La Rapsodia per clarinetto non occupa un posto centrale nel catalogo di Debussy; scritta nel 1910, non raggiunge traguardi in precedenza ignoti all'autore, non apre nuove strade alla sua invenzione. Nel 1910 Debussy aveva al suo attivo già quasi tutti i suoi capolavori e le componenti realmente innovative del suo linguaggio erano non solo definite ma anche acquisite dalla coscienza musicale contemporanea; anzi l'astro sorgente di Ravel si levava a oscurare il primato del più anziano collega sulla vita musicale francese. Confrontata agli altissimi risultati dei prossimi Préludes per pianoforte la Rapsodia sembra un'opera un poco accademica, una esercitazione, una pausa di riflessione in attesa di nuove e più stimolanti idee.
Eppure la definizione dei limiti di una partitura non equivale automaticamente a un verdetto negativo sulla medesima; proprio dai suoi limiti, dalla definizione di "opera minore" nasce l'interesse verso la Rapsodia per clarinetto; se non vi ritroviamo un Debussy grande innovatore, pure vi ravvisiamo un Debussy artigiano di straordinaria raffinatezza, un compositore in cui la superiore padronanza dei mezzi espressivi è sufficiente da sola a giustificare il piacere di ascoltare la sua musica. Il clarinetto, la cui utilizzazione sembra richiamarsi direttamente all'esperienza intimistica dell'ultimo Brahms (compositore, peraltro, assai poco amato da Debussy), non rinuncia all'esplorazione pressoché esaustiva delle proprie risorse tecniche, ma sacrifica l'esibizione delle più ardue difficoltà virtuosistiche al rispetto dei tenui impasti timbrici, delle atmosfere discretamente ovattate che vengono proposte dall'accompagnamento (e che certo nella riduzione pianistica appaiono sminuite rispetto alla ricchezza di colori della versione orchestrale).
La Rapsodia, - commissionata per un concorso al Conservatorio di Parigi - ha, ovviamente, una forma libera e frequenti oscillazioni di tempo, che corrispondono alla estrosa mutevolezza del contenuto musicale; il materiale tematico, benché ricorrente, viene piegato a esigenze espressive continuamente rinnovate, che, come suggerisce Pierre Boulez, oscillano fra la "réverie" e lo "scherzo".
La Rapsodia in si bemolle maggiore per clarinetto e pianoforte venne composta da Debussy tra il 1909 e il 1910 come "morceau de concours" per il Conservatorio di Parigi. Contrariamente a quanto il ruolo non propriamente protagonistico dello strumento a tastiera potrebbe far arguire, fu proprio questa versione cameristica ad aver primogenitura, sia pur in brevissimi spazi, rispetto a quella, più nota, per clarinetto e orchestra. Insinuante al massimo è qui la presenza del clarinetto: se il sobrio tratto pianistico non smentisce il peculiare modus della sonorità debussiana, è lo strumento a fiato a recitar la parte primaria nella piccola composizione. Siamo ben lontani dall'enigmatico lirismo della Sonata per Flauto, viola e arpa; predomina, soprattutto nella parte iniziale e nella succinta ripresa centrale, la fluidità di un tono quasi mondano, ottenuto non davvero con gli scarni strumenti di spoliazione della Sonata bensì in un avvolgente giuoco di liquidità e cromatismi. Più oltre si preciserà la verve prevalentemente ludica del breve lavoro, allorché la capricciosità degli arabeschi del clarinetto, percorso nella sua intera estensione, imprimerà il proprio festone d'eleganza e virtuosismo a un'opera che ad altro non dichiara di aspirare se non a un sommesso entrainement goloso.
Aldo Nicastro