L’azione si svolge in Tirolo. La Marquise di Berkenfield, in viaggio dal suo castello verso l’Austria con il suo attendente Hortensius, si è fermata in un villaggio perché terrorizzata dal recente passaggio dell’esercito francese. Indecisa se tornare indietro oppure proseguire, lamenta di essere già stata, in passato, vittima di una guerra. Un paesano afferma che in realtà i soldati sono già lontani, e tutti festeggiano lo scampato pericolo. Hortensius, mandato in perlustrazione dalla sua signora per capire il da farsi, incontra Sulpice, vecchio soldato francese. Nel comico scambio di battute tra i due il primo ottiene dal soldato il lasciapassare per la Marquise. Partito Hortensius sopraggiunge Marie, che insieme a Sulpice ricorda la sua storia: è stata accolta bambina dal Ventunesimo reggimento napoleonico, i cui soldati considera come propri padri, fino a divenire vivandiera nelle campagne militari. L’affetto per i suoi salvatori la rende pronta alla battaglia. Sulpice si dice rattristato per i molti compagni caduti, poi interroga Marie sul perché di recente stia in disparte e non partecipi come prima alla vita dei suoi compagni. La ragazza confessa di aver incontrato un giovane, che l’ha salvata da una rovinosa caduta, e di cui si è innamorata: si tratta di un tirolese, dunque di un nemico. Sulpice a questa notizia trasalisce e la rimprovera, perché ha sempre pensato che sarebbe andata in sposa a un suo commilitone. Marie lo tranquillizza affermando che lei appartiene al reggimento e per questo l’ha lasciato. Alla sua uscita di scena giungono i soldati portando Tonio, il tirolese che la ragazza ama. Per evitargli la morte, Marie grida ai suoi protettori che è stato lui a salvarle la vita. I soldati allora lo guardano con benevolenza, e Tonio dice di volersi arruolare per stare vicino a Marie. Segue un brindisi di festosa conciliazione, e Marie intona per l’occasione un canto dedicato al Ventunesimo e al suo valore. Si ode un rullo di tamburo, tutti accorrono all’adunata. Tonio, appena può, si stacca dal gruppo e – tornato da Marie – le dichiara il suo amore, dicendole di voler abbandonare ogni cosa per lei. Sulpice sorprende i due mentre si abbracciano, e va su tutte le furie, inveendo contro Tonio. Marie replica duramente alle sue parole, ed esce minacciando di abbandonare lui e tutti i suoi altri ‘padri’. Sopraggiungono la Marquise e Hortensius, mentre Sulpice sta ancora rimuginando contro Tonio. La donna chiede al soldato di fornirle una scorta per fare ritorno alla sua magione, il castello di Berkenfield. All’udire questo nome, Sulpice ha un moto di stupore, ricordandosi di una lettera che custodisce nel suo zaino, e che riguarda le origini di Marie. Interrogando la Marquise, scopre che ella è sorella della madre di Marie, sposata con il capitano francese Robert, cui prima di morire aveva dato una figlia. La Marquise, che credeva di averla perduta per sempre, è sopraffatta dalla gioia al pensiero di poter rivedere la nipote. Sulpice le porge la lettera ed è chiaro a tutti che Marie è una Berkenfield. Arriva la fanciulla, e la Marquise e Hortensius restano esterrefatti dai suoi modi militareschi. Sulpice dice a Marie che quella donna è sua zia e che deve andare con lei, ma la ragazza è molto restia ad abbandonare il reggimento. Nel frattempo Tonio battibecca con i soldati dicendo loro di voler sposare la ragazza che ama e da cui è riamato. Alla fine riesce a convincerli, ma Sulpice zittisce tutti: Marie non sarà né di Tonio né mai più del reggimento, la zia la porterà lontano e nessuno sentirà più parlare di lei. Nello sconforto generale, Marie e Tonio si dicono addio.
Atto secondoNel castello dei Berkenfield, alla presenza di un notaio, la Marquise e la Duchesse de Crakentorp combinano il matrimonio tra Marie e Scipion de Crakentorp. Uscita la Duchesse, la Marquise chiede a Sulpice, da tre mesi suo ospite dopo una ferita in battaglia, di usare la sua influenza su Marie perché essa abbandoni i suoi modi da soldataccio e si comporti come una dama della nobiltà. Marie, che intanto è sopraggiunta, viene richiesta di cantare una romanza, ma lei continua senza volerlo a intervallarla con i ritornelli dei vecchi canti da caserma con i quali è cresciuta. La Marquise si dispera, temendo che le nozze possano saltare per il comportamento rude e grezzo della nipote: dopo poche ore, infatti, si sarebbe celebrata la festa di fidanzamento tra lei e Scipion. Rimasti soli, Marie esprime a Sulpice tutto il suo disappunto per questo matrimonio, che accetta solo per gratitudine nei confronti della zia. Ricorda con il vecchio soldato l’amore provato per Tonio, convinta che non potrà riaccendersi per nessun altro. Sulpice la dissuade dal pensare ancora al suo antico innamorato, dicendole che la vita militare lascia poco spazio ai ricordi. Entra Hortensius, annunciando a Sulpice che un soldato cerca di lui. Marie, presa dallo sconforto, canta l’amore per Tonio e per i tanti padri del suo reggimento. Irrompe una folla di militari francesi, che Marie accoglie con gioia. Tra loro c’è Tonio, divenuto sottotenente per meriti sul campo. La felicità generale è interrotta dal timore che la Marquise ritorni, e i soldati si accampano nella serra degli aranci. Rimasti da soli, Sulpice, Tonio e Marie festeggiano la rinnovata unione, e i due giovani chiedono a Sulpice di intercedere per loro presso la Marquise. Tonio afferma di essere a conoscenza di un segreto che potrebbe cambiare la situazione, ma di non volerlo svelare nella speranza che la Marquise comprenda la forza dell’amore che lo lega a Marie. Il rumore di una carrozza li mette in allarme, e mentre Marie cerca di far uscire Tonio dalla porta sul retro sopraggiunge la Marquise. Tonio le si rivolge accoratamente dicendole che si è arruolato per amore di Marie e non potrà mai vivere senza di lei, poi le chiede la mano della fanciulla. La Marquise rifiuta con sdegno la proposta di Tonio, il quale si decide a rivelare il terribile segreto: il capitano Robert non ha mai sposato la sorella della Marquise, per il semplice fatto che questa sorella non esiste. Dunque Marie non può esserle nipote ed è libera di scegliere chi vuole amare. La Marquise fa uscire tutti e resta sola con Sulpice, al quale confida la verità: la sua famiglia, attendendo un matrimonio adeguato al proprio rango, l’aveva costretta a restare nubile fino a trent’anni. Quando aveva incontrato Robert si era innamorata di lui, corrisposta, e l’avrebbe certamente sposato andando contro il parere dei genitori, se il capitano non fosse dovuto bruscamente partire per una spedizione militare. Restata sola, per non essere disonorata era tornata al castello senza la bambina che nel frattempo le era nata. Marie è dunque sua figlia, e ora che l’ha ritrovata non potrebbe sopportare che le venisse sottratta un’altra volta. Sulpice è colpito dal suo racconto, promette che l’aiuterà ma i due sono interrotti dall’arrivo degli invitati alla festa. La Marquise, molto scossa, riprende il controllo e li riceve per proclamare ufficialmente il matrimonio con Scipion. Marie, sconvolta dalle rivelazioni di Tonio, resta chiusa nella sua stanza. Sulpice decide di dirle tutta la verità e Marie – appresa la notizia che la Marquise è sua madre – accetta di celebrare le nozze. Le due donne si abbracciano commosse, ma mentre Marie sta per firmare l’atto di matrimonio entrano i soldati del Ventunesimo, accorsi in suo aiuto. Tonio svela che Marie è la figlia del reggimento, di cui era la vivandiera. Marie mette a parte gli amici di ciò che ha scoperto, e dice loro che è costretta a firmare per amore di sua madre. La Marquise però si rende conto del proprio egoismo, e indica in Tonio il futuro sposo di sua figlia. Il coro chiude con un canto alla Francia e all’amore.
L’opera è introdotta, come d’uso, da un’Ouverture, allusiva a temi e materiali che l’apertura del sipario chiarirà. Il Larghetto evoca sonorità bucoliche e boschive, corni da caccia, cinguettare di flauti: un anticipo di quel paesaggio tirolese che farà da sfondo alla vicenda. L’Allegro che segue ha la struttura che ormai da decennî prevaleva nel tempo iniziale di una sinfonia (d’accademia o da teatro), di un concerto, di una sonata, di un quartetto: presentazione di almeno un paio di motivi in relazione armonica, loro elaborazione o episodio diversivo, ripresa e code finali. A essere presentati sono un primo motivo molto morbido, legato, su di un bordone campestre, e un secondo di tutt’altro tipo, marziale: un acconto della chanson militaresca «Chacun le sait». La transizione dall’uno all’altro è segnalata da un ‘gesto’ scattante e staccato, nettamente profilato, seguito da una coda brillante. Protagonista del breve sviluppo, armonicamente divagante, è solo il primo motivo. Il secondo, invece, è tenuto in serbo per annunciare la ripresa (affiancato inaspettatamente da un terzo motivo, trascinante, alla tromba), e per capeggiare la perorazione finale: prima di chiudere, riappare però anche il motivo che aveva avviato la transizione. Per quanto di linee svelte, quest’Ouverture condensa più d’un aspetto: la struttura essenziale di un Allegro sinfonico, un nodo della vicenda (Tirolesi pastori e agricoltori vs Francesi militari invasori: come nel Guillaume Tell di Rossini, Svizzeri vs Austriaci), la generosa fluvialità dell’invenzione melodica donizettiana.
Atto primoDopo poche battute ‘d’ambiente’, il N. 1 (Introduction «L’ennemi s’avance») si apre con la semplice ma intensa supplica corale alla Vergine («Sante Madonne»), in popolana omoritmia. Tutti s’inginocchiano, compresa la comica Marquise de Berkenfield: il tono vira decisamente al grandioso sublime. I francesi sembrano volgersi altrove, e la Marquise può commentare con comodo la situazione, sdegnata per l’affronto alla sua persona, con tipici couplets da opéra-comique («Pour une femme de mon nom»). Tutti festeggiano lo scampato pericolo (stretta: «Allons, plus d’alarmes!»). Coro – Assolo di una seconda parte – Stretta generale: era la struttura delle opere italiane, dai tempi di Rossini.
Decisamente più francese è invece il N. 2 Duo «Au bruit de la guerre», in cui Marie sfoggia tutto il suo orgoglio marziale e patriottico, con il rincalzo del sergente Sulpice. Il tutto conoscerà una parziale ripresa ‘da capo’: una struttura non certo tipica dei duetti italiani. Tra i due blocchi, il loro dialogo è a guida orchestrale (una soluzione invece italianeggiante). Alla ripresa, però, Donizetti aggiunse una coda travolgente, ignota al libretto, in cui scatena Marie e Sulpice nell’imitazione del tamburo («Rataplan»), punteggiata dai tipici appelli militareschi: «en avant», «march». Marie è proprio «la fille du régiment».
Come se non bastasse, nel N. 3 Donizetti intervenne a rimodellare il ‘numero’ per enfatizzarne le valenze militaresche. I librettisti avevano previsto come «Chant» ed «Ensemble» tutta la sezione da «Un soir, au fond d’un prècipice» in poi. Donizetti la trattò invece a recitativo ‒ col coro! ‒, salvo il faceto coretto «C’est un traître» (versi e musica per militari da operetta: una situazione potenzialmente drammatica, con Tonio arrestato come spia, virata in commedia). In questo modo poté concentrarsi sulla Chanson «Chacun le sait, chacun le dit», ronde strofica elevata a «chant du régiment» e anticipato nell’Ouverture: una marcetta coronata da un rapinoso refrain a valzer («Il est là, morbleu!»), raccolto dal coro. Dopo un breve recitativo, la stretta «Dès que l’appel sonne» è anch’essa tutta militaresca, una marcia con tratti melodico-ritmici che riecheggiano trombe e tamburi.
Dopo una tal parata di sonorità belliche e da caserma, il Duo N. 4 «Quoi ! Vous m’aimez? / Si je vous aime !...» chiama in scena il mondo dei sentimenti: «Altri canti di Marte, e di sua schiera / gli arditi assalti e l’honorate imprese», verrebbe da commentare con Marino (e Monteverdi). Poche battute di recitativo, e Tonio si abbandona a una confessione («Depuis l’instant où, dans mes bras»: in la bemolle maggiore). Sono due strofette di una melodia regolare, tenera, che Marie smorza e commenta in civettuola anticlimax. Alla terza volta, Tonio si slancia in un’intensa e appassionata dichiarazione d’amore («Et puis enfin, de votre absence»: do minore), proclamata «avec feu». Le fa da contrappeso un refrain a 2 («De cet aveu si tendre ») che pare l’emblema del più spumeggiante brio boulevardier. Quando tocca a lei, Marie riprende il motivo tenero di Tonio, diluendovi una versione meno incandescente dell’altro, quello appassionato: ora la spavalda «fille du régiment» è una timida innamorata, e apre il suo cuore pudicamente («depuis ce jour, n’a pas quitté mon coeur»), con un semplice declamato sul tremolo dell’orchestra. Ancora una volta è il refrain a evitare una deriva troppo sentimentale.
Il N. 5 Final «Rantaplan! Rantaplan» riporta alla ribalta il reggimento e le sonorità militaresche. Lo incarna Tonio con un’articolata cavatine («Ah! mes amis, quel jour de fête») in cui dà sfogo anzitutto all’entusiasmo per la sua decisione di essersi arruolato per amore. Forzando il libretto, Donizetti modella questa sezione come un brioso cantabile con ripresa, dopo un episodio intermedio diversivo («L’amour qui m’a tourné la tête»). Gli fa seguito un esteso e snodato tempo di mezzo in cui Tonio ingaggia un serrato confronto con il coro ‒ il ‘padre collettivo’ di Marie ‒ per ottenerne l’assenso. Donizetti incrementa e rimodella i versi destinati a questo colloquio in modo da farne un dialogo più corposo, a guida orchestrale («Messieurs son père»), e la decisione finale, che si attenderebbe contrastata e sofferta, viene presa invece al galoppo, a tambur battente («Que dire, que faire?»): di nuovo, un risibile ribaltamento illogico. La decisione infiamma Tonio, che si slancia a briglia sciolta in una cabaletta a valzer, svettante in acuto («Pour mon âme»). Immediata la doccia fredda: Marie deve lasciare il reggimento e seguire la zia nel castello avito. La situazione precipita nel patetico con la romance strofica «Il faut partir!», in fa minore, canto legato e melodia serrata, per gradi congiunti, i cui versi Donizetti riprende e arricchisce per ricavare una climax che sfoga in fa maggiore («Ah! par pitié»). Analoghe manipolazioni gli sono necessarie per un breve intervento degli astanti tra una strofa e l’altra, e soprattutto per costruire un tipico doppio crescendo concertato ‒ all’italiana ‒ dopo la seconda strofa. La sezione conclusiva vede avvicendarsi le rudi imprecazioni del reggimento («Ô douleur ! ô surprise!»), un davvero inopinato passo savant («Mes chers amis, recevez mes adieux!»: l’inizio di una fuga a tre voci, ricordo del Donizetti studente a Bologna), la svelta stretta conclusiva («Allons, enfans»).
Il sussiegoso minuetto dell’Entr’acte anticipa l’ambiente aristocratico che seguirà.
Atto secondoLa lezione di canto (N. 6 Trio) è tutto giocata sul libero e vivace contrasto fra le caricaturali, artificiose smancerie della canzonetta arcadica «Le jour naissait dans le bocage», straripante di grazie vocali, e l’irrefrenabile affiorare delle sanguigne melodie del reggimento suggerite da Sulpice: il refrain («Rataplan»), l’inno («Le voilà! morbleu»), gli ordini di manovra («En avant!»).
La tristezza per il suo imminente destino di promessa sposa a un nobile rampollo, Marie la sfoga in un Air (N. 7 «Par le rang et par l’opulence») che fa riaffiorare, con coerenza, i tratti della mestizia del suo sconsolato assolo nel Finale: stessa tonalità (fa minore), di nuovo il canto legato con melodia perlopiù a gradi congiunti, e infine la svolta a fa maggiore («Je donnerais toute ma vie»). Qui però il brano è più esteso e articolato: un iniziale cantabile, con sintetica ripresa («A quoi me sert d’être si belle»), più una codetta che porta alla citata sezione in maggiore; un movimentato tempo di mezzo coi richiami militari dall’esterno («Pour ce contrat fatal»); una cabaletta decisamente patriottica, per quanto sagomata sui ritmi del Ländler alpino-tedesco («Salut à la France!»).
Finalmente ricongiunti, Marie, Tonio e Sulpice sbrigliano la loro euforia in un Trio a rondò (N. 8 «Tous les trois réunis») in sol maggiore il cui esordio a tre, di pura effervescenza boulevardier, fa da cornice a un episodio desunto dai suoi saltellanti anapesti («Doux souvenir!» in re maggiore), e a un altro («Tu parleras pour moi!») tutt’affatto diverso e virato al sol minore, che esalta l’ultima reprise del suo scintillante refrain.
Sorpreso dalla terribile Marquise, con le spalle al muro Tonio sfodera l’arma dell’arringa patetica, a cuore aperto: una Romance che il libretto concepiva in due strofe ogni volta sigillate da un ensemble (N. 9 «Pour me rapprocher de Marie») ma che Donizetti sveltisce, rende essenziale e arroventa: il primo ensemble fa da parentesi intermedia, e l’altro da sfondo alla perorazione di Tonio, che fa leva essenzialmente sull’appassionata frase iniziale, la seconda volta arricchita di ascensioni cromatiche e di puntate tenorili in acuto.
Dopo la melodia del valzer/minuetto esterno, già ascoltata come entr’acte, La conclusione è repentina (N. 10 Final «Mais, ô ciel! quel bruit! quels éclats!»): un malinconico cantabile («Quand le destin, au milieu de la guerre») ancor più prosciugato ed essenziale di quello di Tonio, seguito da un ribaltone inaspettato (la Marquise, madre segreta di Marie, acconsente alle nozze con Tonio). Tutti inneggiano al lieto fine intonando il patriottico «Salut à la France!».
Paolo Fabbri