1911: il compositore e direttore tedesco Max Bruch, che ha allora 73 anni ed è stato molto autorevole anche come didatta, vive un periodo di stasi creativa: «Non scrivo più, la sorgente della mia ispirazione si è seccata», dichiara. Bruch, la cui produzione giunge a circa 200 titoli, è a quel tempo ancora celebre soprattutto per due titoli, il Primo concerto per violino e orchestra (1868) e Kol Nidrei, Adagio per violoncello e orchestra su melodie ebraiche (1881 ). È appunto il 1911 quando ascolta suonare due sorelle di Baltimora, Rose e Ottilie Sutro, che in quel periodo si esibiscono con successo anche in Europa.
Nei loro programmi figura la Fantasia per 2 pianoforti, op. 11, composta da Bruch mezzo secolo prima, nel 1861. Tra autore e interpreti nasce una simpatia artistica e la decisione è presa: Bruch scriverà un concerto per due pianoforti e orchestra, dedicandolo alle sorelle. Nasce così, nel 1912, l'opera 88a, che tuttavia deve attendere ancora qualche anno per conoscere la prima esecuzione. Avverrà a Philadelphia nel 1916, per la direzione di Leopold Stokowski, mentre l'anno successivo Josef Strànsky la dirigerà a New York, con una poco entusiastica reazione della critica.
Le Sutro, però, si sono prese qualche libertà. Libertà così grandi nella parte pianistica e nell'orchestrazione da indurre l'autore ad arrivare ad un onorevole compromesso: l'esecuzione nella versione Sutro è autorizzata solo negli Stati Uniti, non in Europa. Nel 1920 Bruch muore, mentre le sorelle proseguono a lungo la loro carriera, tuttavia senza più eseguire quel concerto, di cui quasi si perde la memoria, per l'assenza sia di incisioni discografiche, sia di parti e partitura. Una copia che si sapeva conservata alla Library of Congress di Washington risulta dispersa.
Nel gennaio del 1971, pochi mesi dopo la morte di Ottilie Sutro (Rose era scomparsa nel 1957), la sua biblioteca musicale viene messa all'asta e acquistata, per una cifra irrilevante, dal pianista Nathan Twining. Tra le tante carte, anche la versione "corretta" del concerto di Bruch. Twining, che non conosceva l'esistenza dell'opera, si appassiona alla vicenda, indaga e riesce a ritrovare le parti orchestrali della versione originale; poi, assieme ad un altro pianista statunitense, Martin Berkofsky, procede ad una ricostruzione della partitura. Nel novembre 1973, con la direzione di Antal Dorati e la London Symphony Orchestra, Twining e Berkofsky eseguono ed incidono per la prima volta il Concerto per due pianoforti versione Bruch. Nel 1993, uscirà una nuova registrazione destinata a diventare di riferimento: London Philharmonic Orchestra, soliste Katia e Marielle Labèque, direttore Semyon Bychkov. Gli interpreti che ascolteremo anche stasera. «È uno dei pochi concerti romantici che abbiamo in repertorio», ha dichiarato Katia Labèque. La scelta dell'aggettivo è perfetta: sì, questo è un concerto romantico. Ma com'è possibile essere romantici nel 1912, quasi venti anni dopo la morte di Pètr Il'ic Ciajkovskij, quindici da quella di Johannes Brahms, uno da quella di Gustav Mahler, mentre Arnold Schönberg è già un compositore affermato, come Claude Debussy e Maurice Ravel e tanti altri maestri attivi in quegli anni di svolte radicali? A quel tempo non è già morto, stramorto, il Romanticismo? Sì, ma non per Max Bruch. I quattro movimenti di questo concerto, che alterna episodi polifonici, esplosioni orchestrali, protagonismo dei due strumenti solisti e del loro dialogo con l'orchestra, repentine digressioni dal tracciato prevedibile, abbandono a «facili cadenze emotive» (Sergio Martinotti), appaiono, allora come oggi, di suprema inattualità e sincerità.
Le prime battute sembrano una dichiarazione d'intenti: introduzione solenne dei solisti, emergere possente dell'orchestra in dialogo con i pianoforti, transizione a un breve episodio di carattere opposto, che precede un momento di raccoglimento solistico, nel sussurrato avvio di una fuga. In quale epoca siamo? In tutte e nessuna, ma questa è la cifra di Bruch, fedele a sé stesso, signore e forse anche prigioniero di un universo compositivo che continua a riconoscere come proprio, incurante dei tempi e del mutare del linguaggio. Una discrasia spazio/temporale che sgomenta, incuriosisce e coinvolge.
Bruch era pianista, ma come mai, allora, la sua memoria è legata soprattutto alle opere scritte per il violino e il violoncello? «Perché un violino può cantare una melodia meglio del pianoforte, e la melodia è l'anima della musica», rispose il compositore, che affida soprattutto a questo concerto le possibilità cantabili del pianoforte, come dichiara l'ampio terzo movimento.
Ma l'impiego delle risorse timbriche e dinamiche delle due tastiere chiama gli interpreti al compito di esaltare una generosa scrittura pianistica e spiega il motivo della predilezione delle sorelle Labèque per un'opera che, in particolare nell'ultimo movimento, sprigiona solari entusiasmi, così rari ai tempi in cui Bruch compose una partitura a lungo sommersa, poi recuperata, e segnata da un così peculiare destino esecutivo.
Sandro Cappelletto