Fantasia scozzese per violino con orchestra e arpa, op. 46


Musica: Max Bruch (1838 - 1920)
  1. Introduzione: Grave. Adagio cantabile
  2. Scherzo: Allegro
  3. Andante sostenuto
  4. Finale: Allegro guerriero
Organico: violino solista, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, percussioni, arpa, archi
Composizione: 1880
Edizione: N. Simrock, Berlino, 1880
Dedica: Pablo de Sarasate

Esiste anche la riduzione per violino e pianoforte
Guida all'ascolto (nota 1)

Nato a Colonia nel 1838, Max Bruch fu insegnante, direttore d'orchestra e compositore: come insegnante era altamente stimato e formò numerosi musicisti delle generazioni successive (anche Ottorino Respighi fu suo allievo, per un breve periodo); come direttore d'orchestra fu applaudito in Europa ed America, come compositore fu molto stimato fino a circa il 1890, poi cominciò ad essere considerato antiquato e la critica dapprima lo trattò con asprezza, talvolta con ironia, poi lo ignorò completamente e alla fine anche il pubblico gli voltò le spalle. Morì nel 1920, deluso e amareggiato.

Il maggior "torto" di Bruch consisteva nel seguire quella linea di romanticismo temperato da elementi classici, che aveva come massimi esponenti il più anziano Mendelssohn e il quasi coetaneo Brahms e a cui appartenevano, tra gli altri, anche i suoi maestri Ferdinand Hiller e Cari Reinecke: tutti subirono l'assalto dei giovani della "nuova scuola tedesca" e solo pochi furono abbastanza forti da resistervi. Perfino il grande Brahms ne subì i contraccolpi. Quanto a Bruch, le sue opere - anche quelle che avevano avuto un grande successo, come l'oratorio Odysseus - vennero quasi totalmente accantonate.

Sebbene da molto tempo sia caduto l'ostracismo decretato nei suoi confronti prima dai wagneriani e poi dalle avanguardie del Novecento, sono ancora timidi i segnali di una più attenta valutazione di Bruch, senza il quale la nostra conoscenza della musica del secondo Ottocento è gravemente incompleta, perché manca un protagonista. Attualmente pochissime sue composizioni compaiono sporadicamente nel repertorio concertistico, soprattutto nei paesi anglo-sassoni e principalmente grazie al favore di alcuni virtuosi. Tra queste è la Fantasia scozzese, op. 46, composta tra l'autunno del 1879 e l'inverno del 1880 ed eseguita in pubblico per la prima volta a Liverpool nel 1881. Durante la composizione Bruch si rivolse a Joseph Joachim, l'illustre violinista amico e collaboratore di Mendelssohn e Brahms, per chiedergli consigli sulla diteggiatura e le arcate della parte solistica; però, quando Joachim la eseguì sotto la sua direzione a Liverpool, disse che aveva rovinato la sua musica. Già prima di questa delusione aveva comunque deciso di dedicare la Fantasia scozzese al grande virtuoso spagnolo Pablo de Sarasate, sedotto dalla sua tecnica superba, dall'intonazione perfetta, dall'ampiezza della cavata, dal suono caldo e vibrante.

A lungo Bruch fu incerto sul titolo da dare a questo suo lavoro, come rivela anche una lettera scritta al suo editore: "Fantasia è troppo generico e solitamente induce ad attendersi un breve pezzo piuttosto che un lavoro in più movimenti. D'altra parte non può essere chiamato concerto (è anche l'opinione di Joachim), perché la sua forma è molto libera e perché vi sono utilizzate melodie popolari". Alla fine optò per Fantasie für die Violine mit Orchester und Harfe unter freier Benutzung schottischer Volksmelodien (Fantasia per violino con orchestra e arpa con libero uso di melodie popolari scozzesi). Considerava, al pari di tanti altri compositori di quel periodo, la musica popolare un'inesauribile fonte d'ispirazione: "Come regola una buona melodia popolare vale più di duecento lavori scritti da un compositore. Io non sarei mai arrivato a niente se, fin dai miei ventiquattro anni, non avessi studiato la musica popolare di tutte le nazioni con serietà, perseveranza e inesauribile interesse. Nulla può essere paragonato al sentimento, alla forza, all'originalità e alla bellezza del canto popolare... Questa è la strada che bisogna prendere, qui sta la salvezza dei nostri tempi senza melodia".

Dunque, come egli stesso afferma, il suo interesse andava alla "musica popolare di tutte le nazioni" - in più occasioni utilizzò infatti melodie ebraiche, svedesi, russe e gallesi, ma con una predilezione speciale per la Scozia, che con la sua natura selvaggia e tempestosa, le sue leggende di cavalieri straordinariamente coraggiosi e le sue storie di amori appassionati e fatalmente infelici faceva vibrare profondamente le corde della sensibilità romantica. Alla base di questo culto per la Scozia stavano i Canti di Ossian, pubblicati dal 1760 al 1773 e attribuiti a un leggendario bardo, che James Macpherson finse di aver scoperto e tradotto fedelmente, mentre in realtà erano stati scritti praticamente ex novo da lui, basandosi su spunti presi da canti popolari gaelici. Tuttavia il successo delle sue presunte traduzioni fu straordinario, soprattutto nell'Europa settentrionale, che vide in Ossian "l'Omero del nord", rappresentante di una antichissima cultura nordica e "romantica" da contrapporre a quella mediterranea e classica.

Ad aprire la Fantasia scozzese - che si svolge in un'introduzione e quattro movimenti, senza interruzioni - è proprio la voce di Ossian. Bruch stesso disse che aveva voluto evocare "un antico bardo che contempla le rovine di un castello e alza il suo lamento per le antiche glorie passate": sul cupo fondale degli strumenti a fiato gravi e delle percussioni, il bardo preludia sull'arpa, poi il violino presta la propria voce alla sua meditazione sui gloriosi tempi passati, simile a un recitativo grave ed espressivo, che diventa sempre più appassionato, prima di spegnersi "morendo" con un trillo, cui si collega direttamente l'Adagio cantabile, introdotto anch'esso dagli arpeggi, su un nebbioso sfondo orchestrale. Il violino canta con intima emozione una romantica melodia scozzese, che da alcuni è stata identificata con Auld Robin Morris, da altri con Through the Wood Laddie. Una tenera ascesa del solista verso il registro acuto porta alla calma conclusione del movimento, su cui si innesta il vivace Allegro, introdotto vigorosamente dall'orchestra. Il solista fa ascoltare; ora una spiritata danza, Hey the Dusty Miller, che gli offre un'ottima occasione per una serie di fuochi d'artificio virtuosistici, sull'accompagnamento dell'orchestra, che evoca il suono delle cornamuse. Quest'eccitante pagina di bravura sfocia in una sezione meditativa, che riprende la melodia del primo movimento e serve come transizione all'Andante sostenuto, basato su un'altra melodia scozzese piena di espressione e sentimento, I'm a-doun for lack of Johnnie, presentata dal violino solo e ripetuta in una forma riccamente ornata, con l'accompagnamento del corno. La sezione centrale è più mossa e più ardente e ha un carattere rapsodico, ma il movimento si conclude in un'atmosfera tranquilla, con la melodia scozzese che torna ancora una volta, sempre ricca di fascino e di colore.

Il finale è un Allegro guerriero, basato su Scots wha hae, che secondo la leggenda fu cantato dalle truppe di Robert Bruce nella vittoriosa battaglia contro gli inglesi a Bannockburn, nel 1314. Il tema viene presentato dal solista in una serie di variazioni dal carattere marcatamente virtuosistico, in alternanza ad una melodia più lirica. Ancora una volta si ode il tema del primo movimento, prima che la Fantasia si concluda trionfalmente.

Mauro Mariani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 7 febbraio 2015


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Ultimo aggiornamento 28 maggio 2019