Sinfonia n. 5 in re minore (Di Tre Re)


Musica: Arthur Honegger (1892 - 1955)
  1. Grave
  2. Allegretto. Adagio. Tempo primo
  3. Allegro marcato
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani (ad libitum), archi
Composizione: agosto - dicembre 1950
Prima esecuzione: Boston, Symphony Hall, 9 marzo 1951
Edizione: Salabert, Parigi, 1951
Dedica: in ricordo di Nathalie Koussevitzky
Guida all'ascolto (nota 1)

Più che per il numero d'ordine, la Quinta Sinfonia di Honegger è nota come «Sinfonia di tre re»: il sottotitolo che si connette alla nota finale dei tre tempi di cui è costituita.

Interrogato sulla storia del lavoro, composto e orchestrato tra il settembre e il dicembre 1950, l'autore ne indicò le origini nelle insonnie di cui soffriva a quel tempo, afflitto dal male cardiaco che doveva spegnerlo cinque anni dopo. Per liberarsi delle "idées noires", egli le trascrisse sulla carta pentagrammata alla stregua di abbozzi; quindi, completati e collegati tra loro, quegli abbozzi si sarebbero rivelati idonei ad essere strumentati come la materia della sua ultima Sinfonia. Ma se ciò può contare quale antefatto psicologico, in coincidenza con la dedica alla memoria di Natalia Koussevitzky scritta sulla partitura e in accordo col carattere grave, talvolta cupo dell'opera, questa risulta tutt'altro che nata inconsapevolmente.

Sul piano compositivo si ha invece un farsi più serrato e conciso del linguaggio di Honegger, e una cura particolare nel rendere evidenti le strutture logiche interne di una creazione che si avverte meditata e unitaria.

Il primo tempo è aperto da un corale a piena orchestra, al quale si contrappone l'idea cantabile esposta prima dai clarinetti, poi dal corno inglese, ohe via via cresce d'intensità sino a un fortissimo culminante.

Nella ripresa la linea omofona del corale riappare modificata dai disegni ornamentali che le si avvolgono intorno e dal piano in cui sfuma dolcemente.

Il secondo tempo è una sorta di scherzo di un sentimento diviso tra l'evasione giocosa e l'elegia. Sull'idea introdotta in forma di «duo» nelle prime battute dal clarinetto e dal primo violino soli, si articola la sezione principale, piuttosto mossa; un Adagio espressivo vi si alterna due volte, la seconda mentre i legni prolungano gli elementi dell'Allegretto con una giustapposizione ingegnosa per la tecnica, quanto indovinata per l'effetto di contrasto simultaneo, che il resto del tempo riassorbe, mettendo le risorse del contrappunto al servizio del materiale tematico impostato al principio.

Da uno staccato delle trombe, subito trasferito negli archi, prende avvio il finale. Simile nell'andamento a un perpetuum mobile, esso si smorza gradatamente solo alla fine, quando, vanificandosi il suo impeto propulsivo in una sorta di pulsazione discontinua torna ad apparire l'inciso drammatico già udito all'inizio di questo Allegro marcato, e nient'altro segue che i tre re dei violoncelli e dei contrabbassi pizzicati, come l'ultimo residuo di suono.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 24 marzo 1974


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Ultimo aggiornamento 1 maggio 2019