Malipiero tra tradizione e innovazione

Impossibile tracciare tutte le linee direttrici di un artista dalla creatività inesauribile che, nella sua avventura artistica durata quasi un secolo, ha sperimentato tutti i generi e le forme della musica: dal teatro al concerto, dalla musica da camera alla sinfonia fino alla musica sacra, senza trascurare le numerose pagine di critica musicale e quelle letterarie. Tuttavia, un aspetto di Gian Francesco Malipiero rimane emblematico e si esprime nel binomio tradizione e innovazione.

Figlio di quella gloriosa generazione dell’ottanta, Malipiero mosse i suoi primi passi tra, Venezia, Vienna, Bologna, Berlino, dove fu alunno di Max Bruch e Parigi, dove Alfredo Casella gli aprì gli occhi sulla musica contemporanea. Conobbe le avanguardie del suo tempo, e, in parte, ne subì l’influenza, specie di Debussy, la cui eco risuona nelle sue prime composizioni pianistiche e sinfoniche. Conobbe le avanguardie del suo tempo senza esserne irretito, ascoltò la musica di Schoenberg senza farsi sedurre, ammirò quella di Stravinsky senza farsi influenzare. Fu definito il più internazionale dei compositori italiani; eppure il suo sguardo si rivolse al passato, alla musica italiana degli antichi maestri.

Studioso infaticabile della tradizione musicale italiana ne fu per lungo tempo il custode; fu l’animatore dell’impresa editoriale dei Classici della musica italiana, patrocinata dal D’Annunzio e il curatore dell’opera omnia di Monteverdi e di Vivaldi. Un’attività che durò quasi quanto la sua lunga vita, dettata dal desiderio patriottico «di conoscere il nostro passato e di reagire contro la sopraffazione degli studiosi stranieri che interpretavano a modo loro la nostra musica». Da questa esperienza di studioso nacquero quei suoi originali omaggi al passato come i Madrigali, interpretazioni sinfoniche sul VII libro dei madrigali di Monteverdi, la Cimarosiana, la Gabrieliana e la celebre Vivaldiana, in cui il compositore indicò l’obbiettivo di «non deformare il linguaggio vivaldiano ma di amplificarlo adattandolo all’orchestra di oggi». Dunque non mere trascrizioni ma rielaborazioni di un passato che, riletto e rimeditato, rivive in una dimensione temporale nuova.

La riscoperta della tradizione musicale italiana non assecondava nostalgie neoclassiche. Malipiero era mosso da almeno due ragioni, una di ordine stilistico e una di ordine spirituale.

Sotto il profilo stilistico il Maestro veneziano rinveniva nel passato quella freschezza, artigianalità e quella inesauribile ricchezza melodica che alimentava la sua insofferenza verso ogni costrizione formale, in particolare verso il tematismo, così da indurlo alla costruzione di un originale linguaggio diatonico idoneo a sviluppare le sue inesauribili idee musicali e quelle repentine variazioni di sentimenti che spesso lasciavano di stucco il suo pubblico.

Lo stesso concetto di sinfonia veniva riletto alla luce della nostra tradizione e dunque sganciato dalla tradizione classica tedesca per essere collegato, come ebbe a dire il compositore: «a quella che è stata in Italia la musica istrumentale fra il 1680 e il 1780 circa». Nascevano così la Sinfonia n. 1 dal titolo vivaldiano: in quattro tempi come le quattro stagioni, la Sinfonia n. 2 elegiaca, la Sinfonia n. 5 concertante in eco, che rimodulava il principio concertante del barocco italiano e la struttura a canone della parte pianistica, il Dialogo VI, in cui rivive il clavicembalo come strumento solista che dialoga con l’ orchestra. Perderebbe il suo tempo chi volesse trovare in queste sinfonie tracce del sinfonismo classico di Haydn o di Mozart.

Accanto alla tradizione strumentale italiana notevole influenza esercitò su Malipiero il Canto gregoriano, che, come osservò acutamente Massimo Mila, costituì il mezzo polemico contro la vocalità tradizionale dell’imperante melodramma ottocentesco e lo strumento di evasione dalla tonalità tradizionale. Ma nel canto gregoriano il Nostro vi scorgeva anche l’elemento popolaresco che connotava un modo di vivere la religione e la fede. Il frutto di queste meditazioni fu la mirabile Passione per coro e orchestra.

La riscoperta del passato, come sopra ricordato, non originava soltanto da ragioni stilistiche ma rispondeva anche ad altra esigenza, di tipo spirituale.

Uomo di cultura europea, Malipiero, senza cedere a catastrofismi tardoromantici, aveva colto la crisi dell’uomo e dei suoi valori dopo le due guerre mondiali. Tutta la sua opera è attraversata dal tema della guerra, della solitudine e della morte: dalla splenetica malinconia delle Sinfonie del silenzio e della morte alla spettrale Notte dei morti dei Poemi Asolani per pianoforte; dalla ricerca del silenzio come agognata oasi di pace tra i bombardamenti delle Pause del silenzio alla Sinfonia delle campane, fino al canto che chiude il Torneo notturno: «Udite? Udite il ritmo funebre del corteo? È la vita che passa agitando il gonfalone della morte».

Malipiero sapeva bene che a questa situazione spirituale faceva specchio la decadenza della musica occidentale, il cui linguaggio pareva ormai isterilirsi e la cui missione culturale prossima al tramonto. A questa crisi Malipiero trovava rimedio nella riscoperta di una tradizione alternativa a quella tedesca ormai in crisi. Il grande compositore scopriva così nella nostra tradizione non solo i fermenti di un rinnovamento del linguaggio musicale ma anche quella freschezza, spontaneità e genuinità che rappresentavano un faro luminoso contro i funesti presagi annunciati dal Doctor Faustus di Thomas Mann.

Quella di Malipiero fu dunque un’operazione artistica, culturale, e, a suo modo, anche patriottica.

Gaetano Esposito



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Ultimo aggiornamento 17 maggio 2021