La vicenda creativa di Bohuslav Martinů, sebbene di diritto appartenente agli sviluppi della musica cèca, non può essere correttamente intesa se non nel contesto più ampio dell'evoluzione musicale europea del primo Novecento. Svolti i primi studi a Praga, grazie ad una borsa di studio Martinů si trasferì nel 1923 a Parigi ed essenziale fu per lui il contatto con l'avanguardia parigina del primo dopoguerra. Studiò per due anni con Albert Roussel frequentando, tra gli altri, Honegger, la cerchia del Groupe des Six e Stravinsky, tutte esperienze che ne segnarono profondamente la personalità. Parigi fu dunque per Martinů, come per molti altri compositori europei della sua generazione, un'occasione per uscire dal rischioso recinto di un nazionalismo angusto e conservatore.
Per comprendere la produzione di Martinů degli anni Venti e dei primi anni Trenta è pertanto fondamentale cogliere due influssi determinanti che vanno ad integrare una componente folklorica slava mai rinnegata: il primo legato alla vivacità ritmica, alla scarna linearità del tessuto musicale che con esiti diversi ma con un comune spirito antiromantico Les Six andavano propagandando; il secondo proveniente dal neoclassicismo di Igor Stravinsky. All'interesse per una scrittura orchestrale dinamica ed incalzante, per un "motorismo" che da Mouvements perpétuels di Poulenc a Pacific 231 di Honegger sembrava contagiare la musica di quegli anni, possono ricondursi, ad esempio, composizioni quali Half-Time del 1924 o Bagarre del 1927, quest'ultima ispirata al rumoreggiare della folla che accolse all'atterraggio l'aviatore Lindbergh.
Più orientati in senso neoclassico, sotto l'influsso di Stravinsky, appaiono invece alcuni approdi di Martinů dei primi anni Trenta quali la Partita, del 1931 o la Sinfonia concertante del 1932.
A tale consistente vena stilistica che possiamo meglio definire neobarocca e che sfocerà nell'apprezzato Concerto grosso del 1938, appartiene il Quartetto per archi con orchestra scritto nel 1931. A proposito del suo interesse per il mondo formale barocco, Martinů ha ammesso esplicitamente la sua attrazione per una forma che possa collocarsi a mezza via tra sonorità cameristica e sinfonica, proponendo un'interessante intersezione di piani e volumi differenti. Tale è in effetti la chiave generale più pertinente per comprendere la singolarità di quest'opera nella quale il dialogo tra il quartetto di archi solisti e l'orchestra ricrea il rapporto tra "concertino" e "ripieno" del Concerto grosso barocco.
Dei tre movimenti dell'opera l'Allegro vivo è basato su un tema, dal vivace disegno di crome, prima presentato dal quartetto d'archi quindi ripreso dall'orchestra che prosegue in modo incessante e continuo il proprio dialogo "meccanico" con i solisti. Di tutt'altra atmosfera espressiva è invece l'Adagio dominato da tormentate linee cromatiche che lasciano il posto nel terzo movimento, Tempo moderato, ad un tema dal sereno buon umore popolare che tocca una corda assai tipica dell'uomo e del compositore.
Raffaele Pozzi