Idealmente legati alle posizioni critiche di Fausto Torrefranca nei riguardi dell'opera verista, i tre maggiori rappresentanti la generazione dell'Ottanta, Pizzetti, Malipiero, Casella — pur approdando a risultati diversi — vissero il problema del teatro con quella stessa urgenza di rinnovamento che li sollecitava nella produzione strumentale. Assimilare lo stile e lo spirito della nostra antica tradizione — da Frescobaldi a Monteverdi, a Corelli, a Vivaldi — dopo aver fatto tesoro di ricche e molteplici esperienze (impressionismo, Wagner, musica russa), questo fu il terreno che alimentò anche la feconda molla creativa di Malipiero.
In un libello del 1920 («L'Orchestra») — quasi un secondo «Teatro alla Moda» — il compositore denunciando la «potenza seduttrice» della voce umana nel melodramma ottocentesco, poneva inoltre l'accento sulle «situazioni con effetto sicuro e di gusto discutibile» del teatro verista ed estendeva la sua vis polemica nei confronti di Wagner e di Debussy, salvando di quest'ultimo soltanto il «Pelléas et Melisande». La soluzione del connubio fra orchestra e voce — scrive Malipiero — «non potrà venire che dalla "valutazione della parola" quale forza drammatica», e in questo senso, fin dai primi lavori, la linea melodica, plasticamente realizzata, si riallaccia a quella dei compositori del Seicento e ai melismi del canto liturgico.
Il «Torneo Notturno», finito di comporre ad Asolo il 10 dicembre 1929 e dedicato a Gino Damerini, fu eseguito per la prima volta a Monaco (Nationaltheater) il 15 maggio 1931 dà Karl Elmendorf; in Italia, l'anno successivo, Alfredo Casella Io riprese per la Radio, ma solo il 21 novembre 1941 ebbe la sua realizzazione ufficiale al Teatro delle Arti di Roma, diretto da Alberto Erede.
Quest'opera — sottolineò Malipiero — «è la quintessenza di tutto ciò che ho sempre sperato di poter attuare, dalle "Sette canzoni" in poi, col 'mio' teatro». Infatti se da un lato questi «Sette notturni» si collegano alla struttura a pannelli del precedente lavoro e l'elemento sinfonico continua ad alternarsi alle «canzoni», dall'altro l'uso della variazione, dello sviluppo, della ripresa tematica (prima di proposito rifiutati) consolidano l'unità formale, lasciando pure intravedere il vago disegno di una «fantomatica» trama. La quale non è poi altro che la cifra della Weltanschauung di Malipiero: lo Spensierato opposto ma anche simbioticamente fuso con il Disperato, simboleggia il Tempo nel suo inesorabile e cangiante decorso ma anche, paradossalmente, l'uniformità tragica dello stesso. Questo aspetto della «negatività» malipieriana, della corrosione critica dell'esistenza ha un parallelo quanto mai significativo nel Montale di «Ossi di seppia». Nessun commento vale più di questi versi del poeta: «E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Che tutto sia uguale e niente cambi sembra chiaramente comprovato dal declamato finale del Buttafuori: «Voi avete veduto morire lo Spensierato e Madonna Aurora. Forse crederete che la vendetta e la riacquistata libertà abbiano ridato pace al Disperato, ma egli invece ha ripreso il suo cammino senza meta, Voi avete veduto morire, vivere, agitarsi alcuni uomini che le più discordanti passioni tormentavano. Non è finito. Udite? Udite il ritmo di un funebre corteo? È la vita che passa agitando il gonfalone della morte».
La costante rintracciata da d'Amico nel teatro di Malipiero è rinvenibile anche qui in una sua drammatica ed efficace connotazione espressiva, ovvero la nausea dell'autore «per il brulicare in marcia della vita, della storia, del divenire, inutili e incomprensibili». Chi muore è infatti la vita (Spensierato) e chi vive la morte (Disperato): in una serrata morsa sono avvinti i due poli dell'esistenza. Corni e trombe su un lugubre ritmo di marcia investono di tragica risonanza il significato sinistro della vita-morte prima che l'orchestra riesponga le variazioni della «canzone del Tempo» (dello Spensierato) e il tema del Disperato.
Più che di personaggi si dovrebbe parlare di simboli, oppure, come faceva notare Stuckenschmidt, di figure che indossano una maschera, aggiungendo che «i caratteri non si sviluppano, restano fermi nella loro singolarità [...], si immergono nell'atmosfera dell'inverosimile, dell'ultra tipico, dell'al di là». Si tengano presenti a questo proposito, per quanto riguarda cioè la fantasmagoria allucinata, la visionarietà, il canto sconvolto del Disperato nel secondo notturno, il sinistro «allegro» del quarto, oppure quel senso di grottesca e polverosa stasi che si sprigiona dal «Castello della noia» nonostante, o forse proprio per i prodigi del giocoliere e il canto del buffone. I valori vengono distorti, capovolti e non a torto Pestalozza osserva una sorta di ribaltamento: «la serenità» si converte «in amarezza, la gioia fisica del canto in metafisico dolore, l'ottimistico impeto materiale della musica in musica della pessimistica portata ideale». Ma questo pessimismo non è musicalmente reso con gesti di volitiva ribellione, sibbene con un'incertezza tonale, un'instabilità modale che fa vacillare oggetti e figure rendendole evanescenti e ambigue: realtà e sogno si sovrappongono come in certi quadri del periodo metafisico.
È interessante riportare un giudizio di Dallapiccola che risale al 1962 sul «Torneo Notturno», una delle opere da lui predilette del teatro malipieriano; in esso confessava di aver scoperto «l'antico autentico spirito della musica italiana» e, nel sottolinearne la validità rimasta inalterata dopo trent'anni dal primo ascolto scrisse: «non è il caso parlare di bellezza frale. Il Tempo non è riuscito a imprimervi la sua orma».
Il testo, tratto dal patrimonio italiano del quattro-cinquecento, — comune ad altri lavori di Malipiero — sembra avvolgere gli episodi in un'aria di suggestiva irrealtà e di mistero che la sonorità opaca e malinconica del corno inglese — spesso presente nel corso della partitura — tende a esaltare.
Una delle più geniali trovate del «Torneo Notturno», «destinata — come rilevò Santi in un ampio e valido saggio — a restare una delle più profonde e memorabili intuizioni del teatro musicale moderno», è costituita dalla «canzone del Tempo». Essa appare sette volte, «sempre trasformata dalla situazione drammatica» (Malipiero) ma con un suo peculiare, inconfondibile accento ossessivo e di fluidità inesorabile che si traduce musicalmente nell'insistenza sulla nota 'la', nella limitatezza degli intervalli, in una armonia di penetrante incisività che procede per accordi di quarte sovrapposte.
L'organico si compone di: due flauti, ottavino, due oboi, corno inglese, due clarinetti in si bemolle, clarinetto basso in si bemolle, due fagotti, controfagotto, quattro corni in fa, tre trombe in si bemolle, tre tromboni, basso tuba, timpani, batteria, celesta, arpa, quintetto d'archi.
Fiamma Nicolodi