Concerto per violoncello e orchestra n. 1, H. 196


Musica: Bohuslav Martinů (1890 - 1959)
  1. Allegro moderato
  2. Andante poco moderato
  3. Allegro con brio
Organico: violoncello solista, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, 2 tromboni, timpani, pianoforte, archi
Composizione: Polička, agosto - 17 ottobre 1930 (revisioni 1930 e 1955)
Prima esecuzione: Berlino, 13 dicembre 1931
Edizione: Schott Music GmbH & Co., Magonza, 1932
Dedica: Pierre Fournier
Guida all'ascolto (nota 1)

Le case natali degli artisti emanano sempre un grande le fascino. Alcune sono particolari, come quella di Verdi alle Roncole o quella di Goethe a Francoforte. Ma nessuna è davvero tanto speciale quanto quella di Martinů. Il compositore boemo, infatti, proveniva da una famiglia talmente povera che abitava nella torre di una chiesa, con tanto di campana sonante sopra la testa, per le funzioni e gli eventuali segnali di pericolo. Se si passa per Polička, piccola cittadina dell'attuale Repubblica Ceca, a est di Praga, vale la pena di visitare non solo lo splendido e tecnologico museo, dedicato al compositore, genio locale, ma soprattutto di arrampicarsi su per i 192 gradini della stretta torre di St. James. Lì, la minuscola stanza e il magnifico, disteso paesaggio, che fecero da sfondo ai primi undici anni della vita di Martinů, raccontano molto della sua musica.

Lo ammetteva anche lui, nelle Memorie, stese a Parigi, negli anni Trenta: quell'altezza sarebbe rimasta come un'attitudine a vedere la vita dall'alto, privilegiando gli sguardi lunghi sulla natura; sugli assiemi, anziché sui dettagli dei singoli umani. Il padre di Martinů era calzolaio (oltre che controllore dell'orologio della torre) ma nella scuola locale il piccolo ricevette una buona formazione. E tra le materie di base c'era naturalmente la musica, dove subito si evidenziarono le qualità di Bohuslav, che a otto anni suonava il violino. Sguardo malinconico e impostazione folkloristica sullo strumento: così lo ritrae una foto in bianco e nero, nel museo. A sedici anni il ragazzo era iscritto nella classe di composizione del Conservatorio di Praga, dove non fu propriamente un allievo modello, stando al resoconto delle ben due espulsioni, per motivi disciplinari (ma la prima avvenne perché si era esibito con un'orchestra amatoriale, senza chiedere il permesso).

Ventitreenne, era comunque in forze tra i secondi violini dell'Orchestra Filarmonica Ceca, dove suonò fino al 1923, prendendo intanto lezioni dal celebre Josef Suk, anche lui boemo, violinista, didatta e compositore.

Vinta una borsa di studio, si trasferì a Parigi, la città della modernità: lì avrà inizio la seconda delle tre parti della sua vita, con l'incontro con la musica di Stravinskij, di Honegger e degli altri del "Gruppo dei Sei", e con la frequentazione dei poeti surrealisti. La linearità graffante nel Neoclassicismo, il piacere di una scrittura contenuta in geometrie recuperate dal mondo barocco, influenzeranno lo stile di Martinů, fondendosi tuttavia con una costante memoria del folklore ceco. Saranno le due anime, che ritroviamo anche nel Primo Concerto per violoncello, scritto durante uno dei ritorni estivi nella natale Polička, tra l'agosto e il settembre del 1930.

La velocità di scrittura rappresentava un altro tratto caratteristico del compositore, fecondo sia sul fronte operistico sia in quello strumentale. Nel 1927 aveva firmato la prima opera (Voják a tanečnice, in ceco, Il soldato e la ballerina) e il balletto Rivista culinaria, dissacrante commistione di jazz, tango e charleston. Intanto aumentavano le esecuzioni dei suoi pezzi: a Parigi il Primo Concerto per pianoforte, a Baden-Baden la Jazz Suite, a Siena il Quartetto n. 2, per il Festival della Società Internazionale di Musica Contemporanea. A Berlino, il celebre Gaspar Cassadó teneva a battesimo il Concerto n. 1 per violoncello.

L'opera più fortunata, Julietta, del 1938, al debutto nel Teatro Nazionale di Praga, segnava anche l'ultimo sguardo di Martinů in patria: gli eventi bellici lo costringeranno infatti ad emigrare negli Stati Uniti, nel 1940. Qui conoscerà grandi successi, scrivendo le prime cinque Sinfonie (la prima sarà diretta da Kusevitzkij, con la Boston Symphony) e insegnando ai corsi estivi del Berkshire Music Center, quindi alla Mannes School of Music di New York e alla Princeton University. Ma le radici non saranno dimenticate. E soprattutto le sofferenze della patria lontana: Memorial to Lidice, del 1943, è un inno a un piccolo paesino cecoslovacco, uno dei tanti, distrutto dai nazisti.

Ottenuta nel 1952 la cittadinanza americana, Martinů dopo quindici anni di musica strumentale ricomincia a scrivere opere (saranno What Men Live By, da Tolstoj, e The marriage, da Gogol) mentre inizia a lavorare sull'ultimo monumentale Oratorio, The Greek Passion. Dopo i soggiorni a Nizza e in Italia, si trasferisce in Svizzera, a Schönenberg, dietro gli inviti di Paul e Maja Sacher (che raccoglieranno le sue musiche). Nel 1959, l'anno della morte, dopo un'operazione per tumore nell'ospedale di Liestal, presso Basilea, l'amata Julietta - mai più eseguita dopo Praga - viene finalmente ripresa a Wiesbaden. Nel 1979 le spoglie del compositore ritornano a Polička.

Scriveva con facile velocità, Martinů. Ma era anche estremamente critico verso se stesso. Lo dimostrano molte delle sue composizioni, passate attraverso diverse stesure. Distanti tra di loro anche diversi anni. Come è il caso del Primo Concerto per violoncello, che dopo il successo della prima esecuzione a Berlino, il 13 dicembre 1931, affidato al virtuoso spagnolo Cassadó (che ne figurava dedicatario) venne ripensato nel 1939 per grande orchestra. La stesura iniziale del brano, infatti, era originalmente stata pensata per violoncello e orchestra da camera, con uno stile caratteristico di altri brani di inizio anni Trenta, dove il gusto per le citazioni della musica popolare ceca si mischiava con forme prese alla lettera dal barocco dei Concerti grossi. Arcangelo Corelli era diventato il modello per il curioso Martinů.

Ma a distanza di otto anni quegli intrecci forse suonavano fuori luogo. Dunque ecco la seconda versione del Concerto, questa volta con piena orchestra sinfonica, e affidato a un altro grande virtuoso: Pierre Fournier, il francese che lo avrebbe diffusamente eseguito, sia in questa che nella successiva terza versione, datata 1955. Sono buffe le circostanze che indussero l'autore a riprendere di nuovo la partitura, dopo oltre quindici anni (e a quasi un quarto di secolo dalla prima). Colpa - o merito - fu della radio. Perché Martinů, a Nizza, ascoltando una registrazione del Concerto, fatta a Parigi, ne fu talmente scontento che ritirò la partitura per rifarne la stesura definitiva. Quella tutt'oggi in circolazione, rimasta con dedica a Fournier che - in linea col "work in progress" - rielaborò la virtuosistica cadenza del terzo movimento.

Suddiviso nei classici tre movimenti, Allegro moderato, Andante moderato, Allegro, il Concerto intreccia con equilibrio gesti neoclassici, dai profili ritmici netti, brevi, ed espansività melodica, consegnata al solista, che canta ampio, in tutti i registri, ma anche agli strumenti dell'orchestra. L'organico è tradizionale, con i legni a coppie, quattro corni, due trombe, tre tromboni, timpani, percussioni e archi. Subito l'esordio è catturante, con uno squillo di trombe, sincopato e marcato, quasi jazz, su due strappate veloci a tutta orchestra. Ma già Martinů intinge il pennello nella nostalgia: e quel disegno del primo tema (siamo in forma-sonata, anche lei rispettata) profuma di mitteleuropa, di cuore boemo. Affonda, come la Sinfonia n. 9 di Dvofàk, in un vecchio mondo (altro che "Nuovo mondo") di cui si approprierà tanta musica da film americana. Così da sovrapporre le vaste praterie del cinema con il piccolo cannocchiale della torre di Polička.

Martinů combina alternativamente battute di 3/4, 4/4 2/4, secondo una sintassi ondivaga, che accentua le continue sincopi di cui le frasi sono costellate. All'entrata del violoncello, lo sfondo del quadro appare già perfettamente disegnato. Anche lui, naturalmente, cammina sincopato. Forte, ben disteso, attraversa tutta la tessitura dello strumento e subito si piroetta in una serie di capriole acrobatiche. Ne seguiranno tante altre, nel Concerto, memori della grande scuola d'arco che il compositore aveva respirato da bambino, con tocchi tzigani. In alcuni momenti, ad esempio nella parte centrale del primo movimento, riaffiora la stesura barocca, "alla Corelli", del 1931: col solista in dialogo con gli archi, o in alternanza coi legni, in alternanza "solo"-"tutti". Ma alla fine predomina il piacere dell'organico allargato, con gesti che sulla carta potrebbero ricordare la scrittura di Stravinskij, ma che le sono ben lontani poi nella sonorità. Martinů sceglie le morbidezze, la danza sorridente: la dolcezza di un impasto violoncello e fagotto, di struggente malinconia. Anche il pulviscolo moderno di trilli, ai violini, che segue la cadenza del violoncello, e introduce il finale di questo primo importante movimento, suona limpido e positivo.

Qualche inquietudine comunica invece il seguente Andante moderato, di nuovo metricamente cangiante e con un esordio timbricamente particolare, raccolto su due linee di clarinetti e fagotto, in melopea pastorale. Qui le armonie si fanno più complesse, dense, e anche il canto del violoncello suona attraversato da continui cromatismi, fino a raggiungere i registri più impervi.

L'Allegro conclusivo, energico, brillante, contagia passi di danza, alternandoli binari e ternari. Fino alla cadenza dai salti spericolati, che approda ad un Andantino, con memorie sospese del secondo tempo. Una piccola oasi, per lasciare spazio alla successiva cadenza e quindi alla ripresa dei brillanti guizzi iniziali, che portano al ritmico e intenso finale.

Carla Moreni


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 febbraio 2017



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Ultimo aggiornamento 13 gennaio 2021