Nel 1581, con la pubblicazione a Firenze del Dialogo della musica antica et della moderna di Vincenzo Galilei, si affermano in modo inequivocabile quei principi teorici che di lì a poco faranno nascere la forma d'arte che definiamo "opera in musica".
Per il gruppo di poeti e musicisti riuniti attorno al conte Bardi (la cosiddetta Camerata de'Bardi, di cui facevano parte oltre al Galilei, anche Giulio Caccini e Jacopo Peri) il primato della musica monodica, una sola voce che canta accompagnata da strumenti, è indubbio. Se infatti nella polifonia la parola viene oscurata e si perde all'interno delle fitte trame musicali, la monodia, all'opposto, rende possibile la completa intelligibilità del testo ed anzi si modella su di esso, permettendo un migliore coinvolgimento di colui che ascolta. È quanto sostiene lo stesso Caccini quando nella fondamentale prefazione a Le Nuove Musiche scrive: "la musica altro non essere che la favella e il rithmo et il suono per ultimo, e non per lo contrario a volere che ella possa penetrare nell'altrui intelletto e fare quei mirabili effetti che ammirano gli scrittori e che non potevano farsi per il contrappunto nelle moderne musiche".
Il voler porre la parola al centro, e con essa la soggettività del sentire e del comporre, altro non è che portare nella musica quello che la pittura del Rinascimento aveva già ampiamente affermato: la centralità dell'individuo, non più inteso quale voce parte di un tutto organico, come ben rappresentava il madrigale, bensì come singolo essere dotato di una propria identità e soprattutto di una propria psicologia. Se ripensiamo all'introspezione psicologica dei ritratti di Leonardo o a quelli così pregnanti del Giorgione, possiamo facilmente comprendere come la musica seguisse ad un secolo di distanza il percorso tracciato dall'arte figurativa.
Il canto a voce sola non nasceva certo dalle riflessioni del cenacolo fiorentino, essendo da sempre diffuso nelle forme popolari. Ora però si trasferiva a pieno titolo nella musica "colta", dopo le fugaci apparizioni negli Intermedi e nei Madrigali rappresentativi.
Inoltre, il teorizzare monodico, con il suo richiamarsi apertamente alle forme della tragedia greca, con il prendere coscienza della necessità del ritorno a qualcosa di precedente, divenne un momento di grande rottura rispetto ai presupposti fondamentali del Rinascimento, segno di una crisi che già illuminava il nascente Barocco.
Dai presupposti della monodia nacque dunque l'opera, ma questa non fu l'unica forma in cui la "nuova maniera" si diffuse e si affermò, una volta raggiunta piena autonomia e dignità d'arte. Per tutto il Seicento si pubblicarono decine e decine di raccolte a voce sola, usando le definizioni più diverse (Arie, Villanelle, Scherzi, Madrigali, Canzonette, Cantate), spesso con testi poetici di grande valore. E la disponibilità delle edizioni a stampa, ora partiture complete rispetto alle parti staccate dei madrigali polifonici, influì enormemente sulla fruizione e diffusione del nuovo genere, esaltandone la libertà creatrice, come ben dimostrano i brani del concerto di questa sera.
Accanto alla voce, a suo fondamento, sia armonico che ritmico, venne posto il basso continuo, una linea di basso strumentale che, lasciando all'esecutore, anzi prescrivendo, una certa libertà di realizzazione, ne riaffermava ancor di più il carattere di spiccata individualità.
Girolamo Frescobaldi, a lungo organista di San Pietro a Roma, fu un formidabile compositore per strumenti a tastiera. Tra le sue non molte opere vocali, una particolare attenzione va riservata ai due libri di Arie musicali, stampati entrambi a Firenze nel 1630, quando il musicista ferrarese si trovava colà come "organista del Serenissimo Gran Duca di Toscana".
Dal Primo libro proviene Se l'aura spira, propriamente una variazione strofica (variando la voce il basso rimane pressoché immutato) in tempo ternario di grande vitalità, divisa in tre parti e chiusa da una breve sezione finale.
Claudio Osele
L'aria per voce e basso continuo Se l'Aura spira è scritta secondo la tecnica della variazione su basso strofico: il basso si ripete infatti praticamente identico nel corso delle tre sezioni che compongono l'aria, mentre al canto è assegnata una linea ogni volta diversa. Il senso del testo è qui felicemente reso da Frescobaldi proprio grazie alla scelta di un metro ternario mosso da uno spirito di danza e da pochi ma calibrati madrigalismi - figure atte a dipingere in musica il testo poetico (ad esempio su parole come «ridente», «augello», dove dei brevi melismi sono chiamati a imitare il significato della parola). Gli esecutori, secondo una consuetudine dell'epoca, hanno deciso di inserire due ritornelli strumentali assegnati al cornetto e di far raddoppiare la voce dal medesimo strumento in corrispondenza della sezione conclusiva.
Franco Pavan
Se l'aura spira
Se l'Aura spira tutta vezzosa
la fresca Rosa ridente sta,
la siepe ombrosa di bei smeraldi
d'estivi caldi timor non ha.
A' balli, a' balli liete venite.
Ninfe gradite, fior di beltà,
or, che sì chiaro il vago fonte
dall'alto monte al mar sen va.
Suoi dolci versi spiega l'Augello,
e l'Arbuscello fiorito sta,
un volto bello all'ombra accanto
sol si dia vanto d'aver pietà.
Al canto, al canto, Ninfe ridenti,
scacciate i venti di crudeltà.