Messa da requiem in re minore, A 688, In 183
per i funerali di Vincenzo Bellini
Musica: Gaetano Donizetti (1797 - 1848)
Testo: liturgico
Organico: soprano, contralto, tenore, 2 bassi, coro misto, 2 flauti,
2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, archi, organo
Composizione: 1835
Edizione: Ricordi, Milano, 1870
Fra la moltissima e dispersa musica sacra che Donizetti compose dai primi anni della
propria attività sino agli ultimi mesi di vita artistica, produzione questa che anche
nei maestri più guardinghi spesso troviamo impregnata d'odor di sagrestia e condotta
avanti a metraggio, fra questa musica d'intonazione sacra, dicevamo, si stacca per
distinto significato, e valore ispirativo la «Messa di Requiem»
composta nel 1835, in memoria di Bellini, subito dopo che il Maestro ne aveva appreso,
con profondo dolore, la immatura morte.
Nato da una spontanea a verace effusione dolorósa dell'animo, il Requiem
è pagina dove la pietà donizettiana vibra in profondità d'accento, come aveva vibrato in
tante opere che lo avevano preceduto e come vibrerà in quelle che lo seguiranno. E, non
staremo a tirar fuori la fatua e inutile discussione sulla religiosità di questa composizione,
il che varrebbe a riportare in campo la vieta e superata distinzione dei «generi»; inoltre
la questione dell'essere o no il Requiem opera liturgica, è
fatto che riguarda il ritualismo confessionale e non l'arte.
Due elementi caratterizzano questo vasto pianto lirico col quale un amico superstite canta
l'amico (o almeno tale creduto) scomparso: il lamento castigato e nobile che adombra ogni
melodia, e la drammaticità fiera e scotente che incide nelle parti dove il pianto diventa dramma.
Fin dall'Andante d'introduzione la frase pronunciata in piano
è invocazione lamentevole, e tale è anche l'assorto ripetersi, nelle quattro voci del coro,
del «Requiem aeternam» iniziale. L'insistere della tonalità in re minore e il colore dominante
della mezza voce, offrono l'impressione di un'eco dolorosa sorgente dall'ombra in atmosfera di
mistero. In chiarità aperta si espande il «Kyrie», ravvivato pure da leggeri e saporosi tocchi
di fugato. Ma il dramma si sprigiona nel «Dies irae», dove sul cupo rullio dei timpani e nella
incisività dell'accordo in do minore che risuona in tutta l'orchestra, esplode all'unisono lo
scatto del coro. Nessun fattore intellettualistico interviene qui a incidere sulla sincera
effusione di un fervore tragico nascente da una fede pura e convinta. E' la consapevolezza della
colpa, è l'incertezza di meritarsi il perdono, è quasi il pudore umile a invocare la misericordia
divina, che infonde siffatto tremore. E vedetene la conferma, poco dopo, sulle parole «quantus tremor
est futurus»; laddove il coro, quasi paralizzato dalla visione apocalittica del redde
rationem, scandisce sillabando sottovoce soltanto la prima nota della battuta, mentre gli
archi si agitano nell'angosciato incurvarsi di un ansioso movimento sincopato.
È un tocco di sofferta commozione per il terribile giudizio, che scuote intimamente le fibre del
buon cattolico Donizetti, che di Dio sente la tremenda maestà.
Ed è in queste pagine, più che nelle effusioni di un lirismo liquesciente e castigato che intiepidisce
il duetto «Judex ergo» o la melodia tenorile dell'«Ingemisco», che trovi il musicista capace di uscire
dal fraseggiar alla moda per sorprendere i momenti suggeriti da uno spirito di carità che è di ogni tempo.
Spirito di carità che non vuol dire misticismo, ma piuttosto umana meditazione, a volte drammatica a volte
lirica, sul mistero della morte.
Episodi di contemplativa ingenuità, quasi casi di fiduciosa speranza, sono il terzettino «Praeces meae»,
e 1'«Oro supplex» del basso, che seguono la vigorosa ripresa del tema del «Dies Irae» nel «Confutatis maledictis»;
dove notevole spicco di eloquente incisività ottengono le parole «maledictis flammis acribus», cui risponde,
contrappuntando, la implorazione del «voca me». Nel «Lacrymosa dies illa» spira aria di preghiera, e 1'«Amen»
si amplifica in un austero saggio di dottrina contrappuntistica, dove lo scolasticismo tematico tende ad
ammorbidirsi nel semplice e fervoroso chiaroscuro del fugato.
Ultima confessione di sofferta pietà è il mosso e variato episodio finale del «Libera me», dove il sacro
testo appare sottolineato con icastico accento, riassumendo nelle discordanti sue movenze la incontaminata
meditazione del musicista sul mistero dell'eterno riposo.
Guglielmo Barblan
Testo
REQUIEM
(coro)
Requiem aeternam dona eis,
Domine; et lux perpetua luceat eis.
(soli e coro)
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et tibi
reddetur votum in Jerusalem; exaudi
orationem meam; ad te omnis caro veniet.
Requiem aeternam dona eis, Domine; et
lux perpetua luceat eis.
(coro)
Kyrie eleison; Christe eleison;
Kyrie eleison; Christe eleison;
Kyrie eleison.
(coro)
Requiem aeternam dona eis,
Domine, et lux perpetua luceat eis.
ANTIFONA
(coro)
In memoria aeterna erit justus, ab
auditione mala non timebit. Absolve,
Domine, animas omnium fidelium defunctorum
ab omni vinculo delictorum et grada illi
succurrente mereatur evadere judicium
ultionis et lucis aeternae beatitudinem perfrui.
DIES IRAE
(coro)
Dies irae, dies illa,
Solvet saeclum in favilla,
Teste David cura Sibilla.
Quantus tremor est futurus,
Quando Judex est venturus,
Cuncta stricte discussurus!
(tenore, baritono, basso)
Tuba mirum spargens sonum,
Per sepulchra regionum,
Coget omnes ante thronum.
Mors stupebit et natura
Cum resurget creatura,
Judicanti responsura.
Liber scriptus proferetur
In quo totum continetur:
Unde mundus judicetur.
(tenore, baritono)
Judex ergo cum sedebit,
Quidquid latet apparebit,
Nil inultum remanebit.
Quid suoi miser tunc dicturus?
Quem patronum rogaturus,
Cum vix justus sit securus?
(soli e coro)
Rex tremendae majestatis,
Qui salvandos salvas gratis,
Salva me, fons pietatis.
Recordare, Jesu pie,
Quod sum causa tuae viae,
Ne me perdas illa die.
Quaerens me sedisti lassus,
Redemisti Crucem passus,
Tantus labor non sit cassus.
Juste Judex ultionis,
Donum fac remissionis
Ante diem rationis.
Ingemisco tanquam reus,
Culpa rubet vultus meus:
Supplicanti parce, Deus.
Qui Mariam absolvisti,
Et latronem exaudisti,
Mihi quoque spem dedisti.
(mezzosoprano, tenore, basso)
Preces meae non sunt dignae,
Sed tu, bonus, fac benigne
Ne perenni cremer igne;
Inter oves locum praesta,
Et ab haedis me sequestra,
Statuens in parte dextra.
(soli e coro)
Confutatis maledictis,
Flammis acribus addictis,
Voca me cum benedictis.
(basso)
Oro supplex et acclinis,
Cor contritum quasi cinis,
Cere curanti mei finis.
(coro)
Lacrymosa dies illa,
Qua resurget ex favilla,
Judicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu, Domine,
Dona eis requiem. Amen.
OFFERTORIO
(baritono e coro)
Domine, Jesu Christe, Rex gloriae, libera
animas omnium fidelium defunctorum de poenis
inferni et de profundo lacu: libera eas de ore
leonis, ne absorbeat eas Tartarus, ne cadant in
obscuruin; sed signifer Sanctus. Michael repraesentet
eas in lucem sanctam. Quam olim Abrahae promisisti
et semini eius.
Hostias et preces tibi, Domine, laudis offerimus:
tu suscipe pro animabus illis, quarum hodie memoriam
facimus: fac eas, Domine, de morte transire ad vitam.
Quam olim Abrahae promisisti et semini eius.
LUX AETERNA
(coro)
Lux aeterna luceat eis, Domine, cum Sahctis tuis
in aeternum, quia plus es.
Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua
luceat eis, cum Sanctis tuis in aeternum, quia pius es.br>
LIBERA ME, DOMINE
(soli e coro)
Libera me, Domine, de morte aeterna in die illa tremenda:
quando caeli movendi sunt et terra, dum veneris judicare
saeculum per ignem.
Tremens factus sum ego et timeo, dum discussio venerit
atque ventura ira, quando coeli movendi sunt et terra.
Dies illa, dies irae, calamitatis et miseriae; dies magna
et amara valde, dum veneris iudicare saeculum per ignem.
Requiem aeternam dona eis, Domine; et lux perpetua luceat eis.
Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda,
quando caeli movendi sunt et terra, dum veneris iudicare
saeculum per ignem.
KYRIE
(soli e coro)
Kyrie eleison,
Christe eleison,
Kyrie eleison.
(1)
Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia.
Roma, Teatro Argentina, 12 dicembre 1948
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Ultimo aggiornamento 15 febbraio 2024