I profeti, op. 66

Secondo concerto per violino e orchestra
Musica: Mario Castelnuovo-Tedesco (1895 - 1968)
  1. Grave e meditativo (Isaiah)
  2. Espressivo e dolente (Jeremiah)
  3. Fiero e impetuoso, ma sostenuto e ben marcato il ritmo (Elijah)
Organico: violino solista, 2 flauti, 3 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, timpani, percussioni, pianoforte, arpa, archi
Composizione: 1931
Prima esecuzione: New York, Carnegie Hall, 12 aprile 1933
Edizione: Ricordi, Milano, 1935
Dedica: Jascha Heifetz
Guida all'ascolto (nota 1)

Figlio di banchieri senesi di origine ebraica, allievo di composizione di Ildebrando Pizzetti a Parma, col quale si diplomerà nel 1918, Mario Castelnuovo-Tedesco fu presto apprezzato sia come pianista sia come compositore. Alfredo Casella, pianista in carriera, ne riconobbe subito il talento e inserì sue opere nel repertorio della Società Nazionale di Musica che aveva fondato nel 1917. Nel 1925, l'opera La mandragola vinse un importante premio di composizione e fu rappresentata al Teatro Fenice di Venezia. Nel 1932 iniziò la fertile collaborazione con André Segovia che ha fatto di Castelnuovo-Tedesco uno dei più noti autori per chitarra del Novecento. Nel 1939, a causa delle leggi razziali che provocarono la migrazione di molti compositori europei verso gli Stati Uniti, anche Castelnuovo-Tedesco parte per l'America e come altri trova un impiego a Hollywood all'interno della produzione cinematografica. A partire dal 1940, lavora per la Metro Goldwyn Mayer come autore di colonne sonore, partecipando a più di duecento film. L'America era stata benevola con lui già in precedenza: nel 1933 era stato eseguito dalla New York Philhamonic Orchestra, diretta da Arturo Toscanini, il Concerto per violino e orchestra n. 2 "I Profeti" con Jascha Heifetz come solista. Accadimento davvero profetico, in quanto il Concerto era interamente dedicato a una riflessione sulle radici giudaiche del compositore.

Tale riflessione avviene tramite la trasfigurazione musicale di figure chiave dell'Antico Testamento. I profeti biblici che danno il titolo al Concerto sono Isaia per il primo movimento. Geremia per il secondo ed Elia per il terzo. Sembra che Isaia (vissuto tra il 765 e il 700 a. C.) appartenuto a una famiglia aristocratica visse in un periodo di forti tensioni politiche per via della minaccia assira. Secondo quanto riportato dal Vangelo di Luca, lo stesso Gesù scelse di iniziare la sua predicazione con un passo biblico di Isaia, il cui linguaggio è di particolare potenza e suggestione, al punto da essere definito in Italia il 'Dante biblico'.

Geremia fu profeta più tardo e visse in un periodo di relativa pace (640-580 a. C. circa). Attirò, però, i rancori del suo popolo a seguito di profezie che sottolineavano quanto ancora fosse forte la minaccia babilonese per gli israeliti. Egli è simbolo del profeta inascoltato, travolto dall'ipocrisia umana al punto da rimanerne vittima.

Elia, infine, è tra le figure più importanti dell'Antico Testamento: a lui si attribuiscono miracoli della moltiplicazione di cibo e di resurrezione, in chiara prefigurazione cristologica. Sfuggito allo sterminio dei profeti promosso dalla regina Gezabele, restò fedele al Dio di Abramo lottando contro i sostenitori dell'idolo di Baal e sconfiggendoli.

I profeti, dunque, vissero periodi storici agitati e, secondo la Bibbia, si resero protagonisti di azioni grandiose, non rimanendo solo figure meditative e moraleggianti.

Il Concerto di Castelnuovo-Tedesco è senza finalità programmatiche, non vuole riprodurre in forma didascalica tali complessi eventi. Al compositore interessa l'atmosfera di ammonizione, di predicazione, l'aura generale che promana da questi eroi dell'Antico Testamento. Gli interessa riprodurre l'infiammata oratoria delle loro parole.

Il primo movimento si apre con un tema di tre suoni, motivo simile a quello usato dai celebranti ebraici nella cantillazione del testo sacro. Il sipario di quattro accordi con cui si apre la composizione ricorda soluzioni simili di quegli anni, legate all'espressionismo e alla dodecafonia, spesso presenti in partiture con implicazioni religiose. L'incipit di tre suoni prima citato diventa presto pervasivo, affidato al tipico processo evolutivo dell'elaborazione tematica, ma con una modulazione della potenza espressiva che è personale del compositore. Egli è solo in parte interessato a sottolineare le radici europee e tradizionali del suo pensiero compositivo: gli interessa usarle per dare vita a una dimensione espressiva della predicazione e della profezia che giustifica il riferimento ai profeti.

Un esempio tipico ne è il secondo movimento, dove un andamento simile a un canto liturgico ebraico appare dapprima solitario, al violino, e poi rielaborato in orchestra. Appartenenza spirituale e tradizione classica tornano a intrecciarsi nell'anima orientale ed europea del compositore. Il potere evocativo del brano sta nel suo fascino declamante, nel suo sensuale trasporto alternato a impennate dal piglio militaresco che sono metafore di volontà e saggezza. L'interazione fra strumento solista e orchestra raggiunge qui un potere ipnotico, ottenuto tramite un interscambio di idee da cui promana un'intensa condivisione.

L'andamento pentatonico introduce frammenti di fanfara, elementi che si intrecciano per tutto il terzo movimento, ed evolvono in ritmi giubilanti associati al tradizionale messaggio messianico di Elia. Il tono è folkloristico e festoso: il compositore ci da saggio della sua brillante invenzione melodica e della sgargiante tavolozza timbrica di cui è capace. Nel tessuto sonoro del finale il violino si configura come metafora di libertà: il suo movimento è sempre dinamico e brillante.

In realtà, nel Concerto non è presente alcuna traccia di materiale melodico utilizzato nella liturgia sefardita, a eccezione del motivo di tre suoni che compare nel primo movimento e può essere associato alla cantillazione. La ricreazione di tale materiale è opera di immaginazione che merita attenzione. La lingua sonora della cultura cui appartiene viene ricreata dal compositore, per il quale invece sarebbe stato più facile trarre i motivi dalla pratica liturgica. La ragione è che quel mondo attraversa così per la sua mente, viene filtrato dal ricordo personale, diventando veramente suo. Il Concerto, così concepito, esprime sia la personalità del suo creatore, sia la società in cui egli si è formato, diventandone voce spirituale e affettiva.

Simone Ciolfi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 28 aprile 2022

I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.


Ultimo aggiornamento 27 maggio 2026