. Ogni scolastica preoccupazione di rispetto delle regole della sonata in questa piacevole pagina viene allegramente rinnegata a favore dell'estetica del pot-pourri, tanto prediletta da musicisti e interpreti dell'epoca romantica. Dall'eclettismo melodrammatico di stampo italiano, Bottesini pesca a piene mani con sfrenato godimento, mescolando tutto nell'incandescente crogiuolo del suo virtuosismo trascendentale, così come fece molti anni prima Paganini. Né va sottaciuto, elemento non secondario di godibilità, l'aspetto gestuale e spettacolare dell'esile violino accoppiato al corpulento contrabbasso in un grottesco amabile gioco amatorio, di divertente "taglio" scenico.
Ennio Melchiorre