Con Le Roi d’Ys Lalo cercò di riscattarsi dall’insuccesso di un suo sterile esordio operistico, Fiesque (Parigi 1873) e dallo scacco ingiusto e inaspettato del balletto Namouna (1882); inizialmente, nemmen oLe Roi d’Ys ebbe vita facile, e per trovare accoglienza nei teatri parigini dovette aspettare cinque anni e subire una sostanziosa rielaborazione nel 1886. Nella nuova veste, tenuta a battesimo solo nel 1888 dall’Opéra-Comique, l’opera sollevò finalmente i consensi del pubblico, si impose con oltre cento repliche nel giro di un anno e fu accostata, da qualche temerario entusiasta, a Carmen di Bizet. Pur rimanendo ben lontano da questi vertici, Le Roi d’Ys rappresenta comunque una delle prime incursioni dell’opera francese nella materia leggendaria delle saghe bretoni e celtiche: incanalato entro argini gallici, il retaggio wagneriano incomincia ad agire, ma non riesce ancora a espandersi oltre le linee superficiali dell’intreccio e di pochi richiami occasionali, che non intaccano le convenzioni filiate dal grand-opéra. Il mito della città di Ys, specimen di una ‘Atlandide francese’, resta sfuocato e marginale; la priorità nella tensione drammatica viene assegnata al più logoro motivo della gelosia amorosa, che innesca i furori della vendetta..
L’ascendente wagneriano si può indovinare nella catastrofe finale, con il suicidio come offerta espiatoria; anche la contrapposizione dei timbri vocali delle protagoniste (un soprano leggero e un falcon) richiama alla coppia Elsa-Ortrud, per quanto abbia non pochi antecedenti anche in terra francese, da ultimo proprio nelle figure antitetiche e complementari di Micaëla e Carmen. I contatti con Wagner si arrestano però a questi spunti episodici e non vanno a irradiarsi nel tessuto compositivo, che resta suddiviso in numeri chiusi, che Lalo tenta di raccordare, ma che nella realtà restano impermeabili l’uno all’altro come ostriche. Echeggiano qua e là alcuni temi popolari, ma l’esotismo non riesce ad attecchire in maniera feconda, esaurendosi in alcune trovate di sapore boccaccesco, come l’arrembaggio dei fidanzati all’inizio del terzo atto; mancano quelle striature di sapore arcano che costituivano il fascino della Symphonie espagnole, qui soffocate nelle maglie più serrate di una strumentazione che aspira a grandiosità beethoveniane (maestro di Lalo era stato Habeneck), rinunciando alle arguzie della géométhrie più consanguinea alla spirito francese. La godibilità delle arie e la teatralità coinvolgente di alcune situazioni hanno comunque aiutato Le Roi d’Ys a imporsi, almeno in Francia, come una delle opere più amate nel repertorio di fine Ottocento; per quanto l’originalità di Lalo non vada ricercata in campo teatrale, anche questo lavoro, seppure appesantito da declamati un po’ monocordi e da eccessi nello stile del grand-opéra, contiene oasi di canto indimenticabili.