A Bologna, in casa del ricco mercante Geronimo. L’amore fra Carolina e Paolino, dipendente del suocero Geronimo, è coronato da un matrimonio segreto; Geronimo confida di sposare le figlie, Elisetta e, appunto, Carolina, con un nobile.
Con una lettera, il conte Robinson annuncia a Geronimo che a breve sposerà Elisetta, attribuendole così il titolo di contessa. Trionfante per la notizia, il ricco mercante chiama tutti a raccolta, scambiando tuttavia lo sguardo accigliato di Carolina per invidia nei confronti di Elisetta; che, a sua volta, fraintende il comportamento della sorella, provocando un bisticcio nel quale interviene, a favore di Elisetta, anche la zia Fidalma. Allontanatasi Carolina, Fidalma confida a Elisetta un proprio progetto matrimoniale, senza svelare che la sua improbabile mèta è proprio Paolino.
Giunge il conte Robinson, che, dopo un pomposo ingresso, scambia l’avvenente Carolina per la propria promessa sposa e, una volta avvertito del fatto che gli spetti Elisetta, non riesce a trattenere la delusione. Paolino vuol rompere gli indugi con Geronimo: per far ciò egli confida nell’appoggio del conte Robinson o, semmai, in quello di Fidalma, della quale elogia la dolcezza. Paolino non fa in tempo a chiedere aiuto al conte, perché del tutto analoga è la richiesta anticipatamente rivoltagli dal conte stesso, che di sposare Elisetta proprio non vuol saperne, dichiarando di preferirle Carolina.
Subito dopo è Carolina a incontrare il conte. Questi, credendosi incoraggiato dal desiderio che la ragazza gli manifesta di confidarsi a lui, inizia a corteggiarla; ben presto tuttavia l’equivoco diviene manifesto e Carolina gli si nega, senza tuttavia svelargli l’esistenza del matrimonio segreto. Nondimeno, rimasto solo a meditare, il conte ha buon gioco a comprendere che la ritrosia della ragazza cela l’esistenza d’un qualche innamorato.
Assecondata da Fidalma, Elisetta sta lamentando al padre il comportamento per nulla amoroso del conte, quando Paolino viene ad annunciare che la tavola è imbandita; sopraggiunge allora Carolina, inseguita dal conte, che cerca di carpirle la verità sul suo cuore e, così facendo, protesta la propria indifferenza verso Elisetta. Quest’ultima, nascosta, ha sentito tutto e prorompe accusando la sorella, che invano cerca di spiegarsi. Lo strepito attira Fidalma, che aggiunge confusione a confusione, ed è l’arrivo di Geronimo, seguito a breve da Paolino, che porta tutti a un momento di pensierosa riflessione. La baraonda riprende però subito dopo la richiesta di spiegazioni da parte del padrone di casa.
Atto secondoNel proprio Gabinetto, Geronimo chiede ragione dell’accaduto al conte Robinson. Da parte sua questi trova non senza fatica il modo di spiegarsi: non intende sposare Elisetta bensì Carolina, e per questo accetterà una dote di cinquantamila scudi al posto dei centomila pattuiti. Di punto in bianco l’argomento economico fa breccia sul già irremovibile Geronimo, che accetta, ma col vincolo della condiscendenza di Elisetta.
Paolino arriva giusto in tempo per sentirsi informare del nuovo accordo dal conte, e il giovane decide di tentare un’ultima carta con la mediazione di Fidalma, proprio in quel momento in arrivo: facile è, sulle prime, che si verifichi fra i due un equivoco, ma quando Fidalma rende finalmente chiari i propri progetti nuziali, Paolino si sente mancare. L’arrivo di Carolina, sdegnata, non fa che rendere la situazione ancor più ingarbugliata. Quando il giovane, finalmente, riesce a spiegarsi, non gli resta che proporre all’amata l’unica, soluzione: fuggire insieme.
Negli appartamenti il conte s’imbatte nell’impaziente Elisetta e cerca di farla desistere dal progetto matrimoniale, enumerandole i propri difetti. Elisetta ne resta turbata e dichiara a Fidalma d’aver intuito un certo trasporto di Carolina per Paolino; insieme, le due donne identificano in Carolina la causa delle rispettive vicissitudini. Di fronte a Geronimo, che cerca di convincere Elisetta a rinunciare al matrimonio col conte, Fidalma oppone il nuovo progetto: mandar via Carolina. Ben conoscendo i lati deboli del fratello, Fidalma aggiunge di volersene altrimenti andare, portando con sé tutti i propri beni . . . Geronimo è subito convinto e comunica la decisione a Carolina, che lo raggiunge animata da tutt’altro scopo, quindi prende la porta senza lasciarle il tempo di parlare.
Carolina è disperata. La raggiunge il conte. Nel nome dell’amore che lo ispira, quest’ultimo si dice pronto a esaudire qualsiasi desiderio della ragazza e, giurando, le bacia la mano. Viene sorpreso proprio in quel gesto da Fidalma, Elisetta e Geronimo; la concitazione è tanta e il chiarimento non ha luogo. Prima d’allontanarsi anche Fidalma ed Elisetta trovano modo di sparger del veleno sull’immagine della povera Carolina.
In una sala Geronimo affida a Paolino una lettera per la Madama Intendente del ritiro e lo incarica di far predisporre quattro cavalli per l’alba. Quindi va a dormire. Paolino comprende che è l’ultimo momento per agire e si dirige verso la stanza di Carolina. Sospettosi, per le stanze della casa si aggirano anche il conte ed Elisetta.
Paolino accompagna Carolina fuori dalla propria stanza; i due sono in procinto di darsi alla fuga, ma l’uscita di Elisetta li spinge a una veloce ritirata. La sospettosa sorella è convinta che Carolina sia in compagnia del conte e chiama dapprima Fidalma, quindi Geronimo. Elisetta accusa i due presunti amanti, ma, irritato, il conte esce dalla propria stanza. Qualcun altro, comunque, dev’essere in compagnia di Carolina, che viene chiamata a gran voce. La porta si apre e la giovane s’inginocchia, insieme a Paolino, davanti al padre, implorando pietà e finalmente svelando il matrimonio segreto, celebrato già da due mesi. Lo stupore e lo sdegno sono particolarmente intensi, ma, grazie all’intercessione del conte Robinson – che, per amore di Carolina (per salvarla), si dichiara pronto a sposare Elisetta – Geronimo perdona i due giovani e tutti celebrano l’armonia ritrovata.
La frequenza dei termini appartenenti alla sfera semantica dell’udito, che difficilmente Cimarosa lascia cadere nel vuoto, colpisce immediatamente l’ascoltatore del Matrimonio segreto. Fin dalla prima scena Carolina, intenzionata a rivelare a tempo debito l’unione clandestina con Paolino, teme qualche «schiamazzo in casa» e qualche «bisbiglio fuori», passando dalle tranquille crome all’ansia delle semicrome nel recitativo. Ben presto il marito informa gli spettatori che il mercante Geronimo, l’ignaro padre della sposa, «di sordità patisce assai sovente; / ma dice di sentir s’anche non sente». Dato che si esprime troppo forte, come tutti gli audiolesi, Paolino percepisce «la sua voce» stentorea ben prima della comparsa sul palco. Dunque «bisogna intanto» che il giovane si «avvezzi a parlare in tuon sonoro» per farsi «intender bene» dal suocero. Forse per antifrasi, la prima aria di Geronimo, priva d’introduzione strumentale, comincia fortissimo ex abrupto: «Udite tutti udite, / le orecchie spalancate, / di giubilo saltate». Senza nessuna ragione metrica né sintattica, ignorando la clausola tronca della strofa situata due versi dopo, Cimarosa ricava da questi tre settenari, uguali agli altri, la prima sezione del brano, un Andante maestoso e ridicolo in cui archi e fagotto raddoppiano la linea vocale antiquata e pomposa. Il declamato che segue, durante il quale la zia Fidalma, facendo rima con «strapazzo», si affretta a sedare lo «schiamazzo» prodotto dalle figlie di suo fratello, sfocia in un terzetto pestifero, in cui la sorella maggiore Elisetta canta alla minore Carolina, imitando il dileggio della sua melodia: «Strillate, crepate, / son dama e contessa». Più tardi la stessa Fidalma, esternando il desiderio di rimaritarsi, raccomanda alla nipote curiosa e ciarliera: «Ma zitto . . . a voi il confido . . . Ah! Nol diceste, / per carità». Frattanto Robinson, l’atteso fidanzato nobile che viene a conoscere i nuovi parenti, se vuole rivolgersi a Geronimo deve alzare «un poco più la voce» salendo di una quinta nel recitativo. Durante il quartetto «Sento in petto un freddo gelo», introdotto dalla seriosa disperazione del conte che ripete «e rimango dolente» passando da do a fa minore, ognuno medita fra sé, per cui la «torbida tempesta», annunciata da un tumultuoso inciso orchestrale, e l’«orgasmo» della stretta maturano nel «silenzio» prodotto dalla «sorpresa» che rende «freddo freddo» l’ospite, agghiacciandogli il cuore malgrado il «dolce ardor» suscitato da Carolina anziché dalla promessa Elisetta.
«Come? Come? Cos’hai detto?» chiede Geronimo che non capisce, rivolgendosi al suo dipendente Paolino all’inizio del finale primo. Ma quando il garzone scandisce la risposta più all’acuto, «parola per parola, forte», ripetendo quattro volte lo stesso inciso petulante, s’inalbera e sbotta necessariamente ad alta voce perché deve sovrastare l’affaccendato accompagnamento strumentale: «Vanne al diavolo, o balordo! / Forse credi ch’io sia sordo? / Non patisco sordità». Elisetta, che sorprende le avances rivolte da Robinson alla sorella di cui s’ignora l’avvenuto matrimonio, vuole «sussurrare la casa e la città» con un isterico sillabato. «Strillate, non mi importa» le risponde flemmatico il conte con valori doppi, mentre Carolina s’intromette invocando «Sentite ma sentite» con una supplichevole terza discendente. Il frastuono giunge alle orecchie di Fidalma che si precipita in scena chiedendo «Che cosa è questo strepito?» mentre l’orchestra rarefatta segnala un improvviso ammutolirsi degli altri personaggi. Per raccontare il tradimento di Robinson, Elisetta abbozza qualche nota in stile patetico intonando sull’accordo di settima un’altra terza minore e un «Ah» lamentoso. Ma si vede che non regge perché immediatamente ricade nel sillabato frenetico di prima. Inutilmente Carolina prega la zia di farla «acchetare», mentre il conte insiste tranquillamente: «Lasciamola strillare». Di botto si placano gli archi quando Fidalma raccomanda: «Silenzio silenzio / che vien mio fratello. / Usate prudenza, / abbiate cervello». Tuttavia non c’è motivo di preoccuparsi perché tanto Geronimo non ha capito niente: «Sentire mi parve» dice «un strepito, un chiasso. / Che fate? Gridate?» Poi, nell’assenza totale dell’accompagnamento domanda un paio di volte: «Ognun qui sta muto?» Siccome in questa sezione centrale del finale primo ciascuno si esprime da sé, malgrado il fatto che tutti i personaggi siano in scena le donne e il conte annunciano: «Che tristo silenzio! / Così non va bene. / Parlare conviene, / parlare si de’». Una sillabazione insensata del mercante e il cicaleccio delle signore inducono la stretta che comincia quando zia e nipoti cantano al sordo, finalmente «sottovoce», il verso «Le orecchie non stancate».
Nel recitativo che apre l’atto secondo, Geronimo si lamenta: «Che si siano accordati / in masticar parole / perché io non intenda». Lo «stil laconico» in rima con «armonico» annunciato da Robinson, costretto a ripetere la frase una quarta sopra per farsi udire dal mercante, è confermato dal futuro suocero, che vuole esprimersi «in brevi accenti», ma negato immediatamente dal duetto fra i bassi, articolato e complesso perché possano stringere un nuovo contratto matrimoniale. Litigano durante l’Allegretto assai che termina con la dichiarazione congiunta: «Con questo uom frenetico / sfiatare io non mi vo’». Cantano ciascuno per sé nella sezione Allegretto mosso, seduti a debita distanza l’uno dall’altro. Geronimo, che sulle prime «non vuol sentire», si dispone ad ascoltare il conte nel breve Adagio di otto battute regolari, durante il quale si «può calmar» e dunque tacere. Quando valuta il «baratto» proposto fra la figlia maggiore e la minore, a detta di Robinson il mercante va «borbottando» le semicrome ribattute mentre considera la possibilità di risparmiare metà della dote.
Nel tentativo di spiegarsi con Fidalma in un gabinetto privato, «adattissimo / per parlar di segreti», Paolino teme che Geronimo possa far «rumore» venendo a sapere la notizia del matrimonio che intende svelare. Durante il terzetto fra gli sposi e la zia, appena Fidalma scompare fra le quinte, Carolina sollecita una spiegazione del marito che la prega ripetutamente di tacere.
Segue un dialogo in cui Paolino tenta invano di zittire la consorte furibonda, moltiplicando le allusioni al silenzio nell’aria di chiusura: «Cheti cheti, a lento passo / scenderemo fin abbasso / che nessun ci sentirà; / sortiremo pian pianino / per la porta del giardino. / Tutta pronta una carrozza / là da noi si troverà». Fortunatamente i cavalli lanciati al rumoroso galoppo, quando fagotti, viole, celli, bassi e violini primi entrano a raddoppiare le terzine dei secondi, porteranno in salvo gli sposi a casa di una vecchia parente. Ma Carolina non è convinta di far bene scappando di casa, perché teme di esporsi alle chiacchiere cittadine: «Fuggir? Palese al mondo / render il nostro fallo? E far di noi / parlar con disonor?» Esilarante ma spesso tagliato il duetto in cui Robinson elenca a Elisetta «in termini assai schietti» le sue magagne fisiche e morali per farsi rifiutare da lei, rompendo il «silenzio» di cui la ragazza si era lamentata e annunciando l’esibizione dei propri difetti con l’imperativo «Sentite», recuperato dal recitativo precedente e impiegato da Cimarosa nel pezzo d’assieme. Visto il fascino esercitato da Carolina sul cast maschile, Elisetta e Fidalma congiurano ai suoi danni, cercando di persuadere Geronimo a chiuderla in un ritiro finché non siano «acchetati [. . .] tutti i rumori» come dice la zia che argomenta in modo assai convincente perché minaccia di ritirare i capitali dall’impresa del fratello. Punto sul vivo, stavolta Geronimo capisce benissimo e dichiara per l’ennesima volta nella clausola del dialogo: «Sordo non son. Farò quanto conviene». Poi nel concertato reagisce allo stizzoso cicaleccio della figlia e della sorella: «Ma non strillate tutte due unite. / Sento che il timpano voi mi ferite. / Parlate piano senza gridar». Le signore, che infatti avevano intonato lo stesso disegno melodico prima per seste e poi per terze, dimezzano il ritmo per otto battute ma non resistono alla tentazione di riprendere subito le semicrome fastidiose. Quando chiedono «Voi ci sentite?» scoprono che Geronimo ha ben compreso ma non intende far «chiasso» né tanto meno il «fracasso di satanasso» che Fidalma disapprova.
Robinson, disposto ad ascoltare l’«arcano» che Carolina sta per confidargli, viene interrotto dal mercante e dalle altre due donne che impongono alla prima di tacere. Il brano seguente, introdotto da lui, spesso s’intitola «duetto» ma finisce sulla dominante e dunque non si potrebbe considerare un pezzo chiuso. Qui sembra invece cominciare il finale secondo, l’ultimo exploit dell’opera che di solito copre almeno due sezioni del libretto, come in questo caso, anche se risulta meno impegnativo di quello che chiude l’atto primo, vero punto culminante nel dramma giocoso in generale ed esteso per quattro scene di testo nel Matrimonio segreto in particolare. A ogni modo, pronto a compiere un’azione «eroica» per amore della ragazza, il conte dichiara che le parole di lei gli sono penetrate «nel seno» ma viene bruscamente intercettato da Elisetta che si aggira per casa benché sia giunta l’ora di dormire. Subito dopo gli sposi tentano la fuga prevista, introdotta nel Largo dalle terzine quatte quatte dei violini all’unisono che s’incaricano di risolvere sulla tonica, lasciata in sospeso nel movimento precedente. Paolino esorta la moglie a seguirlo «piano piano» ma è costretto a fermarsi immediatamente: «Zitto. Mi par sentire . . . / Sì, sento un uscio aprir». Infatti, reggendo il lume, ricompare Elisetta che li ascolta confabulare «sottovoce» e armeggiare «pian pianino» con una porta. Assecondata da un fragoroso inciso degli archi ripetuto tre volte in climax all’inizio dell’Allegro, la ragazza bussa alla stanza di Fidalma e a quella di Geronimo che domanda: «Chi picchia sì forte? / Chi fa tal rumore?». Tutti credono di scoprire Carolina insieme al conte che invece esce dalla sua camera con la flemma degna di un inglese, sottolineata dai valori lunghi e dal rarefatto disegno orchestrale. Dopo l’agnizione ossia lo svelamento del matrimonio segreto, spetta a lui restaurare il Tempo giusto dicendo: «Ascoltate un uom di mondo. / Qui il gridar non fa alcun frutto». Seguono velocemente, grazie alla sua intercessione, il perdono degli sposi e i festeggiamenti per le doppie nozze: «Che vi siano gli strumenti. / Che si suoni, che si canti» finalmente, a gola spiegata e con lunghi melismi delle quattro voci acute.
L’insistenza sui termini relativi alla sfera semantica dell’udito non può dipendere che dalla sordità di Geronimo. Il negoziante di successo, piuttosto anziano come informa il nome, benestante ma insoddisfatto della sua posizione sociale, «fanatico ognor s’è dimostrato / d’imparentarsi con un titolato». Appena compare in scena gongola mugolando soddisfatto mentre legge la lettera di Robinson: «Ah, ah . . . comincia bene . . . / Oh, oh . . . seguita meglio . . . / Ih, ih . . . ih ih . . .! Di gioia / mi balza il cor nel petto!» Gli fa eco Paolino: «Ah ah, oh oh, ih ih, così ha già letto». La prima aria dell’opera tocca a Geronimo che partecipa a quattro concertati e pronuncia l’unico lacerto latino e pedantesco del testo: «Oh servitevi pure / che questo, conte mio, ci va de jure». Nel finale primo, benché tutti abbiano scandito perfettamente i loro versi, gli spetta l’onomatopea tipica del suo ruolo, il buffo caricato, opportunamente amplificata dall’intonazione a scioglilingua e ribadita nella stretta: «Eh andate tutti al diavolo, / un balbettare è questo. / Ba ba ci ci chiò chiò».
Anche se Carolina porta il nome di una terza buffa, sorella di madama Lisetta nel Vecchio geloso di Bertati musicato da Felice Alessandri nel 1781, qui è certamente la prima donna, interpretata fra l’altro da Maria Malibran nell’Ottocento. Infatti partecipa al duetto introduttivo e canta in sette concertati, oltre che nei finali d’atto, senza contare il suo breve recitativo strumentato, appannaggio esclusivo della protagonista semiseria, che Cimarosa fa cominciare, forse non a caso, dal verso «Come tacerlo poi». Tuttavia l’esibizione non è seguita dall’aria canonica, bensì da un intervento del conte che non lascia partire la ragazza dopo il clou della sua prestazione vocale.
Inoltre la figlia minore di un negoziante non appartiene certo al rango della contessa d’Almaviva né tanto meno a quello di donn’Anna. Quando il suo linguaggio acquista un tono più elevato e la sua declamazione diventa più mobile dal punto di vista armonico, benché secca, Robinson si stupisce: «Oh oh! Voi date in serio. Ed io tutt’altro / mi aspettava da voi». L’aria successiva incrina ulteriormente la statura di Carolina che abbozza una parola in francese e una frasetta in inglese, amplificate dall’effetto eco dell’orchestra secondo il cliché alloglotto destinato ai comici. E poi, per essere un mezzo carattere, sogghigna un po’ troppo come fa suo padre leggendo la lettera di Robinson, non quando Geronimo le propone di rallegrarsi «forte» perché le ha trovato un marito cavaliere, ma in faccia alla sorella che monta in superbia, sia nel recitativo predisposto da Bertati, sia nel terzetto dove Cimarosa, approfittando del verso «lei rider mi fa», simile a quello che Susanna pronuncia all’indirizzo di Marcellina e chissà a quanti altri, aggiunge sei battute di «Ah ah ah ah, ih ih ih ih, oh oh oh oh, uh uh uh uh» che risuonano, argentine, nel silenzio dell’orchestra. Insomma, stando alle sue parole si tratta di «una figliola / di buon fondo e niente più», un’ingenua che ha sposato non tanto il primo uomo del cast quanto il solo coetaneo che bazzichi per casa, l’unico che abbia mai frequentato in vita sua.
Al contrario, Fidalma si ritiene una donna «esperta» benché non intenda affatto le inclinazioni celate dai protagonisti. Ovviamente seconda a Carolina, partecipa a sei concertati ma è la padrona di casa cui Bertati e Cimarosa affidano la prima aria femminile dell’opera dove, in metro ternario e stile antiquato, la signora, pur essendo abituata a fare quello che vuole, insiste sui vantaggi del giogo matrimoniale, rivolgendosi alla nipote Elisetta che in breve ne proverà le delizie: «A letto men vado / se n’ho volontà. / Ma con un marito / via meglio si sta». Uno slancio di sesta sulle parole «via meglio» e un melisma entusiasta su «sta» fanno pensare che la sappia lunga, tanto più che è vedova e «ricca pel testamento / del suo primo marito». Le smanie per Paolino e la convinzione di trovarsi ancora «in età giovanil» la renderebbero del tutto ridicola, al pari delle numerose vecchie innamorate che affollano l’intermezzo settecentesco, se la sua vocalità contegnosa non facesse venire in mente il mezzo carattere che porta il suo nome nei Due supposti conti ossia Lo sposo senza moglie, musicato sempre da Cimarosa nel 1784.
Elisetta, diminutivo tipico della soubrette, come per esempio la quasi omonima Lisetta che fa la cameriera nel Convito di Cimarosa, rappresentato a Venezia nel 1781, incarna la bizzosa rivalità del soprano secondario litigando abitualmente con la prima donna. Lo svela Fidalma dicendo: «Eccoci qua; noi siamo sempre a quella. / Tra sorella e sorella, / chi per un po’ di fumo, / chi per voler far troppo la vivace, / un solo giorno qui non si sta in pace». La ragazza, che a differenza di Carolina e della zia mostra una viva propensione a chiacchierare e a strillare sollevando il vicinato e la servitù, canta l’ultima aria dell’opera e partecipa a sei concertati. La precaria gerarchia fra le donne sembra confermata dal conte, quando cerca d’indovinare «quale fra le tre dive la / sua Venere sia». Per «situarsi a fianco» della sposa, si rivolge prima a Carolina, credendosi fidanzato con lei, poi a Fidalma e finalmente alla promessa Elisetta.
Benché socialmente inferiore al padrone Geronimo, alla consorte e al conte, suo «protettore» cui si contrappone in un duetto accostando la propria linea melodica supplichevole, aggraziata e persuasiva alle autorevoli frasi squadrate di Robinson, Paolino deve avere per forza la stessa levatura di Carolina, non tanto perché è sposato con lei, quanto perché va d’accordo con la moglie e ne condivide l’affettuosa melodia nell’introduzione e in altri pezzi d’assieme. Nell’Ottocento il grande Giovanni Battista Rubini non disdegna d’interpretare il suo ruolo accanto a quello di Lindoro nell’Italiana in Algeri, tanto più che la voce tenorile del giovanotto inaugura l’opera, si esibisce in un brano belcantistico e partecipa a cinque concertati, oltre che ai finali d’atto. Anche se l’eroismo non lo sfiora quasi mai, men che meno in occasione dello svenimento femmineo con cui saluta la dichiarazione d’amore della zia Fidalma, nel dialogo seguente, secco ma burrascoso, il garzone espone coraggiosamente il petto ai colpi della sua bella: «Or vanne a pubblicarmi / qual seduttor. Rovinami. Ma prima / prendi questo coltello; / e poiché sei impazzita, / qui dammi prima una mortal ferita». Forse non per caso Bertati riutilizza per lui il diminutivo del secondo mezzo carattere che agisce nella sua Villanella rapita del 1783.
Il conte Robinson, da pronunciare con l’accento tronco per ragioni metriche, d’accordo con Paolino si definisce ripetutamente «un uom di mondo». Porta il nome del famoso cavaliere di cui Daniel Defoe aveva narrato le avventure nel 1720 ma anche di un altro personaggio cimarosiano, un «giovine scaltro di bassa nascita che affetta l’onesto» nei Finti nobili del 1780 su libretto di Palomba. Si presenta con un brano antiquato dall’incipit «Senza senza cerimonie / alla buona vengo avanti», immediatamente contraddetto dalla pomposa martellata di tonica e dominante. Una sua modulazione in la minore, temporanea quanto inaspettata, segnala il colpo di fulmine e l’innamoramento «a prima vista» per Carolina «che ha quegli occhi così bei». Geronimo non ha capito un’acca, mentre Paolino, che ci sente benissimo, non esita a definirlo «caricato». E così le donne, che non si lasciano ingannare dalla sua finta semplicità, smentita dall’orchestra: «Che un tamburo abbia suo nato / mi è sembrato in verità». Mentre gli altri personaggi cantano un pezzo solistico a testa, Robinson, contrapposto a tutti e cinque, primeggia in questo sestetto, non a caso definito «aria» nel vecchio spartito Ricordi, s’impegna in sei pezzi d’assieme e lancia il finale secondo. In comune col futuro suocero, vanta una moderata predilezione per i termini sdruccioli, tradizionalmente comici, e accumula volentieri controsensi ridicoli: per esempio desidera spiegarsi col garzone «alla breve» e «senza fare un giro di parole», mentre impiega quindici versi di recitativo; quando si dichiara a Carolina intende «stringere l’argomento» ma si è già concesso una lunga digressione; infine, malgrado l’autorevole origine inglese, parla benissimo l’italiano.
Dunque a parte Geronimo, nessuno possiede i tratti incisivi dei tipi fissi che popolano il dramma giocoso così come lo avevano fondato e coltivato per esempio Goldoni e Galuppi quarant’anni prima. Inoltre, a casa del mercante, il livello sociale degli abitanti e dell’ospite è quasi omogeneo perché stranamente non arrivano le solite contadinelle con ghirlande o verdure né intervengono giardinieri o servitori, se non in veste di comparse mute. Nella princeps e nelle riprese più vicine, i personaggi compaiono elencati nel più totale e fantasioso disordine, anche perché i cantanti sgomitano volentieri per ottenere il primato nel cartellone. Stando alle ristampe settecentesche, soltanto nell’edizione portoghese del 1794 i ruoli acquistano una definizione: Carolina «prima buffa assoluta», Paolino «primo mezzo carattere», Geronimo e Robinson «primi buffi a perfetta vicenda», Elisetta e Fidalma senza qualifica. Invece, nella parmense del 1796 si riscontra una plausibile gerarchia (Carolina, Geronimo, Paolino, Fidalma, Elisetta e Robinson) che tuttavia non corrisponde né all’ordine qui ipotizzato né a quello della comparsa in scena: gli sposi segreti, il padre caricato, Fidalma ed Elisetta o viceversa, Robinson buon ultimo. Così nella registrazione più famosa del Matrimonio, l’unica facilmente disponibile sul mercato, gli interpreti compaiono in una sequenza che può sembrare curiosa, peraltro contraddetta dalla statura delle prime parti: Geronimo, Elisetta, Carolina, Fidalma, Paolino e Robinson, con Sciutti, Alva e Stignani nei panni dei coniugi e della zia.
Eppure, malgrado il calcolatissimo balancement, si tratta di un dramma giocoso piuttosto convenzionale, così definito fino all’Ottocento avanzato, quando diventa «melodramma giocoso» in una ristampa del 1838 oppure «commedia buffa» in un’edizione del 1870, per giunta regolare e politicamente scorretto come sempre, vista l’insistenza sull’handicap di Geronimo. L’articolazione in due atti, il primo leggermente più lungo e concluso dal concertato in cui si confonde la testa secondo il fortunato cliché di questo genere teatrale, è scandita a sua volta da due poderosi pezzi d’assieme: il quartetto «Sento in petto un freddo gelo» e il quintetto «Deh lasciate ch’io respiri». L’unità di luogo, ubbidita allo spasimo, prende la forma di una gabbia claustrofobica, visto che la scena si colloca tutta nella casa del signor Geronimo senza esterni, fra sale, appartamenti e gabinetti abitati dal mercante con le figlie, con la sorella e col garzone. Tutto si consuma secondo le regole di Aristotele, al quale obbedisce la medietas dei personaggi, nel «giorno» in cui arriva da fuori la visita del conte che potrebbe levare le castagne dal fuoco agli sposi. Infatti «oggi la sorte» si mostra propizia ai disegni di Paolino che intende svelare il matrimonio, cosa che avverrà puntualmente durante quella stessa «notte». Non c’è nemmeno soluzione di continuità fra le parti, perché Geronimo commenta a caldo il finale della prima nel recitativo che apre la seconda. E non può mancare il solito ammiccamento al pubblico per ricordargli che tutto è finzione. Per esempio, dice Robinson alle tre donne: «Io credo / che vogliate qui far, mie signorine, / un poco di commedia». Come sempre, l’ultimo numero funge da consuntivo del titolo che aveva annunciato l’azione unitaria: davanti al fait accompli Fidalma esclama «Il matrimonio!» insieme al fratello che sbotta nel frenetico Allegro in sei ottavi. L’ouverture nella tonalità brillante della tromba, re maggiore, comincia con tre accordi che, a differenza di quelli che aprono Il flauto magico, si ripetono uguali allo stato fondamentale benché in crescendo all’acuto, sono tutti preceduti dal levare e non vengono mai ripresi nell’opera. Ignare della massoneria, le poche battute di questo Largo introduttivo, cui segue immediatamente l’Allegro molto, derivano piuttosto dal segnale che avverte il pubblico, all’epoca turbolento e chiacchierone, dell’inizio della recita mediante il sonoro, perché le luci com’è noto restano accese durante lo spettacolo. Anche se l’inciso che apre il duetto fra Carolina e Paolino somiglia vagamente all’Allegro nella sinfonia della Zauberflöte, la cosa sembra esaurirsi lì, senza conseguenza alcuna per lo sviluppo tematico. Inoltre, la pièce è stata spesso accostata alle Nozze di Figaro per il duetto fra gli sposi nell’introduzione, per l’argomento coniugale e per il finale al buio con effetto notte. Tuttavia, a parte ogni considerazione scontata sulla diversa statura di Mozart, qui si tratta semplicemente di rivelare un matrimonio già contratto, ben lontano dalla restaurazione surrettizia dello ius primae noctis. E il conte di Cimarosa, basso «caricato» e innocente, non viene sorpreso in flagrante adulterio ma spunta dal lato opposto a quello previsto, come Rosina nelle Nozze. Al contrario l’infamia del perfido Almaviva si percepisce non appena apre bocca, a causa della sua tessitura, la stessa del semiserio don Giovanni, che contraddice il linguaggio verosimilmente elevato conferitogli dal librettista, lasciando pressoché sguarnita la zona del tenore, affidata a Basilio e a don Curzio, un maestro di musica e un magistrato balbuziente. Dopo l’allegria rumorosa e canora del finale secondo, Il matrimonio segreto si chiude in un silenzio perbenista, spesso desiderato dalle due prime donne e rotto dalla terza, coi soliti accoppiamenti giudiziosi tra le voci, tutt’altro che sconvenienti agli occhi del vicinato e del pubblico: Carolina e Paolino, ça va sans dire, i personaggi quasi seri che costituiscono l’unione annunciata dal titolo; Geronimo e Fidalma, fratelli e vedovi più o meno buffi, destinati a perpetuare la loro convivenza; Elisetta e Robinson, parti secondarie ma non troppo. Altre due famose sorelle si comportano meno saggiamente in Così fan tutte dove risulta chiaro fin dall’inizio che sono innamorate degli uomini sbagliati: la seria del basso, il mezzo carattere del tenore. Il fatto che soltanto nello scambio le coppie tradizionali si ricompongano rende ancor più amara la conclusione del dramma. Di loro non si potrà dire che vivranno a lungo felici e contente, come promette invece il lieto fine di un dramma giocoso convenzionale e rassicurante. Infatti l’opera di Cimarosa, con la benedizione dell’imperatore Leopoldo II, due mesi dopo la morte di Mozart, invade immediatamente le piazze europee, da Dresda a Lisbona, da Milano a Madrid, e conosce almeno una decina di traduzioni in altre lingue, ceco e russo compresi, durante il XIX secolo.
Anna Laura Bellina