Muzio Scevola (atto III), HWV 13
ATTO TERZO
[Ouverture]
Scena prima
La corte di re Porsenna, sovrano di Toscana
Porsenna e Clelia
[Recitativo]
PORSENNA
Dopo l’arrivo degl’illustri ostaggi
sicuro sì, ma non contento ho il core,
ch’assai più periglio
la nova guerra mi riman d’amore.
CLELIA
Sire, al tuo cenno è Clelia.
PORSENNA
O valorosa amazzone del Tebro,
non riconosci ancora
il congiunto primier del rè Toscano?
Tutto io non fo perché l’impresa ei lasci?
CLELIA
Del tuo cor generoso
grand’era già, ma ben minor, la fama.
Sì, ti ravviso, e col più vivo spirto
ch’anima sen, te ne ringrazio e lodo.
PORSENNA
(tristemente)
Devesi all’opra il premio?
CLELIA
Mà qual premio adeguato a sì grand’opre
dar si può mai?
PORSENNA
Assalitor villano
non già, mà supplichevole e soggetto
vedi un rè che sospira.
E del suo amore in pegno
alla tua patria libertà promette,
ed amante offre a te la destra e il regno.
CLELIA
Tu solo, i tuoi gran merti, e non il trono,
grato farian si generoso dono.
Mà s’oppone il destino a tal pensier.
Data ho ad altri la fè, dato ho gli affetti.
PORSENNA
E chi è quel felice così caro agli dèi?
CLELIA
Dirlo non lice.
PORSENNA
È pur ver ch’ogni bella d’ingannar’altri gode?
CLELIA
Nò, non è da Roman menzogna o frode.
PORSENNA
All’impensato rifiuto un poco almen pensi?
CLELIA
Ho pensato!
[Aria da Capo]
CLELIA
Lungo pensar è dubitar, cor che lo fà
amar non sà, non sà piacer, nò, nò, nò!
Un vero amor vuol sempre aver
un solo ardor, un sol parlar, un sol pensier.
(Clelia parte lasciando Porsenna pensieroso)
Scena seconda
Porsenna e poi Muzio.
[Recitativo]
PORSENNA
Eccessi di Virtù son quest’alme romane!
Inaspettato è il gran rifiuto.
(entra Muzio)
Oh come giunge Muzio opportuno!
MUZIO
Generoso monarca,
qual porterò liete speranze a Roma?
PORSENNA
Quanto Roma desia, tutto per te farò.
(Il re trascina Muzio da una parte)
Ma dimmi pria:
poss’io svelarti un mio pensier? Poss’io
fede, amicizia, animo grato, aita
sperar da te?
MUZIO
(impaziente)
Chiedi, se vuoi, la vita.
PORSENNA
Del mio cor generoso
sempre viva è verso te la brama.
Nemico, egli t’apprezza;
offensor, ti perdona; amico, t’ama.
Ma più: la destra in pegno
della pace ti do, pria di scoprirti
il mio pensier. Libero pur rispondi.
Dell’amicizia e di tua fè sicuro,
dimmi, sarò?
MUZIO
Sull’onor mio te’l giuro.
PORSENNA
Amo la valorosa e bella Clelia!
(Muzio rimane senza fiato, ma il re non se ne
accorge)
In amoroso dono le offersi ‘l core
ed il trono. Mà d’altro amor ferita,
ella il dono rigetta: amico, aita.
(Porsenna parte; Muzio rimane stordito)
MUZIO
Un fulmin mi percosse! Mancami e moto e
voce. Aita? e come? Mà generoso,
magnanimo ed amico, perdona ed
ama, ricompensa e priega. Ed ingrato
io sarò? E si dirà che Muzio, che
un romano, di generosità sia vinto? No!
[Recitativo accompagnato]
Soavi affetti miei, teneri affetti!
Parte più viva ch’io risento in seno!
vittime generose
d’amicizia e d’onor. Tutti vi sveno.
Scena terza
(Entra Clelia)
[Recitativo]
CLELIA
Pensoso, a passo lento, – e dove, e a chi
vai si fuor di te stesso?
MUZIO
A dirti addio!
CLELIA
Tormentosa parola!
MUZIO
Ha Clelia in seno un cor Roman?
CLELIA
Perché?
MUZIO
Rispondi!
CLELIA
Al par di te.
MUZIO
Al par di me?
CLELIA
Sì
MUZIO
Ascolta, anima mia:
t’amo, e in questo sospir l’alma disciolta
vien sulle labbra, a dir, che sola sei
prima ed ultima sua fiamma amorosa!
Mà ciò che giova? Onor, virtù, ragione
sforzarmi, o cara (ahi che mi manca il core!),
a pregar che tu a Porsenna rivolga tutto,
tutto l‘amore.
CLELIA
Dunque…
MUZIO
Ah, nol negar, se mai scintilla
serbi per me d’amore.
CLELIA
Così…
MUZIO
Così alla patria,
così servi all’onore.
CLELIA
L’affetto…
MUZIO
(Ah dolce nome!)
Mi potria pervertir: tacilo, cara.
CLELIA
Oh abbandonato amor, tradita fè!
E vuoi…
MUZIO
Che un cor roman…
CLELIA
L’ho al par di te!
Mi vedrai nel ritorno,
degli Etruschi regina,
dar io stessa alla patria,
pace e libertà. Per te, crudele,
un regno rinunciai, per te l’accetto.
MUZIO
Mà si fiera perché più acerba
rendi mia cruda sorte?
CLELIA
Ho un cor romano in petto.
[Aria da capo]
MUZIO
Pupille sdegnose, sareste pietose,
se un grand affetto, aprendo il petto,
potesse, oh care, mostrarvi il cor!
M’è forza sdegnarvi, né posso placarvi.
Mà se mi amate, del fallo mio
non incolpate se non l’onor.
(parte)
[Recitativo accompagnato]
CLELIA
Io d’altro regno, che del cor di Muzio sarò Regina?
Io di quel solo bene per cui m’è il viver dolce, io
sarò priva? Onor, virtù, ragione? Deboli freni
ai trasporti d’amor: se falsi siete, si dileguino
i nostri orridi spettri! e se veri, sparite a me davante!
Non vi conosco più, son troppo amante.
[Aria da capo]
CLELIA
Dimmi, crudele Amore,
qual’è il mio contento,
che a così fier tormento egual tu dai?
Misera umana sorte vien troppo di martir,
Mà troppo di gioir, nò, non vien mai!
(parte. Rientra Muzio)
[Recitativo]
MUZIO
Chi mai più giusto sdegno
e più ingiusta d’amante aspra sventura,
chi vide mai? Numi, superni numi,
perché all’umane forze, perché non deste uguali
la sofferenza e i mali? Misero! e come, oh dei…
(Entra il re Porsenna inatteso e incurante dell’umore
di Muzio)
PORSENNA
Fedele amico, che rispose il mio ben?
MUZIO
Cedette alfine. Oggi l’Etrusco rè…
PORSENNA
…sarà contento. A te l’anima mia
dee tutto il suo contento. A te dovrà
Roma sua libertà. Tu sei il maggiore
esempio d’amicizia e di valore.
(Entra un paggio con lettera)
Mà qual foglio mi giunge? Oh lieta sorte!
Clelia lo scrisse.
MUZIO
(Clelia!)
PORSENNA
(legge la lettera)
“Sulla riva del Tebro in men d’un’ora,
di tua figlia regal presso alla tenda
te aspetto, o sire, e Muzio teco. Ei venga,
testimonio fedel del nostro amore,
l’atto a mirar di chi romano ha il core.
Clelia.”
Oh quanto già sento
impaziente l’alma mia!
(si rivolge a Muzio)
Tu dunque lascia che Orazio a Roma torni,
e porti la lieta nuova della nostra pace.
Sì, resta, e d’amistà l’alterna gioia
renda più cara d’Imeneo la face.
[Aria da capo]
PORSENNA
Volate più de’ venti, momenti
che scorrete innanzi al mio piacer.
Mà siate lenti, lenti momenti
che verrete seguendo il mio goder.
(Porsenna esce)
Scena quarta
[Recitativo]
MUZIO
Mio cor, pria ti ricorda d’esser romano;
adempi alle leggi d’onor: pria colla patria
usa il dover di cittadino e poi torna ai sospiri tuoi,
torna a languir. Morte il tuo ben sarà.
Ah Onore! Ah Patria! Ah pace! Ah libertà!
[Aria da capo]
MUZIO
Il confine della vita
Quel sarà del mio penar.
Tu, chi langue senz’aita,
Vieni, oh morte, a consolar!
Scena quinta
Il padiglione della Principessa Irene sulle rive del
Tevere
Fidalma e Irene
[Recitativo]
FIDALMA
Patria della bellezza e del valore
è la città latina.
Deh mirar quelle vergini guerriere
con sì altera modestia
ferocemente scintillar fra l’armi!
IRENE
Ma che ti parve pur Orazio invitto?
Con quanto dolci e nobili maniere
gl’illustri ostaggi ei presentò! Tal forza!
Marte dal quinto ciel scendea splendente,
dell’alma diva agli amorosi amplessi.
FIDALMA
Quanto è bel quel che piace!
IRENE
Oh quanto grato al cor mi giunge il grido
della vicina pace!
Gli ostaggi Orazio seguirà qual degno
di sua patria orator.
FIDALMA
Ma che promette
la speme adulatrice al nuovo ardore?
IRENE
No’l sò, Mà dolcemente mi lusinga
occasion, tempo, desire, amore.
[Aria da capo]
FIDALMA
Non ti fidar,
perché il destre lusinga, è ver,
ma poi sovente Amor è falso,
e il tempo inganna!
Chi vuol goder, ho inteso a dire,
fissa il pensier nel ben presente:
chè l’avvenire ha in man la sorte
cieca o tiranna.
(Fidalma si ritira, mentre entra Orazio)
Scena sesta
Irene e Orazio
[Recitativo]
ORAZIO
L’alto dovere alla mia patria solo
può per brev’ora allontanarmi, oh cara,
dal tuo bel volto.
IRENE
Ah, potess’io Seguirti!
Viver, oh dèi, non sò lungi da tue
dolci maniere e dal parlar gentile.
ORAZIO
Nella gita veloce
e al rapido ritorno, amor con ali
impennerà de’ miei destrieri il corso.
IRENE
Il mio desir di rivederti, oh caro,
ti siegua e ti riprenda
d’ogni breve tardanza.
ORAZIO
Il mio fisso pensiero a tue bellezze
teco resti, soave anima mia!
E lo spron della brama impaziente
faccia a’ corsieri divorar la via.
[Aria da capo]
ORAZIO
Come, se ti vedrò, cara, partir potrò?
Ahi, che tormento fier, mà parto, addio!
Addio, mio ben! Mà chè?
Torna dov’era il piè, ah, che partir
non sò dall’idol mio.
[Recitativo]
IRENE
Oh, come passi al core,
dolce del caro ben voce soave!
Amorosa partenza, quanto sei tormentosa!
Mà di presto ritorno con la certa speranza,
il tuo tormento più raccende gli affetti
e raddoppia il contento.
[Aria da capo]
IRENE
Con lui volate, dolci pensieri
dell’alma amante, e ad uno ad uno
in ogn’istante tornate a me!
Ogni momento saper vorrei dov’ è,
che fà, se pensa a me,
se tornerà tutto costanza e fé.
Scena settima
Riva del Tevere. Clelia con sue compagne prigioniere.
La barca con la quale intendono fuggire è
ormeggiata lungo la sponda)
[Recitativo]
CLELIA
Già m’udiste, o compagne: io sarò prima
a far periglio e aprirvi strada. In breve,
o a nostro scampo estremo ardir s’adopre.
o un onorato fin coroni l’opre.
(Entrano di corsa Porsenna e Muzio, ignari del suo
piano)
PORSENNA
Pronti al tuo cenno, eccone, o bella.
MUZIO
Io vengo l’atto a mirar d’un cor romano.
CLELIA
Sire, tu non volesti dar fede a’ miei detti;
Muzio pensò di far forza a gli affetti.
Il grand’atto or mirate:
o a Roma o a morte io vo. Voi v’ingannate.
(si getta a nuoto nel Tevere, seguita dalle compagne)
PORSENNA
Qual ardirnento.
MUZIO
Qual sorpresa!
PORSENNA
E dove…
MUZIO
Lascia ch’io segua.
PORSENNA
In vano raggiunger pensi il rapido lor nuoto.
(furioso e umiliato si rivolge a Muzio)
Del tuo fiero attentato
questo è maggior: son rotti i sacri patti
il dritto delle genti è vilipeso,
la sicurezza mia…
MUZIO
Non più, signore!
son tutti acuti strali
i rimproveri tuoi giusti al mio core.
Mà s’intanto il mio sangue
è del misfatto altrui bastante al fio,
spargilo!
PORSENNA
No! sull’onor tuo mi fido.
Vanne, e richiedi a Roma i fuggitivi ostaggi.
Seguirò l’orme tue.
MUZIO
Deh vieni, o sire,
gli applausi ad ascoltar,
che a te qual nume di libertà farà il Senato e Roma.
Là tra i giochi festivi l’amor, la gioia
ammolliran quel petto e sarà pago il tuo regale
affetto.
[Aria da capo]
MUZIO
Spera, che tra le care gioie di bella pace
per te la pura face amore accenderà.
Se ben la guerra intendi del amoroso gioco,
sai ch’un assalto è poco a vincer la beltà.
Scena ottava
Irene sola
[Recitativo]
IRENE
Ahi che pur troppo è ver. Tutt’i momenti
all’amorosa aspettatrice brama
par chè arrestin l’un l’altro, e passin lenti.
(Entra improvvisamente il re Tarquinio e il suo
seguito)
TARQUINIO
Via si trasporti, Irene!
IRENE
Lasciami, traditor.
TARQUINIO
Vano è lo sforzo.
Invan soccorso speri.
IRENE
Empio e tu siegui
di tua stirpe il costume!
TARQUINIO
Promessa a me, non sarai d’altri.
IRENE
E pensi
ottenermi così? Barbaro, a morte
condur mi puoi, non al tuo letto infame.
La vendetta paterna temi.
TARQUINIO
A mancar di fede egli fu il primo.
Vieni, non contrastar.
IRENE
Misera Irene,
tradita, abbandonata.
(L’attenzione di Tarquinio viene improvvisamente
distolta)
TARQUINIO
Ma qual veggio
romana squadra a noi venir? Miei fidi,
ferocemente pur s’incontri, e pochi
restino al boscho in guardia sol d’Irene.
(Tarquinio esce con una parte del suo seguito)
IRENE
Deh fate, o giusti nomi,
ch’asta nemica del tiranno in petto
squarci profonda strada,
onde bruttata dell’infame sangue
l’alma superba ad Acheronte vada.
Ah padre, ah dolce nome!
[Aria da capo]
IRENE
Ah dolce nome, in van ti chiamo,
in van io bramo conforto almen da te.
E come quando l’alma smarrita,
sperando aita, numi, saprà dov’è?
(parte)
Scena nona
(Le forze di Orazio sconfiggono Tarquinio)
[Fanfara]
[Recitativo]
(Orazio e le sue truppe irrompono in scena)
ORAZIO
Lasciate d‘ inseguir quella vil turba,
valorosi campioni!
Sia pur la fuga vile
scampo ai codardi, e le romane spade
sdegnin ferir de’ lor nemici il dorso.
O mio conforto, bella Irene! e come? e dove?
IRENE
O Mio liberator, più caro
m’è lo scampo, se il devo al tuo valore.
ORAZIO
L’empio Tarquinio…
IRENE
Sì, l’empio involommi armata mano!
ORAZIO
O Numi,
grazie vi rendo del felice incontro.
E Porsenna?
IRENE
Ei con Muzio in Roma or fia
a ricovrare i fuggitivi ostaggi.
ORAZIO
Vieni tu ancora, anima mia, sì, vieni
tra gli applausi festivi
a ricever, qual dea,
e lodi e grazie della nostra pace.
IRENE
Altr’oggetto non hanno i miei desiri
che render mio piacer quel che a te piace.
[Duetto]
ORAZIO
Vivo senz’alma, oh bella,
perch’ella vive in te:
e solo amor e fè
mi tiene in vita.
IRENE
Ma quell’amore, o caro,
e quella salda fè,
sì, l’alma mia sol è
ch’ho in te smarrita.
Scena decima
Campidoglio. Muzio, Porsenna con la sua corte.
[Recitativo]
MUZIO
Piene di 1or contento e di tua lode
ferira il ciel le populari grida.
Vedrai tosto il Senato
prevenir tue dimande:
e a te qual nume tutelar fian poi
rese pubbliche grazie.
PORSENNA
Alla virtù romana
e di nostr’amicizia al fatal genio
rechisi il merto de’ felici eventi.
Ma Clelia a noi già vien.
MUZIO
(Virtù, mio core.)
(Viene condotta Clelia con gli altri prigionieri)
CLELIA
Vuol la ragion, vuole il roman Senato
che meco gli altri fuggitivi ostaggi
tornino in tuo poter. La fuga loro
fù colpa mia. Mà la mia colpa, oh sire,….
MUZIO
Fu l’amor della patria,
che mal soffre il dolor di lontananza.
CLELIA
Nò, nò, fu giusto sdegno!
MUZIO
(Ah, non scoprir l’amor!) Tu sai che Porsenna…
(Clelia è furiosa nel sentir questo e si rivolge a
Muzio)
CLELIA
So che Porsenna è degno,
ingrato, più di te, dell’amor mio.
Quai segni di virtù, d’amor non diede?
(Il re comincia a realizzare la verità)
PORSENNA
(Numi, che sento mai!)
CLELIA
Il men che render puote
amabil sua grand’alma, il meno è un regno.
E pur fuggii! Mà, ingrato, non per te:
sol perché non seguì mai roman core
l’infame esempio di tradita fè.
MUZIO
(disperato, nel tentativo di distrarre il re dalla tirata
di Clelia)
Deh sire…
PORSENNA
(sgomento, ma vedendo finalmente quello che si deve
fare)
Deh, risparmia il mio rossore.
Di generosità son vinto! perdita
assai maggior che di battaglie o regni.
CLELIA
L’ubbidire al Senato,
e seguir Rè si generoso, or fia
mia gloria.
(Essa offre la sua mano a Porsenna; egli la prende
gentilmente)
PORSENNA
Mà non già la gloria mia!
(Ancora trattenendo la mano di Clelia, il re si
rivolge a Muzio)
Per quella gratitudine, per quella dolce
amicizia ch’hai per me, riprendi,
Muzio, il tuo caro inestimabil dono.
Deh! bella Clelia, se i sospiri miei
han qualche merto appo il tuo cor, deh rendi,
rendi a Muzio l’amor.
(Egli congiunge le mani dei due amanti)
MUZIO
Cara, perdono!
se stimi di te degno un roman core,
quello fia, che antepor seppe a sua vita
amistà, libertà, patria ed onore.
PORSENNA
Se dell’armi la gloria
cedetti a voi, deh, fate almen che sia
di generosità mia la vittoria.
[Duetto]
CLELIA
Mà come amar, e come mai fidar
la mia gran fedeltà ha così poca fè?
Sento, ch’amor vuole allettarmi ancor!
Mà l’alma ancor non sà come fidarsi a te.
MUZIO
Torna ad amar, perché non ti fidar?
Fù sola fedeltà il mio mancar di fè
Al suo gran cor cedi si bell’onor
non generosità forza d’amor sol è.
[Recitativo]
(Orazio ora entra con Irene;tutti si riuniscono
davanti a Porsenna)
ORAZIO
Dono d’alta fortuna è il render salva
a si gran genitor si nobil figlia.
(Irene, ancora scossa dal suo incontro con Tarquinio,
si precipita dal padre)
IRENE
Amato padre!
PORSENNA
E come, o figlia?
IRENE
L’empio… l’empio Tarquinio, appena
lasciasti il campo, con seguaci armati
involommi il crudel!
ORAZIO
Mà il mio drappello gli vinse
e gli disperse in fuga vile!
PORSENNA
E l’infame…
ORAZIO
Fuggì dall’ira mia.
[Recitativo accompagnato]
(Il re, alzandosi, si rivolge all’intera assemblea)
PORSENNA
Romani, udite, oda l’Etruria, e tutt’oda
il mondo. Oda il cielo i detti miei:
Sù quel ara fumante implacabile sdegno
giuro a Tarquinio e alla sua stirpe!
E giuro a voi, Romani invitti,
pace, difesa e libertà.
MUZIO
Per Roma giuro a Tarquinio
l’odio istesso, e giuro
a te, vendicator di nostra offesa:
pace, amistà, difesa.
(Muzio e Porsenna si abbracciano)
[Recitativo]
PORSENNA
Unica erede è del mio regno Irene,
ed io vo’ che succeda al soglio mio
la romana virtù.
ORAZIO
(M’assisti, amore.)
PORSENNA
A lei lascio la scelta.
IRENE
Amato padre,
tu prevenisti ‘1 mio desire e i prieghi
del mio diletto amante.
La destra che fù già pronta al mio scampo
stringer desio.
PORSENNA
Scelta di te ben degna.
ORAZIO
Giove in forma di Porsenna
cred’io dal sommo ciel disceso, Irene,
a sparger sopra noi
quanto lice a mortali aver di bene.
PORSENNA
Giunga or dunque le destre
pien di diletto corrisposto amore,
ed il vostro piacer sia mio contento.
(Clelia e Muzio, commossi da questa manifestazione
di felicità, congiungono le loro mani)
CLELIA E MUZIO
Viva gioia raccenda il nostro core.
ORAZIO E IRENE
Terren non è l’almo gioir che sento.
[Finale]
TUTTI
Sì, sarà più dolce amore
con la cara libertà.
Liber alma e lieto core
Son il ben di cui maggiore
Ai mortali ‘l ciel non dà.
FINE DELL’OPERA
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Ultimo aggiornamento 9 marzo 2021