Orfeo ed Euridice, Wq. 30

Azione teatrale per musica in tre atti

Musica: Christoph Willibald Gluck (1714 - 1787)
Libretto: Ranieri de' Calzabigi

Ruoli: Organico: 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, oboe d'amore, fagotto, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni barocchi, timpani, clavicembalo, tiorba, archi
Composizione: 1762
Prima rappresentazione: Vienna, Burgtheater, 5 ottobre 1762
Edizione: Duchesne, Parigi, 1764
Sinossi

ATTO PRIMO

Scena prima

La scena si svolge in un boschetto di allori e cipressi: è il luogo dove è sepolta Euridice. Il coro di ninfe e pastori, portando «serti di fiori e ghirlande di mirto», intonano mestamente un canto rivolto alla fanciulla scomparsa, in cui viene evocato il dolore inconsolabile provato da Orfeo per la sua morte. Quest’ultimo prega i suoi seguaci di lasciarlo solo a meditare sulle sue sventure. Dopo aver chiamato a gran voce la propria sposa, il cantore sfida le divinità infere affermando che, seguendo l’esempio di altri eroi, ardirà recarsi fino all’Averno per riprendersi l’amata che gli è stata strappata.

Scena seconda

Giunge Amore, e annuncia a Orfeo che Giove ha avuto pietà del suo dolore: gli permetterà di varcare le soglie degli inferi e riportare Euridice in vita. Orfeo viene avvisato però che potrà compiere quest’impresa soltanto a patto che in tutto il percorso di ritorno non si volga a guardare l’amata, altrimenti la perderà all’istante e per sempre. Orfeo è diviso tra la gioia di poter rivedere la propria sposa e le incertezze che si frappongono alla rinnovata felicità. Teme che Euridice non possa comprendere il suo silenzio e la sua ostinata volontà di non rivolgere lo sguardo verso di lei. Poi si risolve a tentare: «Ho risoluto. Il grande, / l’insoffribil de’ mali è l’esser privo / dell’unico dell’alma amato oggetto: / assistetemi, o dei, la legge accetto».

ATTO SECONDO

Scena prima

Orfeo, giunto in un luogo «orrido e cavernoso di là dal fiume Cocito», guarda le furie e gli spettri degli inferi ballare «al suono di orribile sinfonia» e comincia a cantare con la sua lira. Le creature infere cercano di atterrirlo domandandogli come mai un semplice mortale abbia avuto la temerarietà di calcare quelle sponde. Il poeta spiega il motivo del suo peregrinare e poco a poco addolcisce quel tenebroso uditorio: «Men tiranne ah! voi sareste / al mio pianto, al mio lamento, / se provaste un sol momento / cosa sia languir d’amor». Definitivamente conquistati, gli esseri infernali lo lasciano passare («Le porte stridano / su’ neri cardini, / e il passo lascino / sicuro e libero / al vincitor), e Orfeo varca le soglie dell’inferno.

Scena seconda

L’ambiente in cui il poeta si ritrova è delizioso «per i boschetti che vi verdeggiano, i fiori che rivestono i prati, i ritiri ombrosi che vi si scuoprono, i fiumi e i ruscelli che lo bagnano». Qui giacciono in pace eroi ed eroine, ma Orfeo, impaziente di reincontrare Euridice chiede loro con insistenza dove si trovi. Le ombre elise lo tranquillizzano promettendogli che presto la sua sposa giungerà, poi si cimentano in un ballo festoso. Subito dopo un coro di eroine conduce Euridice al cospetto di Orfeo, che senza guardarla in volto la prende per mano e la porta via con sé.

ATTO TERZO

Scena prima

Arrivati a una spelonca che forma un labirinto, i due sposi procedono verso la vita. Orfeo, memore della proibizione impartitagli da Giove, cammina innanzi senza guardare mai indietro. Euridice, dopo il primo momento di incredula felicità, comincia a interrogarsi sul perché l’uomo che ama, dopo aver compiuto una così eroica impresa e averla liberata dai lacci della morte, non si fermi nemmeno un istante a contemplare il suo volto. Orfeo, ansioso di condurla di nuovo con sé nella terra dei vivi, le risponde in modo sbrigativo e reticente. Mano a mano che proseguono nel percorso Euridice si addolora e si spazientisce sempre più («Ah infido! E queste / son l’accoglienze tue! / Mi nieghi un sguardo, / quando dal caro amante / e dal tenero sposo / aspettarmi io doveva gli amplessi e i baci!»). Orfeo tace, e la collera della sua sposa aumenta al punto da farle esclamare: «No: più cara è a me la morte / che di vivere con te». Orfeo è più volte tentato di girarsi e rassicurare la sua amata, ma resiste strenuamente e continua a camminare. A un certo punto però le lamentele e i pianti di Euridice si fanno per lui troppo crudeli e cedendovi si gira a guardarla. In quel momento Euridice muore per la seconda volta e Orfeo è risoluto a togliersi la vita per accompagnarla ai campi elisi.

Scena seconda

Sopraggiunge Amore a bloccare la mano con cui Orfeo vuole infliggersi la morte. Disarmatolo, lo calma e rasserena dicendogli che Euridice risorgerà una volta ancora: «Assai / per gloria mia soffristi, Orfeo. Ti rendo / Euridice, il tuo ben. Di tua costanza / maggior prova non chiedo. Ecco: risorge / a riunirsi con te». La donna si alza «come svegliandosi da un profondo sonno». I due amanti, finalmente riuniti, si abbracciano e vanno via insieme.

Scena terza

Presso un «magnifico tempio dedicato ad Amore», Orfeo, Euridice, Amore ed il coro innalzano un inno: «Trionfi Amore, / e il mondo intiero / serva all’impero / della beltà».

Guida all'ascolto (nota 1)

Una Overtura in do maggiore annuncia l’imminente azione teatrale, un ‘gesto’ orchestrale di natura squillante si ripropone con farciture varie, a diversi livelli armonici: è una pagina ‘astratta’, un avviso musicale, privo del compito di anticipare vicende o clima di quanto seguirà.

«All’alzarsi della tenda al suono di mesta sinfonia» in do minore ci troviamo ex abrupto catapultati nel pieno di un rito funebre. Si dà per scontato che lo spettatore conosca l’antefatto del mito: del resto, prendeva avvio un’«azione teatrale», non un consueto «dramma per musica» pensato per dipanare passo passo storie intrecciate a più fili.

Un coro sillabico e omoritmico (cioè a più voci, ma dal ritmo identico per far ben percepire le parole), tutto sincopi e ‘appoggiature’ patetiche, sta tributando fiori e profumi alla tomba di Euridice. Orfeo ne «va di tempo in tempo replicando il nome»: una prescrizione aggiuntiva suggerita dalla didascalia, non contemplata dall’assetto metrico di quel passo del libretto. Poi, a recitativo accompagnato, chiede di restare solo e il coro completa l’ufficio funebre dapprima muto (un breve ballo pantomimico), e poi ricantando la sua invocazione. Solo in scena, a quel punto Orfeo dà compiuto sfogo al suo dolore in un rondeau («Chiamo il mio ben così») di tre strofette che incorniciano due sezioni a recitativo (sempre accompagnato), di varie dimensioni ma dal medesimo incipit, il disperato appello «Euridice! Euridice!». Un recitativo ulteriore esplicita il suo eroico proposito di scendere agli Inferi, come suoi illustri predecessori: Eracle, Enea.

Questo blocco di azioni dà un saggio immediato e paradigmatico dei propositi innovativi del trio Calzabigi-Gluck-Angiolini: essenzialità della vicenda, cori che cantano e agiscono pantomimicamente, assoli unicamente lirici (non sentenziosi o di similitudine), arie estranee allo schema del ‘da capo’, vocalità individuale o collettiva prevalentemente sillabica, rifiuto del canto fiorito, recitativi esclusivamente nella modalità accompagnata.

L’atto primo si chiude su di un’altra situazione (scena 2), l’apparizione di Amore che comunica a Orfeo la condizione stabilita dagli dei, cioè il divieto di guardare Euridice. Dopo il recitativo, l’arietta (bipartita, con replica e coda) funge da motto e ammonimento, quasi fosse un cartiglio di commento a ciò che gli viene imposto: la relazione con il recitativo precedente non è lontana da quanto praticava Metastasio, ma la situazione la giustifica, e la struttura musicale dell’aria è tutt’altra. Chiude l’atto un tormentato recitativo di Orfeo che effetto teatrale mentre l’orchestra accenna a sonorità tempestose, e nessuna aria conclusiva: un’assenza che di sicuro colpiva lo spettatore dell’epoca.

Anche l’atto secondo consta di due soli nuclei rappresentativi. Si comincia seguendo Orfeo nella sua discesa agli Inferi, cui si oppongono «Furie e Spettri», con azioni e parole. Ancora una volta la danza non è semplice movimento collettivo aggraziato e stilizzato, ma pantomima che ‘racconta’ e si lega alle fasi della vicenda in scena. E il coro ‒ esso pure danzato ‒ martella con forza omoritmica le sue parole aggressive (in versi sdruccioli: una caratterizzazione infernale risalente al secolo prima).

Rispetto al tombeau dell’atto primo, ora la situazione è rovesciata. Al ‘cantabile’ di Orfeo sulla sua «lira» (resa dall’arpa e dagli archi) si oppongono brutalmente i «No!» del coro rinforzati da cornetto e tromboni, ma alla lunga questi avversari sono vinti dalla forza ammaliatrice del mitico cantore, le cui strofette ora si alternano a quelle del coro. Musicalmente, però, la sequenza non è affatto strofica, ma evolutiva: le quartine di Orfeo ricevono veste sonora sempre diversa, gli interventi del coro ‒ salvo intenzionali riprese ‒ mantengono al massimo la caratteristica rima sdrucciola.

Il graduale ritiro di Furie e Mostri consente a Orfeo l’accesso al mondo sotterraneo, e il successivo transito agli Elisi. Il suo ingresso in quel paesaggio paradisiaco è salutato da un ‘arioso’ («Che puro ciel! Che chiaro sol! Che nuova») di straordinaria fattura orchestrale. Sulla banda sonora continua fornita dal corno, viole e bassi scandiscono il ritmo con regolarità, e i violini primi dipanano ininterrottamente festoni di terzine ondulanti. È un tappeto sonoro su cui spicca una melodia dell’oboe, punteggiato da una miriade di figurazioni minimaliste sparse di violini secondi, flauto e violoncello solo. Le parole di Orfeo si adagiano con naturalezza su questa texture, dando luogo a una ‘pittura’ sonora sorprendente e davvero unica, nelle abitudini dell’epoca. Cori e danze elisie salutano poi l’arrivo di Euridice e la partenza della coppia.

Il percorso a ritroso nell’Oltretomba vede crescere strada facendo i dubbi di Euridice sul comportamento di Orfeo, e scemare la determinazione di questi a tener fede al voto impostogli. Estesi recitativi accompagnati sono il terreno ideale per rendere il continuo e vario ribollire dei sentimenti. Due nuclei vengono messi a fuoco con più regolato profilo: un duetto a diverbio («Vieni: appaga il tuo consorte») e l’aria agitata di Euridice («Che fiero tormento!»). Sottratta al «placido oblio» della vita ultraterrena e richiamata alle «tempeste» del mondo, quest’ultimo ‘numero’ si concretizza di conseguenza in un simulacro di aria col ‘da capo’: uno sguardo all’indietro, l’unico in tutta la partitura, che la situazione può ben giustificare.

Di nuovo il recitativo si anima e arricchisce d’interventi orchestrali per il passo cruciale della ‘seconda morte’ di Euridice. Orfeo la compiange poi in un’aria che Calzabigi disegna sul vecchio modello ‘con intercalare’ (una sorta di refrain iniziale e finale: «Che farò senza Euridice! / Dove andrò senza il mio ben!»), e che Gluck risagoma invece a rondeau tripartito, riecheggiando struttura (e qualche minuto tratto: le invocazioni «Euridice! Euridice!») di quello che il protagonista aveva intonato nell’atto primo sulla tomba dell’amata.

Il recitativo che segue s’intensifica fino all’arioso («Sì: aspetta, o cara / ombra») in cui Orfeo si accinge al suicidio. Lo blocca l’intervento provvidenziale di Amore, che poi resuscita Euridice. Pastori e pastorelle festeggiano con cori e danze il ritorno della coppia.

Paolo Fabbri


(1) Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro La Fenice,
Venezia, Teatro Malibran, 28 aprile 2023


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Ultimo aggiornamento 31 marzo 2024