"Conservatore" è l'etichetta che in genere viene assegnata a Max Bruch (Colonia, 6 gennaio 1838 - Friedenau, 2 ottobre 1920). Stimato direttore d'orchestra, docente alla Berlin Hochschule e compositore di successo, anche se la sua produzione fu apprezzata dal pubblico del tempo, la storia della musica gli preferirà autori quali Liszt, Brahms e Wagner.
Espressive ed eleganti melodie, orchestrazione perita e raffinata, forme classicamente perfette, sapienza armonica e contrappuntistica; questi i caratteri che lo hanno fatto annoverare tra i "conservatori" in quanto, iniziata la sua produzione nel pieno romanticismo ottocentesco tedesco, è giunta sino al primo ventennio del Novecento, allorquando la frenesia rivoluzionaria delle avanguardie ha additato la musica di questo tipo come retrograda e tradizionalista, ai loro occhi priva dell'illuminazione di qualche intuizione innovatrice. Quegli stessi caratteri assicurano però un ascolto spesso piacevole e coinvolgente.
Dopo il grande successo del Concerto per violino op. 26 (il suo brano oggi più noto), Bruch termina nel 1868 la sua Prima Sinfonia in Mi bemolle maggiore op. 28, dedicata a Brahms, che riceve un'ottima accoglienza fin dalle prime esecuzioni. L'ascolto del primo movimento, Allegro maestoso, è subito appagante, ed è possibile anche nei dettagli scoprire i pregi di un linguaggio musicale ancor oggi affascinante. Un esempio è già il primo tema, suonato da fagotti e corni, la cui costruzione, un arco costituito da un'ascesa di tre note e una discesa poco più articolata, proprio quando sembra chiudersi con perfetta simmetria, si appoggia su un'ultima e ulteriore nota che pare come "aggiunta" e che apre improvvisi nuovi orizzonti, armonici soprattutto, da cui la musica prende spunto per le prime elaborazioni, quasi digressioni di una narrazione (tutta musicale) capace di raccontare ed emozionare. Il secondo tema è annunciato dal clarinetto e suona, come deve essere in una forma sonata, più lirico. Risultano quindi ben definiti i due caratteri, l'augusta enfasi del primo tema perfettamente bilanciata dal cantabile secondo tema.
Lo sviluppo si apre con elaborazioni contrappuntistiche del primo tema (che si rivela assai prolifico in tal senso), esplorando armonie lontane e affascinanti. Appare anche il secondo tema e il clima si fa più inquieto, sino alla solenne ripresa, culmine di un crescendo polifonico e armonico di notevole effetto. La coda non fa che confermare l'espressività di un brano che si farà ascoltare più volte con grande efficacia.
Scorre piacevole il secondo movimento (Scherzo - Presto), in cui avvertiamo reminiscenze tra Beethoven e Mendelssohn. Parte sottovoce, con un moto continuo, per poi ampliarsi, mai sfrenato, ma gioioso e quasi fisico, vestigia di una danza che ci farà battere il piede senza che ce ne accorgiamo. Più cantabile e di sapore popolare la melodia della parte centrale, ma sempre sullo sfondo quell'impulso alla danza sublimato dall'orchestra. Nella terza parte i due temi si mescolano con perizia polifonica tipicamente tedesca.
Una scena drammatica con sfumature di ineffabile nostalgia (sensazione inesprimibile a parole, ma che la musica riesce bene a rendere) è quella del terzo movimento (Quasi fantasia - Grave); al malinconico inizio orchestrale seguono accorate frasi affidate in particolare a oboe, clarinetto, viola e violoncello.
Singolare l'indicazione del finale, Allegro guerriero: non una lotta, però, né uno scontro, ma un ritmo vivace e spavaldo, quello del primo tema che si presenta piano per poi approdare, dopo il trascinante crescendo, a una serie di accordi la cui controllata dissonanza è di sapido effetto. I fiati introducono il più melodico secondo tema, cui non mancano accenti da canto popolare. Anche in questo movimento la forma sonata (esposizione, sviluppo, ripresa dei due temi) assicura un'affidabile guida per l'ascolto.
Emiliano Buggio