Re Serse, alzando lo sguardo dalla contemplazione del suo amato platano, è colpito dal canto di Romilda, la figlia del suo vassallo Ariodate, comandante del suo esercito. Egli dice al fratello Arsamene di parlare a Romilda del suo amore, ma Arsamene e Romilda si amano e quindi egli si rifiuta di farlo. Serse decide allora di corteggiarla. Arsamene parla a Romilda della passione di Serse nei suoi confronti. Ma anche Atalanta, sorella di Romilda, è innamorata di Arsamene e quindi decide di incoraggiare il Re nel suo intento. Romilda però si oppone alle avance di Serse, il quale decide allora di bandire Arsamene. Giunge Amastre, la fidanzata di Serse, abbandonata da lui per Romilda. Amastre è una principessa straniera che era stata promessa in sposa a Serse ed è molto triste lontano dal futuro marito. All'insaputa del padre si è mescolata all'esercito di Serse, travestita da soldato. Ella lo osserva mentre riceve Ariodate alla testa del suo esercito di ritorno da una campagna vittoriosa. Il re annuncia che ricompenserà Ariodate provvedendo alle nozze di Romilda con un membro della famiglia reale. Amastre, udendo il re che parla della nuova passione di Serse, decide allora di non rivelare chi essa sia e giura vendetta. Arsamene invia una lettera a Romilda facendola recapitare dal suo servitore EIviro. Sebbene Atalanta non riesca a convincere Romilda che Arsamene le è infedele, decide di insistere nel suo intento dì conquistare il suo amore.
Atto 2Elviro, travestito da venditore di fiori, racconta ad Amastre della passione di Serse per Romilda. Egli consegna la lettera di Arsamene ad Atalanta, la quale promette di darla a Romilda e dice ad Elviro che la sorella ha ceduto alle proposte di Serse. Atalanta recapita poi la lettera al Re facendogli credere che è per sè e che è lei in realtà la donna della quale Arsamene è innamorato, mentre l'amore per Romilda è tutta una finzione. Serse mostra la lettera a Romilda, la quale sembra convinta del fatto che sia indirizzata ad Atalanta, pur continuando a respingere i tentativi di seduzione del Re. Amastre tenta il suicidio, ma viene fermata da Elviro. Lo stesso Elviro riferisce ad Arsamene quanto gli è stato raccontato da Atalanta; cioè che Romilda avrebbe ceduto al Re. Serse svela l'esistenza del ponte che mette in comunicazione con l'Europa, fatto costruire per consentire un'invasione armata. Trova Arsamene e gli comunica di sapere che in realtà è Atalanta la donna di cui è innamorato, ma egli afferma di amare Romilda. Elviro intanto assiste al crollo del ponte a causa di una tempesta. Amastre assiste all'ennesimo tentativo di seduzione di Serse verso Romilda. Ella interviene e riesce a sfuggire all'arresto solo grazie a Romilda che convince la guardia a rilasciarla. Romilda giura di restare fedele ad Arsamene.
Atto 3Romilda ed Arsamene scoprono che Atalanta ha complottato alle loro spalle per separarli. Atalanta si dichiara sconfitta e Arsamene si nasconde, mentre Serse comincia a minacciare Romilda, che impaurita accetta di sposarlo se suo padre darà il proprio consenso. Serse allora inizia a cercare Ariodate, mentre Arsamene si infuria con Romilda. Ottenuto da Ariodate il consenso per fare sposare Romilda con un membro della famiglia reale, Serse non rivela di essere lui stesso il futuro sposo, preferendo sposarsi il più presto possibile, prima che tutti contestino la mancanza di sangue reale della ragazza. Ariodate è convinto che Romilda sia destinata ad Arsamene. Serse torna da Romilda e rivendica i suoi diritti su di lei, ma lei gli dice di avere dei dubbi sulla propria virtù. Al che Serse è furibondo e ordina che suo fratello venga giustiziato. Romilda tenta allora di avvertire Arsamene del pericolo al quale egli sta andando incontro, ma lui pensa che lei stia cercando di liberarsi di lui. Ariodate attende gli sposi e quando Romilda ed Arsamene giungono, egli mette loro fretta affinché il matrimonio venga subito celebrato. Arriva Serse, ma è ormai troppo tardi: gli comunicano che essi sono ormai marito e moglie. Serse ordina allora ad Arsamene di uccidere Romilda, ma Amastre si fa avanti e rivela la propria identità e lo perdona per esserle stato infedele. A quel punto egli non può fare altro che acconsentire a sposarla.
Nella scelta dei propri testi operistici Händel aveva frequentemente fatto riferimento a libretti preesistenti; le sue preferenze erano cadute a volte anche su lavori scritti decenni prima, ma non si era mai spinto così indietro come nel caso di Serse. In realtà la novità di questa che fu una delle sue ultime opere non è nella vetustà del modello: egli fra l’altro non si rifà all’originale di Minato (?Xerse, musicato da Cavalli nel 1654), ma al più recente rifacimento di Stampiglia per l’allestimento con musica di Giovanni Bononcini (Xerse, Roma 1694). Quello che rende Serse un’opera anomala nella produzione händeliana è invece l’acquisizione di caratteristiche proprie dell’opera seicentesca, ancora riscontrabili in Bononcini e che non si è voluto eliminare, come di solito avveniva in situazioni analoghe. Ovvero: una versificazione che è ancora quella di Minato (Stampiglia ha solo operato tagli o sostituzioni, quasi mai ha riscritto il testo); una organizzazione scenica che ricalca sostanzialmente la versione del 1694 (con il mantenimento di personaggi buffi, caratteristica ormai estranea all’opera seria settecentesca); e un trattamento della musica ampiamente mediato da Bononcini (tanto che qualcuno ha parlato inopportunamente di plagio). Questo consapevole (e forse sperimentale) ritorno al passato è in qualche modo sintomo di crisi. Gli ultimi suoi lavori, Giustino, Berenice e Faramondo(in cui curiosamente troviamo tracce proprio dello Xerses bononciniano), avevano sortito scarsissimo successo e Händel tenta così la carta del rinnovamento radicale come già aveva fatto con successo in passato (per esempio con Teseo, che esula dai canoni soliti per rifarsi a una tipica tragédie en musique di Lully, in cinque atti). Ma i tempi sono cambiati. Non che si sia esaurita la vena – dopo la sua ultima opera (Deidamia, 1741) Händel scriverà per ancora quasi vent’anni componendo tutti i suoi migliori oratori – più probabilmente si assommano circostanze diverse: il pubblico inglese è stanco di opere italiane, i castrati non stupiscono più, e in fondo si sono un po’ sgonfiati i fanatismi fomentati dall’uno o dall’altro partito che avevano finora finanziato le opere a Londra. Händel ce la mette tutta per risollevare il pubblico dal torpore e, malgrado non sortisca il successo sperato, Serse riesce alla fine uno dei suoi lavori migliori. La storia è rimasta quella: eliminati gran parte dei personaggi di contorno del libretto originale – e con loro una buona dose di scene comiche o magiche (che del resto Händel non conosceva avendo sott’occhio solo la partitura di Bononcini) – rimangono gli intrighi amorosi punteggiati qua e là da brevi momenti di composta comicità e cori d’ambientazione militare necessari a ricordare la posizione politica di Serse. In breve: delle tre donne in scena due spasimano per Serse; una perché promessa sposa (Amastre), l’altra per capriccio (Atalanta). Naturalmente Serse non ha occhi che per la terza (Romilda, amante ricambiata di Arsamene, fratello dello stesso Serse). Da qui gl’inconvenienti: Arsamene si dispera, Romilda si scoccia, Atalanta intriga, Amastre s’infuria, il tutto sotto lo sguardo divertito del servo Elviro. Finale lieto, naturalmente, con le due coppie ricongiunte e Atalanta che si consola con: «un altro amante/ Trovar saprò». Se sono i due fratelli a raccogliere il maggior numero di arie (tante per tutti, ma prevalentemente brevi e con pochi da capo), la scrittura destinata a Serse, interpretato dal famoso castrato Caffarelli, spicca per varietà e bellezza. Da un’arioso tutto intimista come la celeberrima “Ombra mai fu”, I,1 (il cosiddetto ‘Largo di Händel’) si passa infatti attraverso ogni genere – codificato e non – d’aria, arioso e arietta fino ai furori di “Crude furie degl’orridi abissi” (III,11), imponendo, a chiunque si voglia confrontare con questo ruolo, un’impegno vocale oltre che impervio dal punto di vista tecnico, sfaccettato al limite dell’ecclettismo dal punto di vista interpretativo. Lo stile di Händel è rimasto quello, è mutato l’approccio al testo che si riscontra anche nella scrittura vocale: non si raggiungono più le arditezze di un’opera come Giulio Cesare, non per recuperare l’ambientazione pastorale seicentesca (come s’è detto), ma perché Händel ha già imboccato quella strada attenta ai caratteri, all’intreccio e allo sviluppo drammaturgico, che percorrerà più decisamente con l’oratorio inglese.
Davide Daolmi