Gli Otto Pezzi (Acht Stücke) op. 83 di Max Bruch appartengono all'ultima fase creativa del loro compositore, che aveva già 70 anni quando iniziò a scriverli, nel 1908 (li portò a termine nel 1910, dedicandoli all'influente Sophie di Schönburg-Waldenburg, principessa di Wied e di Albania). Rappresentano un ritorno di Bruch alla musica da camera, a cinquantanni di distanza dai suoi due Quartetti per archi (op. 9 e op. 10), e insieme danno avvio a un periodo in cui videro la luce altri interessanti lavori cameristici, come i due Quintetti per archi (del 1918) e l'Ottetto (del 1920).
Pur essendo nati in un momento storico di grandi trasformazioni del linguaggio musicale, questi pezzi se ne mostrano totalmente impermeabili. Testimoniano anzi la fede professata da Bruch nella tradizione del tardo romanticismo tedesco, nei modelli di Brahms e di Mendelssohn, il suo radicale rifiuto verso ogni novità, verso le «follie moderne» di compositori come Strauss, Reger, e Debussy, che egli definì come un «inqualificabile imbrattacarte». Questi Otto Pezzi furono scritti da Bruch per suo figlio Max Felix, valente clarinettista, benché poi l'editore Simrock decise di pubblicarli anche per la più comune formazione di violino (al posto del clarinetto), violoncello (al posto della viola) e pianoforte. L'insolito organico di questo pezzo dovette comunque piacere molto al compositore, che un anno dopo diede alla luce anche un Doppio Concerto in mi minore per clarinetto, viola e orchestra (op. 88), che fu presentato al pubblico per la prima volta nel 1912.
Eseguibili in combinazioni diverse, e senza un preciso ordine, gli Otto Pezzi dì Bruch offrono ancora un ventaglio di caratteri espressivi e di umori intimamente romantici, con una vena intimista e nostalgica data anche dalla prevalente tonalità minore (solo il n. 7 è in maggiore).
L'influenza di Brahms emerge chiaramente nel Secondo Pezzo in si minore (Allegro con moto), pagina tempestosa, irrequieta, che si calma solo nelle battute finali, in tonalità maggiore.
Pezzo cupo e trascinante (soprattutto per i disegni del pianoforte) è anche il Quarto (Allegro agitato), che pure trova un'illuminazione inattesa nel passaggio finale dal re minore al re maggiore.
Bruch ha dato un titolo solo al Quinto e al Sesto Pezzo, entrambi dal carattere spiccatamente melodico: Rumänische Melodie (Melodia rumena) per il quinto, in fa minore (Andante), costruito su una mesta melopea dal gusto modale, punteggiata da cromatismi vagamente balcanici, esposta prima dalla viola, ripresa dal clarinetto su un accompagnamento arpeggiato del pianoforte, intonata alla fine all'unisono dai due strumenti; Nachtgesang (Notturno) per il sesto, un Andante con moto in sol minore, innervato da un'ampia e delicata arcata melodica, disegnata prima dal solo clarinetto, poi anche dalla viola.
Gianluigi Mattietti