Concerto in re maggiore per chitarra e orchestra, op. 99


Musica: Mario Castelnuovo-Tedesco (1895 - 1968)
  1. Allegretto
  2. Andantino alla Romanza
  3. Ritmico e cavalleresco
Organico: chitarra solista, flauto, oboe, 2 clarinetti, fagotto, corno, tromba, timpani, archi
Composizione: 1939
Prima esecuzione: Montevideo, 28 ottobre 1939
Edizione: B. Schotts Söne, Magonza, 1954
Dedica: Andrés Segovia
Guida all'ascolto (nota 1)

La chitarra occupa un posto fondamentale nella produzione di Mario Castelnuovo-Tedesco, che diede anzi un importante contributo all'arricchimento del repertorio per questo strumento. Allievo di Ildebrando Pizzetti, affermatosi giovanissimo, nel 1925, con l'opera La mandragola, fu costretto dalle leggi razziali a trasferirsi, nel 1939, negli Stati Uniti, dove si dedicò anche alla composizione di colonne sonore e all'insegnamento della composizione (tra i suoi allievi ci furono André Previn e John Williams]. Nella sua musica l'eredità di Pizzetti si fonde con una solida tecnica contrappuntistica, con elementi di stampo impressionistico, venature di folklore spagnolo, una naturale propensione al lirismo ("La mia ambizione e, ancora più, una urgenza profonda, è sempre stata quella di unire la mia musica ai testi poetici che hanno destato il mio interesse e la mia emozione, per coglierne l'espressione lirica"). Questi tratti emergono anche nelle sue oltre cento composizioni per chitarra, tra le quali spiccano cinque lavori per chitarra e orchestra: i due Concerti, l'op. 99 del 1939 e l'op. 160 del 1953, il Capriccio diabolico (Omaggio a Paganini) op. 85b del 1935, la Sérénade op. 118 del 1943, il Concerto per due chitarre e orchestra op. 201 del 1962. Era stato il grande chitarrista Andrés Segovia, già dedicatario di alcune composizioni per chitarra sola di Castelnuovo-Tedesco, a chiedergli un Concerto per chitarra e orchestra, mettendolo inizialmente in crisi: "Una richiesta che mi lasciò molto perplesso [ . . .] Mi sentivo ormai abbastanza sicuro nella tecnica chitarristica ma non riuscivo ancora ad immaginare (non avendola mai sentita) 'l'associazione' della Chitarra con gli altri strumenti dell'orchestra. [ . . .] Era un problema insieme di 'quantità' e di 'qualità' di suono che mi spaventava, e che non osavo affrontare! [ . . .] Intanto gli eventi precipitavano: nel 1938 s'accese la 'campagna razziale', ed io mi preparavo a lasciare l'Italia (con quale strazio nell'anima nessuno può immaginarlo!): pieno d'angoscia e di preoccupazioni, da sei mesi non componevo più [ . . .] Allora Segovia compì un gesto squisito, che non dimenticherò: in quel periodo in cui tanti colleghi mi voltavano le spalle (o almeno mi evitavano accuratamente) Segovia venne a Firenze apposta per passare le vacanze di Natale con me, e per incoraggiarmi a sperare in un migliore avvenire: mi disse che non dovevo disperare, che avevo talento e che in America avrei saputo rifarmi una vita; insomma mi confortò grandemente. Ed io rimasi così commosso da quel suo gesto amichevole che gli promisi che il primo lavoro che avrei scritto sarebbe stato il Concerto per chitarra e orchestra, che tante volte gli avevo promesso". Il compositore non perse tempo e portò a termine il primo movimento durante quello stesso periodo di vacanze con Segovia, e subito dopo, nel gennaio del 1939, quando il chitarrista era partito per l'America del Sud, compose gli altri due movimenti. Castelnuovo-Tedesco giudicò questo Concerto tra le sue opere migliori ("forse l'unico capolavoro"), ne fu entusiasta anche Segovia che lo eseguì a Montevideo il 28 ottobre 1939, e il successo arrise a questo lavoro che presto entrò nel repertorio di altri grandi solisti come Alirio Diaz, Pepe Romeno, John Williams, Narciso Yepes. La forma classica, in tre movimenti, si sposa con una raffinata scrittura concertante, e con un'orchestrazione trasparente, ricca di echi impressionistici, che lascia sempre in risalto la parte solista. L'elegante primo movimento (Allegretto), in forma-sonata si apre con il primo tema esposto subito da tutta l'orchestra e poi ripreso dalla chitarra accompagnata solo dal pizzicato degli archi e da lievi punteggiature del flauto. La chitarra espone poi un secondo tema (anticipato dall'orchestra ma in un'altra tonalità) dal carattere accordale e modulante. Dopo lo sviluppo, basato soprattutto su frammenti del primo tema, la ripresa appare piuttosto compressa, per lasciare spazio a una cadenza della chitarra (Un poco languido), che alterna diversi registri espressivi (quasi recitativo, quasi fanfara), e a una breve coda orchestrale ancora imperniata sull'incipit del primo tema. Un'atmosfera lirica e malinconica pervade il secondo movimento (Andantino alla romanza), introdotto da un fluente assolo della chitarra (dolcissimo), cui fa eco la linea del flauto sostenuta dagli archi con sordina, e poi il canone tra flauto e clarinetto. Dopo un breve episodio, appena più mosso, gli archi intonano un secondo tema dal carattere cantabile, successivamente ripreso in una cadenza della chitarra dalla densa scrittura accordale (che Segovia sfoltisce molto nella sua revisione). Il terzo movimento (Ritmico e cavalleresco) è invece dominato da un piglio eroico e brillante, che evoca giostre e antichi tornei. Anche qui si alternano due temi nettamente differenziati - il primo staccato, esposto dall'orchestra in un rapido tempo ternario (3/8), il secondo dal carattere cantabile in 4/4 (dolce, ma intensamente espressivo) introdotto dalla chitarra accompagnata dalle fluide sestine delle viole - che alla fine si sovrappongono in una preziosa struttura polimetrica, con il primo tema esposto insieme dalla chitarra e dai violini, il secondo dai legni.

Gianluigi Mattietti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 12 maggio 2006

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Ultimo aggiornamento 6 maggio 2026