Concerto in sol minore per violino e orchestra n. 1, op. 26


Musica: Max Bruch (1838 - 1920)
  1. Vorspiel: Allegro moderato
  2. Adagio
  3. Finale: Allegro energico
Organico: violino solista, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, timpani, archi
Composizione: 1864 - 1866 (revisione 1867)
Prima esecuzione: 24 aprile 1866
Edizione: August Cranz, Wiesbaden, 1868
Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Da molto tempo Max Bruch è un musicista dimenticato. Ma già nel 1920, quando egli morì che stava per compiere ottantatre anni, molti stupirono per averlo creduto morto da tempo, come narra Donald E. Tovey negli Essays in Musical Analysis (capitò la stessa cosa nel 1956 quando morì Gustave Charpentier). Per tutti, e con ragione, Bruch era un uomo dell'Ottocento, un artista secondario ma significativo dell'epoca di Brahms e di Bruckner. Del molto che Bruch aveva composto, nel 1920 erano ancora in repertorio qualche Lied, la cosiddetta Fantasie écossaise per violino e orchestra, il Kol Nidrei per violoncello e orchestra e soprattutto questo Concerto per violino e orchestra in sol minore, prediletto fino a non molto tempo fa da molti violinisti famosi e da tutti i dilettanti. Oltre a questo restava già allora poco o nulla, nessun ricordo delle tre sinfonie, né degli altri concerti, né delle opere, né degli oratori, alcuni dei quali avevano goduto di grande successo alla fine dell'Ottocento, in Germania e in Inghilterra: e almeno l'Odysseus, 1871-72, una delle creazioni più significative della musica tedesca di tendenza non wagneriana, meriterebbe di essere ascoltato anche oggi.

Forse la lunga ed esagerata popolarità del Concerto in sol minore e del Kol Nidrei ha danneggiato l'immagine artistica di Max Bruch (nel 1938 Schönberg, dopo aver composto un altro Kol Nidrei, disse di detestare quello di Bruch). Questo oblio l'autore, ostile alla musica dei suoi tempi (ma non a Brahms, amico quasi venerato), l'aveva previsto, con malinconica intelligenza: «Di qui a cinquant'anni - disse in un'intervista nel 1907 - Brahms apparirà uno dei massimi compositori di tutti i tempi, mentre io sarò ricordato principalmente per aver scritto il Concerto per violino in sol minore». Fu un ostinato conservatore, spesso litigioso e irato (soprattutto contro Liszt e Wagner, e poi naturalmente contro Strauss), ma fu anche un buon musicista tedesco. E Mendelssohn, Schumann, il quasi coetaneo Brahms rimasero i suoi modelli.

Poco più di venti anni dopo il Concerto per violino (1845) dell'amato Mendelssohn, nel 1868 Max Bruch compose il suo, uno tra tanti del secondo Ottocento e tra i migliori (i capolavori sicuri, sappiamo, sono solo tre, di Mendelssohn, di Brahms, di Cajkovskij).

Perché in quei decenni il genere del "Concerto per violino" ebbe un così largo favore? Per spiegarselo basta leggere la locandina di un'interminabile serata "sinfonico-vocale" a Londra, o Parigi, o Vienna di quegli anni: si eseguiva di tutto, dominando su tutto il gusto del virtuosismo e della melodia sentimentale, nelle voci (arie d'opera, Lieder, canzoni popolari) e nei pezzi strumentali. E lo strumento melodico, sentimentale e virtuosistico per eccellenza è il violino: che nelle sue "arie" tendeva sempre di più a imitare la voce (del resto Spohr già aveva intitolato Gesangsszene - "Scena di canto" - il suo Concerto per violino, op. 47). Insomma anche il concerto stava diventando teatro. Non è da trascurare poi il fatto che erano molti i violinisti acclamati, primo tra i quali il grande Joseph Joachim (1831-1907), una solidissima celebrità, cui i compositori si affidavano per consigli tecnici, affidandogli poi le loro opere (con dedica, come fecero Bruch e Brahms).

Nello stile migliore dell'epoca questo Concerto di Bruch è costruito con felicità melodica e notevole libertà costruttiva. Il primo tempo che si avvia con un'estesa cadenza virtuosistica del solista, più che un regolare movimento sinfonico è una rapsodia, o un movimentato dialogo tra il solista e l'orchestra. Già il fatto di averlo intitolato Vorspiel (Preludio) indica nell'autore una decisione di indipendenza formale, come se la prima parte servisse da passionale introduzione all'Adagio (in mi bemolle maggiore): che infatti si allaccia senza interruzione. È questa una pagina eccellente, di commovente intensità eppure severa nella costruzione, che è quella della forma-sonata con tre temi, elaborati in un sapiente contrappunto nello sviluppo e nella coda, dove li ascoltiamo ancora riesposti in un semplice crescendo emotivo per poi dissolversi "morendo".

Il Finale, Allegro energico, si avvia in mi bemolle maggiore, prepara con brevi incisi ritmici il primo dei due temi principali, che finalmente esplode in sol maggiore con un sorprendente scarto tonale. Il carattere gitano di questa scattante invenzione risponde alla moda etnica-popolare del sinfonismo dell'epoca. Il secondo tema (re maggiore) è una larga melodia passionale, che canta per ampi intervalli fino alla fine, quando si fonde con il ritmo popolare in chiarissima esultanza.

Non sono molte le composizioni tardo-romatiche tedesche dalle quali possiamo avere un'idea della buona musica "borghese" concepita senza grandi ideali, ma certo con sapienza e vero sentimento: il Concerto per violino di Max Bruch è una delle migliori.

Franco Serpa

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

L'ombra lunga del Concerto op. 64 di Mendelssohn si stende anche sul Concerto in sol minore per violino e orchestra n. 1 op. 26 di Max Bruch. Dignitoso Kapellmeister ottocentesco, Bruch, che fu attivo in diverse città tedesche, tra cui Berlino (dove ebbe come allievi Ottorino Respighi e Ralph Vaughan Williams), e in Inghilterra, compose opere teatrali, musica corale, sinfonica, cameristica e liederistica in notevole quantità, ma non riuscì mai a replicare il successo ottenuto in gioventù con il suo primo Concerto per violino. Legato alla lezione di Mendelssohn e di Schumann, Bruch scrisse per il violino, lo strumento che meglio incarnava l'ideale melodico al centro della sua poetica, nove lavori concertanti, nell'ambito dei rapporti d'amicizia che ebbe modo d'intrattenere con interpreti d'eccezione quali Ferdinand David, Joseph Joachim, Pablo de Sarasate e Willy Hess. E appunto a Joachim, che fu com'è noto collaboratore e amico anche di Johannes Brahms, Bruch dedica il Concerto in sol minore per violino e orchestra n. 1 op. 26, composto tra il 1865 e il 1868, negli anni in cui si trovava a Coblenza in qualità di direttore musicale di corte. Senza dubbio il concerto non è un capolavoro, ma grazie all'ispirata invenzione melodica e alla scaltrita scrittura violinistica che ne reggono il filo, nonché alla sicura padronanza del mestiere che Bruch dimostra nel trattamento della forma e dell'orchestrazione, appartiene ancora oggi al repertorio dei maggiori interpreti. Il Concerto op. 26 ebbe una prima esecuzione il 24 aprile 1866 a Coblenza, interpretato da Otto von Königslöw, ma ricevette la sua versione definitiva soltanto dopo alcune correzioni suggerite da Joachim, che lo presentò in pubblico a Brema il 7 gennaio 1868.

Nel primo movimento, Vorspiel. Allegro moderato Bruch utilizza in luogo della tradizionale forma di sonata una libera struttura di preludio, Vorspiel appunto, che sfrutta il contrasto drammatico tra solista e orchestra; benché il primo movimento sia ben organizzato sotto il profilo compositivo, il termine preludio proietta comunque l'attesa verso il secondo movimento, che in effetti costituisce il centro dell'intero concerto. Il movimento si apre con un'introduzione: dopo il misterioso rullo dei timpani una frase dei legni, cui successivamente si aggiungono anche gli archi, si alterna a due cadenze in miniatura e in stile recitativo del violino solo, che dal grave ascendono sino al registro acuto. L'introduzione afferma la tonalità d'impianto del movimento e dell'intero concerto, sol minore, e prepara l'esposizione dei temi. Preceduto da un accompagnamento pulsante per i pizzicati e i tremoli degli archi, ecco profilarsi al solista il primo tema, in sol minore, dal piglio eroico, ricco di corde doppie, accordi e rapidi arpeggi. Il tema, di andamento rapsodico, si conclude nella tonalità della dominante, re minore, ed è seguito da un breve intervento orchestrale con il concorso anche degli ottoni. È quindi per mezzo di una mera giustapposizione che il solista intona poi un secondo tema del tutto contrastante, in si bemolle maggiore, assai lirico e cantabile, articolato in due periodi: nel primo il solista è accompagnato da un controcanto affidato ai violini, all'oboe e poi agli archi gravi; nel secondo, in tempo Un poco più lento, il solista suona nel registro acuto accompagnato dagli accordi spezzati degli archi e infine anche dal corno. Il ritorno al Tempo I coincide con una sezione di sviluppo del primo tema con carattere di episodio virtuosistico, che da si bemolle maggiore ritorna a sol minore. L'interesse si concentra sulla scrittura violinistica che intensifica il virtuosismo, aggiungendo agli accordi, alle doppie corde e agli arpeggi, rapidi passaggi cromatici e alla fine un prolungato arpeggio su tre corde; in orchestra emergono gli interventi dei corni e dei legni. In tempo Un poco più vivo un'ampia, turbinosa sezione orchestrale in sol minore elabora anch'essa motivi del primo tema; quando giunge alla conclusione, la sezione decresce nell'intensità sonora che aveva raggiunto il fortissimo e rallenta un poco il tempo (poco ritenuto). Si prepara così la ripresa dell'introduzione, che reca l'indicazione Tempo I (Allegro moderato), dove ora la terza frase orchestrale si espande sino a diventare transizione al movimento successivo.

Come già si diceva, l'Adagio assimilabile a una forma bipartita, è fulcro e cuore dell'intero concerto e illustra in modo esemplare l'incontestabile abilità di Bruch tanto di disegnare il profilo quanto di sviluppare un'idea melodica; e, in fin dei conti, poco importa al riguardo se l'idea melodica in questione ha un sapore molto, molto mendelssohniano. L'esposizione incomincia con l'espressivo e lirico tema solistico, in mi bemolle maggiore, che si articola in due periodi: il primo è suonato dal solista interamente sulla terza e poi sulla quarta corda, sull'accompagnamento degli archi; il secondo è sostenuto da un accompagnamento più mosso che vede l'apporto anche del corno e dei legni. Ciò che pare dapprincipio organica prosecuzione del tema è in realtà un episodio solistico, dove il violino dialoga appassionatamente con archi e legni per poi assumere la guida del discorso musicale. E all'interno dell'episodio si segnala una breve idea tematica secondaria, esposta in si bemolle maggiore dai fiati più gravi, poi ripresa in sol maggiore dal solista che la ingloba nel suo fitto dettato ornamentale, assecondato da legni e corno. L'episodio conduce alla tonalità della dominante, si bemolle maggiore. L'esposizione si conclude con il ritorno del secondo periodo del tema solistico, appunto nella tonalità di si bemolle maggiore.

Dopo alcuni colpi di timpani che accompagnano lo sfumare dell'accordo di si bemolle maggiore ha inizio una ricapitolazione che muove dalla tonalità di sol bemolle maggiore. L'orchestra ripresenta l'attacco del primo periodo del tema solistico, cui segue la ripresa variata del tema stesso. Nel primo periodo è il solista a eseguirne la linea melodica sui pizzicati degli archi e sulle note tenute dei fiati, mentre nel secondo periodo il violino disegna arabeschi ornamentali e la linea melodica passa dai violoncelli ai clarinetti e quindi, con effetto di grande crescendo, a tutta l'orchestra, ritornando alla tonalità d'impianto, mi bemolle maggiore. Segue la ricapitolazione della breve idea tematica secondaria, che da do maggiore muove a confermare la tonalità di mi bemolle maggiore, salvo poi virare inaspettatamente verso la tonalità della sottodominante, la bemolle maggiore. L'epilogo del movimento è costituito dalla ripresa del tema solistico; l'abbreviato primo periodo muove appunto da la bemolle maggiore, mentre tocca al secondo periodo, in cui il violino si spinge ancora una volta sino al registro sovracuto, chiudere nella tonalità d'impianto.

Il Finale. Allegro energico è, quanto a struttura, il movimento più tradizionale del concerto, improntandosi a una forma di sonata. Il carattere zigano si spiega forse come omaggio alle origini ungheresi di Joachim, alle quali penserà anche Johannes Brahms per il finale del Concerto op. 77, che pure è dedicato al grande violinista. L'introduzione orchestrale muove dalla tonalità del movimento precedente, mi bemolle maggiore, a quella del finale, sol maggiore; gli incisi fortemente ritmici prefigurano il primo tema. L'esposizione inizia con il vivace primo tema, di inequivocabile carattere zingaresco, in sol maggiore, suonato dal solista con accordi e doppie corde, e accompagnato dai pizzicati degli archi e dagli accordi tenuti dei fiati. Una particolarità è data dalla disinvoltura, appunto zingaresca si direbbe, con cui in tutto il movimento il tema viene suonato in diverse tonalità, che sono semplicemente accostate l'una all'altra. L'esposizione del solista è inframmezzata da un breve intervento orchestrale, in cui l'attacco del tema risuona in do maggiore; quando il violino ritorna in primo piano incomincia il tema in la maggiore e lo conclude in sol maggiore. L'orchestra riprende a sua volta il primo tema e lo conduce sino a suonarne la testa nella lontana tonalità di fa diesis maggiore. E appunto da fa diesis maggiore prende avvio il brillante episodio virtuosistico con funzione di transizione al secondo tema, che comporta passi di notevole agilità. Il secondo tema, in re maggiore, ha poi carattere grandioso e magniloquente; è enunciato dall'orchestra a pieno organico e subito ripreso dal violino, con forza e sulla quarta corda; il solista quindi disegna lirici arabeschi ornamentali nella susseguente espansione del tema da parte dell'orchestra, che porta all'episodio virtuosistico conclusivo dell'esposizione. La breve sezione orchestrale, che riassume il doppio ruolo di cornice dell'esposizione e di sviluppo, non è in realtà che la successiva riproposizione dell'incipit del primo tema nelle tonalità di re maggiore, la minore e ancora re maggiore. La ripresa ricalca l'esposizione allineando il primo tema, in sol maggiore, poi il secondo tema, ora anch'esso in sol maggiore, suonato dall'orchestra e poi dal solista; ritornano anche l'espansione del tema e il virtuosistico episodio conclusivo. La coda inizia con il primo tema in mi bemolle maggiore e vede quindi il solista lanciarsi in agili evoluzioni virtuosistiche in un tempo via via più accelerato [stringendo) sino alla stretta in tempo Presto.

Cesare Fertonani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 29 gennaio 2011
(2) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 147 della rivista Amadeus


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Ultimo aggiornamento 17 ottobre 2021