Ruslan e Ludmilla, ouverture


Musica: Michail Ivanovič Glinka (1804 - 1857)

Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, archi
Composizione: 1837 - 1842
Prima esecuzione: San Pietroburgo, Teatro Bol'šoj Kamennyj, 27 novembre 1842
Guida all'ascolto (nota 1)

Personaggio singolare di compositore senza una solida preparazione musicale, Glinka è comunque considerato il musicista russo più importante della prima metà dell'Ottocento e quindi l'iniziatore dello stile musicale del suo paese. All'ingenuità della tecnica compositiva sopperiva con la fluidità di invenzione musicale, caratteristica comune ad altri compositori russi del XIX secolo.

Iniziò come pianista e cantante dilettante, dedicandosi dal 1828 sempre più ad esperimenti operistici in stile italiano. Ben tre anni passò nel Paese del melodramma incontrando Bellini e Donizetti, ma la conoscenza approfondita dell'opera italiana lo spinse a ricercare radici più personali e a scrivere un'opera che fosse autenticamente russa. Nacque così Una vita per lo Zar andata in scena nel 1836 e tanto fortunata che d'improvviso Glinka si ritrovò ad essere famoso e quasi invidiato; Cajkovskij appare "turbato" da questo successo quando afferma che «[Glinka] è un fenomeno senza precedenti nel campo dell'arte. Un dilettante che si diverte a suonicchiare il pianoforte e il violino, a comporre quadriglie assolutamente impersonali e fantasie sulle Arie italiane alla moda, che tenta di esercitarsi sulle forme serie (Quartetto e Sestetto) e nella Romanza, ma che in definitiva scrive soltanto banalità in stile 1830, questo dilettante produce all'improvviso a trentatrè anni un'opera la cui genialità, lo slancio, la novità e la perfezione tecnica eguagliano le più profonde creazioni del mondo artistico».

La composizione della sua seconda opera, Ruslan e Ljudmila, fu al contrario molto travagliata: i primi progetti risalgono al 1837 ma solo nel 1842 l'opera vide la luce. L'insuccesso di questo secondo lavoro allontanò Glinka per un po' dalla composizione; un viaggio a Parigi e l'incontro con Berlioz, che lo stimava per le sue capacità di orchestratore, gli diedero di nuovo la forza di scrivere. Con perfetta lucidità è proprio Berlioz che ci dà un profilo esatto del compositore: «L'ingegno di Glinka è essenzialmente duttile e vario. Il suo stile ha la rara dote di sapersi adattare, secondo il desiderio del compositore, alle esigenze e al carattere del soggetto trattato. Glinka può essere semplice e perfino ingenuo senza mai condiscendere a una frase volgare. Le sue melodie hanno svolgimenti insospettati, e sono costruite su temi che avvincono per la loro stranezza e singolarità. È un grande orchestratore, e la cura con cui impiega gli strumenti, la perfetta conoscenza delle loro più intime risorse, rendono la sua orchestra una delle più nuove, brillanti e moderne che ci sia dato di udire».

Glinka che era riuscito ad innestare la tradizione europea (Weber in particolare) sulla tradizione russa: operazione delicata «effettuata in modo originale, con spostamenti a volte minimi di colore, di ritmo, cogliendo preziose sfumature dalla radice linguistica, dal moto irregolare della danza paesana, dai modi chiesastici di eredità bizantina» (R. Tedeschi).

Queste doti essenziali si ritrovano nell'ouverture di Ruslan e Ljudmila, dove gli accenti di danza, la vivacità dei temi impiegati, il colore strumentale, sembrano sgorgare senza difficoltà da un'orchestra accattivante in cui la particolare forza degli ottoni (quattro corni, due trombe, tre tromboni) percuote lo spazio con gioia assordante. Anche la struttura formale, grazie al perfetto equilibrio delle proporzioni, contribuisce a dare un senso di assoluta compattezza; l'ascoltatore è perfettamente a proprio agio nella tonalità (cosa più familiare e piacevole di Re maggiore?), nel ritmo incalzante ma mai ansioso, nelle melodie (decise e al contempo eleganti), nell'orchestrazione densa e mai ripetitiva. Non stupisce quindi che questa Ouverture sia diventata, nel corso del tempo, un paradigma per la successiva musica nazionale russa, nonché una pagina amata dalle orchestre che possono così mettere in luce tutte le loro qualità dinamiche e timbriche.

Fabrizio Scipioni


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 12 febbraio 2005

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Ultimo aggiornamento 21 novembre 2019