La musica è la più romantica di tutte le arti, perché è la espressione più pura e più scevra di elementi estranei. Per musica "pura" si deve intendere la musica strumentale, la «sola veramente romantica, perché solo l'infinito è la sua intenzione», come scrisse E. T. A. Hoffmann, il teorico dell'estetica musicale del romanticismo. La musica per i romantici è la condizione ideale perfetta dell'arte, il punto a cui tendono tutte le arti, in cui esse trovano la loro unità. Per Novalis la musica rappresenta lo scopo cui tende la poesia per raggiungere la sua totale liberazione, in cui si disvela simbolicamente la struttura dell'essere al di fuori di ogni determinazione linguistica e concettuale. Così anche per Goethe, per il quale la musica è stata forse l'arte più lontana della sua esperienza, essa rappresenta un tempio che ci permette di entrare nel divino. La musica fa presentire un mondo più completo e ci porta alle soglie del trascendente, perché è l'unica arte slegata completamente da ogni materialità, in cui forma e contenuto si identificano senza residui di sorta. Questa e altri pensieri sulla musica, intesa come espressione di sentimenti tornano alla mente ascoltando Kol Nidrei, pagina poco eseguita di Max Bruch, autore catalogato nella fitta schiera dei musicisti minori ruotanti intorno al "sole" che si chiamò Wagner, il quale con la sua prorompente personalità condizionò il corso e lo sviluppo dell'arte non soltanto germanica.
Bruch non ebbe una vita artistica serena e tranquilla e, nonostante abbia occupato posti importanti nella vita musicale tedesca (fu direttore di società corali a Berlino, dove nella locale Accademia tenne la cattedra di composizione dal 1891 al 1911), non riuscì ad imporsi saldamente nell'ambiente culturale, della Germania del suo tempo. Per giunta, egli aspirò a diventare un compositore d'opera di successo con Scherz, List und Rache (1858), Loreley (1863) ed Hermione (1872), ma il suo sogno non potè realizzarsi nel momento storico in cui dominava il Wort-Ton-Drama wagneriano e ideali estetici avveniristici entusiasmavano i giovani che si dedicavano alla musica. Si può dire che il nome di Bruch sia famoso ancora oggi soltanto per il Concerto in sol minore per violino e orchestra, anche se la produzione di questo autore, solitario e deluso, si estese in tutti i campi, specie in quello corale e cameristico.
L'Adagio per violoncello con orchestra e arpa Kol Nidrei, che è poi un Adagio ma non troppo, fu scritto da Bruch nel 1881 su melodie ebraiche e dedicato a Robert Hausmann. Esso è diviso in due sezioni, una in re minore e l'altra in re maggiore. L'alternanza di modalità minore-maggiore offre all'ascoltatore due diversi climi sonori. La prima sezione poggia su un tema del violoncello espressivamente malinconico e dai contorni di tristezza nostalgica; la seconda sezione, in cui interviene l'arpa a mò di accompagnamento (l'arpeggiato è a sostegno armonico degli archi), vede il violoncello intonare una larga frase cantabile, variata da eleganti passaggi in semicrome. Le ultime misure si richiamano al clima iniziale, concludendo il pezzo sulle armonie di archi, arpa e corni.