Grande entusiasmo dovette destare nei musicisti del suo tempo quest'opera poetica di Pietro Metastasio se, oltre al Leo che la musicò intorno al 1720, essa ispirò successivamente l'estro di Caldara, dell'Hasse, di Giuseppe Sarti, del Sachi, del Salieri e del Lepri. Giustificano questo collettivo consenso, oltre alla fama che circondava allora il poeta, un fervore d'ispirazione e una ricercata fattura che attestano il particolare amore posto dal Metastasio nella composizione di questo suo poema il quale, dove l'ampolloso barocco non soffoca, rivela una fervida e sincera commozione.
Nell'«Argomento», che apre le prime edizioni dell'Oratorio, l'autore cita le fonti storiche dell'opera:
«La nota profezìa d'Isaia, «et erit Sepulohrum ejus gloriosum», altro non significa, secondo la spiegazione di Nicolò di Lira e di S. Girolamo, se non che la tomba di Nostro Redentore diverrebbe un giorno glorioso oggetto alla peregrinazione dei Fedeli, anche grandi ed illustri, che concorrerebbero dalle più remote parti del mondo e venerarla. Per lo spazio di tre secoli non si verificò questa predizione, poiché il santissimo Sepolcro rimase per tal tempo nascosto e profanalo prima dalla perfidia degli Ebrei e poi dall'empietà dei Gentili che, per cancellarne affatto la memoria, v'innalzarono sopra templi e simulacri alle loro impure e abbominevoli Deità. Ma dopo che Costantino il Grande ebbe liberato l'Oriente dalla tirannide di Licinio, gran persecutore dei Cristiani, Sant'Elena Imperatrice, ispirata da Dio ed avvertita in sogno con visioni celesti andò a visitare il Calvario. Quivi, assistita da Macario allora Vescovo di Gerusalemme, rinvenne non solo il sospirato Sepolcro ma anche la santissima Croce: ed avverando il detto d'Isaia, adorò ed espose l'uno e l'altra all'adorazione del mondo. Rappresentato adunque l'adempimento della profezia suddetta, si prende opportunamente occasione di esemplificare nei teneri e pietosi affetti che si destarono in questa Santa Imperatrice nel ritrovare gli stromenti della nostra Redenzione, quali debbono essere quelli di tutti i fedeli, particolarmente in questo tempo consacrato dalla Chiesa a celebrarne il Mistero. L'azione si rappresenta sul Calvario».
Non sappiamo quale fosse la particolare occasione cui accenna il poeta. E' certo che l'Oratorio ebbe la sua prima esecuzione al Reale Palazzo di Napoli nel 1732. Appare davvero strano che i due Oratori del Leo, «S. Elena al Calvario» e «La morte di Abele» siano stati così leggermente valutati dagli storici e dai cronisti del tempo i quali, avendo posto in pieno fuoco tutta la produzione teatrale e da chiesa del musicista, fanno per contro fugacissimo cenno a questi due lavori (scritti nella piena maturità dell'autore e negli ultimi anni della sua breve esistenza), i quali a nostro avviso, rappresentano la sintesi più significativa di tutta l'opera di lui.
Discendente diretto di Alessandro Scarlatti e indiretto della scuola Bolognese (fu discepolo, oltre che del Provenzale, anche di Padre Martini), Leonardo Leo, affinata la sua tecnica attraverso le composizioni teatrali e sacre, si mostra, negli Oratori, scaltrito vocalista, polifonista abilissimo e originale sinfonista. Restano in queste opere l'ampia, solida e severa costruzione del grande Alessandro, ma con un calore lirico, un senso drammatico e un'arditezza armonica che caratterizzeranno il passaggio dell'arte musicale dal XVII al XVIII secolo e che, in molti passi, fanno presagire la turgida espressività del secolo successivo.
La partitura è, pur nella sintetica semplicità allora in uso, curata in ogni particolare: movimento delle varie parti strumentali sempre attento e significativo; indipendenza individuale delle viole e dei violoncelli, accortamente sfruttati nelle loro peculiarità; inusitati colori ottenuti dagli oboi e dai corni. E le frequenti indicazioni dinamiche denunciano un'incessante ricerca di effetti e di timbri insoliti.
In ogni «aria» una sviluppala introduzione orchestrale crea l'atmosfera, lirica o drammatica, sicché la voce del solista, entrando nel contesto sonoro, trovi già gli animi disposti a una perfetta partecipazione.
L'Oratorio «S. Elena al Calvario» fu probabilmente l'unica opera sopravvissuta al suo autore e l'ultima a tener vivo, dopo la sua morte, il nome di Leonardo Leo. Venne riprodotta, tra consensi unanimi, in molte città d'Italia, per più di mezzo secolo. Poi su di essa si stese l'oblio, e rimase fino ad oggi inedita, salva l'Introduzione, realizzata e pubblicata in Germania.
L'Accademia di S. Cecilia ha giustamente voluto riesumarla, affidandone la rielaborazione a chi scrive queste note.
Nel nostro lavoro ci siamo imposti il più rigoroso rispetto alle indicazioni della partitura originale e, là dove queste mancano, la più stretta aderenza al linguaggio personalissimo dell'autore che, per calore lirico e fervore religioso, ci sembra trascendere i caratteri dell'arte musicale del suo tempo e rivelare, nel misticismo severo, l'anima luminosa del popolo napoletano.
L'Introduzione, in forma di Sinfonia seicentesca, si compone di un solenne «Allegro sostenuto», di un «Larghetto» serenamente doloroso e di un «Allegro» in sei ottavi, di ben scandito ritmo e di succosa concisione.
Della prima parte indichiamo all'attenzione dell'ascoltatore la grande aria di S. Elena, «Sacri orrori », soffusa di alta poesia e che esprime, con ampia e felice invenzione melodica, lo sgomento dell'Imperatrice dinanzi alla desolazione dei luoghi che furono teatro della Passione.
Di ancor più intenso pathos si arricchisce il quadro, col bellissimo coro «Di quanta pena è frutto», ove l'inseguirsi delle voci in frammenti di scale minori armoniche ascendenti, tocca, potente e tragico, vette di desolazione.
L'aria che segue, suddivisa tra il contralto e il tenore, ci sembra più che altro ponte severo alla ripresa del coro. Un dialogo a recitativo, tra Elena ed Eudossia, prepara efficace l'aria del contralto, ove sono da ammirare, tra l'altro, singolari effetti onomatopeici.
Si presenta quindi, opportunamente tratteggiato dal recitativo, il personaggio di S. Macario, per il quale il Leo sembra mostrare una paterna predilezione. Se la regale protagonista si esprime sempre in linguaggio jeratico, S. Macario è invece tutto dolcezza e commossa ingenuità. L'aria «Amor, speranza e fede» sembra essere l'umile ritratto di un Santo tracciato da un primitivo.
Il fervido recitativo di S. Elena prepara gli animi all'aria «Raggio di luce», ardente di soavità.
A creare varietà di atteggiamenti ecco, nuovi personaggi, Draciliano, Prefetto di Giudea, delineato da una musica maschia e potente che gli rimarrà carattere costante; e, pure virile ma più tenero, il palestino Eustazio. L'aria che presenta quest'ultimo «In te s'affida e spera», è di carattere prettamente lirico, con un alternarsi di ritmi ternari e binari che ci ricordano certi andamenti melodici tipici di Vivaldi.
Il coro che chiude la prima parte, se anche privo di un valido contenuto spirituale, è di forma perfetta e di bella potenza sonora.
Nella seconda parte il tono dell'opera si eleva ancora in purezza, si accende di più intensa commozione. I recitativi si fanno più drammatici e concisi; i pezzi chiusi più densi di pathos. L'aria di S. Elena «nel mirar quel sasso amato», perfetta e arditissima insieme, giunge a farci presentire Bellini se non addirittura qualche atteggiamento beethoveniano.
Più lieve la seguente aria di S. Macario, ma notevole per il gioco delle due orchestre, voluto dall'autore e realizzato, nella stesura moderna, con l'alternarsi dei Concertini in contrapposto al Grosso. Brano scorrevole, in efficace contrasto col bel recitativo seguente. È quesio un lontano canto funebre col quale i fedeli accompagnano a sepoltura una salma, quella che poi tornerà in vita al tocco della Croce. Da questo momento l'opera, da narrativa, diviene rappresentativa. Il canto funebre, più volte interrotto da recitativi, si avvicina ampliandosi. Le quattro voci del coro si sdoppiano in otto parti. E l'ispirazione sa celare perfettamente la scaltrita maestria della scrittura.
Siamo ora al duetto S. Macario-Eudossia che ci sembra la perla dell'opera. Elevatissima e accurata, melodicamente pura, esaltata anche dai cronisti del tempo come pagina imperitura, essa basterebbe certamente da sola a giustificare la riesuniazione dell'opera.
Con l'aria di Draciliano, lievemente barocca, l'autore sembra voler allentare un poco la lunga tensione e preparare gli animi al drammatico recitativo che segue. Ad esso parteciperanno, con efficace evidenza scenica, tutti i personaggi del dramma, per descrivere il miracolo della resurrezione della salma toccata dalla Croce di Cristo.
Siamo cosi all'aria suddivisa tra Eustazio ed Eudossia, di particolarissimo interesse strumentale. In esso il primo tema, sostenuto da un sommesso e uniforme movimento di archi, che intende raffigurare le fosche nubi in cui è avvolto il Golgota, si contrappone al secondo tema, osannante al miracolo, e affidalo via via alle viole, ai violoncelli, agli oboi e ai corni.
Nell'aria di S. Macario «Al fulgor di questa face», una melodia soave, sostenuta in prevalenza da accorate armonie, ci ripresenta la luminosa figura del Santo e, con la sua mitezza, dà maggior risalto al coro che chiude l'opera in ampie e distese sonorità.