Concerto grosso per archi in mi minore, op. 3 n. 3


Musica: Francesco Geminiani (1687 - 1762)
  1. Adagio e staccato (mi minore)
  2. Allegro (mi minore)
  3. Adagio (la minore)
  4. Allegro (mi minore)
Organico: 2 violini solisti, 2 violini di ripieno, viola, violoncello, basso continuo
Composizione: 1732
Edizione: John Walsh, Londra, 22 aprile 1732
Guida all'ascolto (nota 1)

Il Concerto grosso è la forma musicale più significativa e importante del Barocco strumentale italiano ed è costruito sulla sintesi dialettica tra un gruppo di strumenti solisti (il concerto piccolo o concertino) e la massa dell'orchestra (il concerto grosso, da cui prende il nome). Esso fu plasmato nei suoi tratti essenziali e portato al più alto sviluppo da Arcangelo Gorelli, ripreso e arricchito da Alessandro Scarlatti secondo il nuovo gusto sinfonico settecentesco e diffuso e reso popolare anche sul piano europeo da Antonio Vivaldi. Ma il primo momento della fioritura sinfonica italiana del Settecento è legato ad alcuni nomi di compositori, come Giuseppe Valentini, Francesco Geminiani, Francesco Manfredini, Pietro Locatelli, Benedetto e Alessandro Marcello, i quali, pur con personalità distinte, hanno diversi punti di contatto con lo stile di Vivaldi. Tra questi musicisti del tardo Barocco, Geminiani è uno elei più interessanti per l'estrosità della tecnica e l'arditezza delle sue invenzioni armoniche. Fu allievo dapprima di Carlo Ambrogio Lonati, detto il Gobbo, a Milano e poi di Corelli per il violino e di Alessandro Scarlatti per la composizione a Roma. Temperamento versatile e irrequieto, Geminiani fu un grande virtuoso del violino e in questa veste, insieme a quella di compositore e di didatta, colse notevoli successi a Londra, Parigi e Dublino, tanto da essere considerato in Inghilterra e in Irlanda il portavoce dell'arte violinistica italiana. Le sue opere più note sono le dodici Sonate a violino e cembalo op. 1 (1716), le sei Sonate di violoncello e basso continuo op. 5 (1746), i diciotto Concerti grossi op. 2 (1732), op. 3 (1733) e op. 7 (1746), senza considerare i numerosi lavori didattici, tutti in lingua inglese, e specialmente il suo metodo per il violino «The art of playing on the violin op. 9» pubblicato nel 1731.

I musicologi non sono concordi nella valutazione critica dell'arte di Geminiani: Burney nella sua Storia della musica lo considera un estemporaneo e un estroso, con scarsa fantasia creatrice, mentre il Riemann nel suo Musiklexicon lo ritiene un violinista aperto alle soluzioni tecniche più moderne, pur nell'imitazione dello stile corelliano. In realtà Geminiani da un lato infrange le cristallizzate regole formali e si avvale liberamente di cromatismi e di armonie modulanti, e dall'altro rispetta la struttura architettonica, specie nella scrittura dei fugati. In questo senso è indicativo il Concerto grosso in mi minore op. 3 n. 3, in cui le sei battute dell'Adagio introduttivo restano sospese due volte su instabili accordi di settima diminuita: una trovata armonica certamente originale. Nel successivo Allegro in forma di fuga la magistrale tecnica contrappuntistica si sposa ad una vivace spregiudicatezza dissonante, quasi a non tener conto della convenzionale simmetria delle parti. L'Adagio si attiene ad una corretta articolazione ritmica, che sembra anticipare certi procedimenti tecnici bachiani riscontrabili nei cori della Passione secondo San Matteo. L'Allegro finale è di stampo fugato e brillantemente discorsivo.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 24 aprile 1981


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Ultimo aggiornamento 20 maggio 2026