La composizione dei Concerto doppio in fa maggiore viene fatta risalire (al pari di quella del suo «gemello» in si bemolle, che ne differisce leggermente nell'organico, privo dei corni) agli anni fra il 1740 e il '50, ossia ad un'epoca successiva sia alla composizione che alla pubblicazione della maggior parte dei concerti di Händel: i sei Concerti grossi dell'Op. 3 erano stati pubblicati nel '34, i dodici dell'Op. 6 nel '40, i tre concerti per oboe sempre nel '40, e le due serie di concerti per organo e oboi rispettivamente nel '38 e '40. I due Concerti doppi ebbero invece la prima edizione nel 1797, nell'ambito di quella raccolta, che ambiva ad esser completa, dei «Works of Handel», avviata nell'87 col patrocinio di Giorgio II da Samuel Arnold: una delle conseguenze concrete di quella vera e propria divinizzazione di Händel che si verificò in Inghilterra nei decenni successivi alla morte di lui. II Concerto fu poi edito nel 47° volume degli Opera omnia curati da F. Chrysander, che ne riportano pure una seconda versione.
L'organico, abbastanza anomalo, prevede accanto agli archi e al cembalo un nutrito concertino di strumenti a fiato suddiviso in due cori, ciascuno dei quali composto da due corni, due oboi e un fagotto. Una presenza così ragguardevole di fiati è del tutto in linea con la sensibilità timbrica di Händel, che predilesse gli strumenti a fiato sino ad anteporli, nei propri interessi, addirittura al violino, trionfatore indiscusso per oltre un secolo di tutta la musica strumentale europea. Più specificamente, un organico simile lascia presumere che il Concerto in fa sia stato pensato per una esecuzione all'aperto (per tutto il. settecento la presenza di un buon numero di fiati, anche in lavori di proporzioni cameristiche, significava appunto una destinazione delia musica a farsi decorazione sonora di qualche occasione festosa, al di fuori di ambienti chiusi): tanto più che la suddivisione del concertino in due cori, e l'uso che Händel fa di questo espediente, suggeriscono naturalmente il senso di una precisa collocazione spaziale, difficilmente realizzabile in una sala normale.
Il primo movimento è una breve «Ouverture» che blocca il «tutti» su un'unica formula ritmica, realizzando una massiccia solennità. Segue un «Allegro» dove il dialogo tra i due cori e la massa degli archi conferisce una sontuosa ricchezza alla tecnica compositiva «a terrazze», nobilitando lo stesso giuoco di progressioni in cui si articola una invenzione melodica opulenta. Nel terzo movimento agiscono quasi esclusivamente i due cori di fiati, in un simmetrico scambio di idee; gli archi si limitano ad intervenire con un robusto ritornello verso la conclusione, coronando con imponenza questo magnifico movimento. L'«Adagio» è un breve momento di sosta, che sembra quasi serbare il ricordo di un certo «spleen» veneziano; quindi, nell'«Andante larghetto», un maestoso ritmo ternario, sul quale i due concertini tornano ad intrecciare il loro superbo dialogo. Il movimento conclusivo, su un ritmo di giga, è una di quelle «scene di caccia» che erano un po' un luogo comune nel concerto barocco: lo aprono i richiami dei corni, con evidente funzione allusiva; le risposte degli altri gruppi strumentali danno vita ad un brano di eccezionale efficacia.