Donizetti deve molto all'insegnamento e ai consigli di Simone Mayr, che in una scuola da questi fondata e diretta a Bergamo gli diede le prime lezioni di musica, facendogli imparare il clavicembalo e il canto. Lo stesso Mayr, in una lettera del 1815, parlò esplicitamente di Donizetti come di un allievo «dotato di talento e genio per la composizione» e lo convinse ad abbandonare Bergamo per raggiungere «la migliore scuola che vantasse in quei tempi l'Italia», cioè la scuola di padre Mattei a Bologna. Dove infatti, felice di seguire al Liceo Filarmonico bolognese il severo e scrupoloso corso di Stanislao Mattei, il diciottenne Donizetti si trasferì e completò gli studi di contrappunto e fuga nel biennio compreso fra l'autunno 1815 e l'autunno 1817: si tratta di studi, concretati in esercizi, che il musicista ormai ventenne raccolse in un fascicolo conservato nel Museo di Bergamo e in cui sono testimoniate la serietà della preparazione e la vivacità dell'ingegno tutt'altro che scolastico del giovane maestro. Questi non smise di comporre in privato molti pezzi chiesastici, arie e melodie a una, due e tre voci, più una decina di sinfonie e scrisse le prime tre opere teatrali in un atto, Il Pigmalione (1816), L'Olimpiade (1817) e L'ira di Achille (1817), non destinate alla rappresentazione e indicative comunque della vocazione teatrale dell'autore, specie per la fervida linea di canto in prevalenza sul resto. In quegli anni di preparazione e di progressivo avvicinamento alla tecnica e allo stile melodrammatico Donizetti cominciò a comporre i primi dei diciotto Quartetti per archi (un diciannovesimo è incompiuto), che, datati tra il 1817 e il 1836, sono un documento della sicurezza strumentale non facilmente raggiunta da ogni musicista italiano di quel tempo, sia per la padronanza del gioco contrappuntistico e sia per la dignità di una forma costantemente vivificata dall'elevatezza dell'invenzione melodica. Specialmente le prime partiture quartettistiche furono scritte quasi di getto dal musicista, come attesta il biografo e amico donizettiano Marco Bonesi. «Fui testimonio — egli racconta — di non aver mai visto Donizetti avvicinarsi al pianoforte nemmeno un istante. Ad un tavolino nella sua stanza, o in qualunque altro sito, tirava giù la sua composizione come scrivesse una sua letterina ad un familiare, anche se fosse stato in mezzo al più forte baccano... Il Mayr, il Bertoli e soprattutto il mio maestro Antonio Capuzzi, esimio violinista e buon compositore, ne erano entusiasti». Alessandro Bertoli, ottimo dilettante di violino, organizzava settimanalmente nella sua casa di Bergamo serate di musica da camera, alle quali interveniva fra l'altro anche Mayr. Si eseguivano pagine cameristiche di Mozart, Haydn e Beethoven e Donizetti vi prendeva parte come violinista e qualche volta come violista nella interpretazione dei suoi Quartetti, che «discendevano per li rami», cioè si richiamavano ai grandi modelli della letteratura tedesca e in particolar modo all'esempio haydniano, per la freschezza e la scorrevolezza tematica e per la scelta del movimento di Minuetto, spesso al posto dello Scherzo di beethoveniana struttura.
Da allora questi Quartetti sono caduti nel dimenticatoio, sopraffatti dalla temperie melodrammatica di cui fu protagonista l'autore, e suscitarono un certo interesse nell'Ottocento da parte di due celebri strumentisti, il violoncellista Alfredo Piatti e il violinista Antonio Bazzini, che nel 1856 ne eseguirono un paio in un concerto a Londra, sollevando entusiastici commenti perfino in una rivista musicale parigina, che in sede di recensione parlò di «magnifici Quartetti con adagi sublimi e ricchi di quelle melodie di cui Donizetti possedeva il segreto». «La scienza musicale — aggiunse la rivista — vi si mostra dappertutto al pari della ispirazione. La connessione delle parti rivela una mano esperta e produce effetti affascinanti. L'armonia è sempre pura ed elevata, senza cessare di essere chiara anche nei passi fugati... Lo stile per quanto seducente non esce dai limiti della vera musica da camera e non scopre mai l'autore di tante opere divenute popolari. Il ritrovamento, dunque, di questi Quartetti è un dono prezioso per il mondo musicale e non dubitiamo che la notizia sia accolta come merita». Un giudizio certamente fin troppo generoso, che, pur sottolineando giustamente i valori musicali di questi lavori scritti da un autore nemmeno ventenne, cerca di non evidenziare il gusto e la sensibilità operistica presente in tali partiture, la cui struttura è essenzialmente cantabile, con la voce del violino in chiave di tenore o di soprano, e non rigorosamente dialettica, come richiede la forma quartettistica classica.
Il Quartetto n. 7 in fa minore reca la data del 6 maggio 1819 ed è stato scritto per la morte del marchese Giuseppe Terzi e dedicato all'amico Bertoli. Nell'autografo ciascuno dei quattro tempi è preceduto dalle seguenti didascalie: primo tempo — Sua malattia, preghiera della consorte e dei figli per la guarigione; secondo tempo — Sua morte; terzo tempo — Disperazione della consorte; quarto tempo — Marcia lugubre. L'Agitatissimo iniziale si distingue per una calda e intensa musicalità, in cui prevale, tra spezzature descrittive, il canto fortemente espressivo del primo violino. Nell'Adagio ma non troppo grava un'atmosfera dolorosa e triste nei ritmi puntati e negli impasti armonici tra secondo violino e viola. Il Presto è caratterizzato da crescendi melodici, interrotti da un Trio in la bemolle in 3/4 quasi una preghiera per una persona scomparsa. Il Maestoso conclusivo ha l'andamento di una marcia funebre malinconicamente cadenzata, che dopo l'epicedio si dissolve in pianissimi sospiri.