Nonetto n. 2, H. 374

per quintetto di fiati e archi

Musica: Bohuslav Martinů (1890 - 1959)
  1. Poco allegro
  2. Andante
  3. Allegretto
Organico: flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, violino, viola, violoncello, contrabbasso
Composizione: Schönenberg, 9 gennaio - 1 febbraio 1959
Prima esecuzione: Salisburgo, 27 luglio 1959
Edizione: Bärenreiter, Praga, 1959
Guida all'ascolto (nota 1)

Terminato nel gennaio 1959, il Nonetto di Bohuslav Martinů costituì una delle novità del Festival di Salisburgo, dove il Nonetto Boemo, cui è dedicato, lo eseguì nel luglio, un mese prima la fine del suo autore, che si spense il 28 agosto in una clinica della Svizzera. L'indicare il 1959 accanto al titolo può quindi andar oltre il riferimento meramente cronologico; tanto più che quest'opera rispecchia sia pure di scorcio il cammino percorso dal compositore ceko.

Mosso da interessi artistici a trasferirsi a Parigi dal 1923 Martinu conobbe le maggiori fortune durante il periodo tra le due guerre mondiali, militando nella corrente neoclassica con alcuni attributi propri che val la pena di ricordare. Se notoriamente la parola d'ordine era di rompere con l'Ottocento romantico per rifarsi ad epoche anteriori, egli nessuna ironia frappose tra le sue scelte ad onta dell'influenza strawinskyana. Volgendosi, invece che a Bach, ai polifonisti franco-fiamminghi in ordine alla riscoperta del contrappunto e al concerto grosso barocco per ciò che concerne il rinnovamento delle forme, ne derivò tanto la condotta asciutta della scrittura, quanto l'associarne o il dissociarne le linee in conglomerati sonori nettamente contrapposti, tipici di quasi tutta la sua musica pura d'allora.

Viceversa per le vie del folklore nativo moravo o genericamente boemo perveniva alla polimodalità, che usò anche poi quale antidoto alla crisi atonale espressionista. Ed è materia degli studiosi della cosiddetta musica popolare indagare perchè egli abbia avuto in comune con compositori ben più nutriti di humus etnico come un Janàcek e un Bartók, l'eludere la dialettica tra temi definiti in partenza per preferirle il divenire di brevi cellule attraverso i vari stadi evolutivi di sviluppo. Il che gli acquisirà definitivamente o quasi l'esclusione dai suoi primi tempi delle strutture dell'Allegro di sonata.

Ma pur potendo accettare ancora l'etichetta neoclassica, il Nonetto sottende le altre non secondarie modifiche subite da essa nel caso di Martinu.

Così le formazioni e gli urti dissonanti di cui egli sembrò prodigo, già si erano andati smussando nelle composizioni del periodo da lui trascorso negli Stati Uniti d'America, ove nel 1940 lo spinsero a vivere le vicende politiche dell'Europa. Del pari il ritmo, che se sussiste come elemento portante del discorso strumentale ha mutato l'antica aggressività drammatica in accenti più lievi, in moti più fluidi: indicative in tal senso le soluzioni offerte dall'Allegretto finale, approdante nell'epilogo a una serena quiete. Nè il Nonetto elude il ricordo del ritorno alla terra d'origine, che Martinu vagheggiò dopo la fine della seconda guerra, senza, è vero, decidersi a tradurlo in una realtà biografica definitiva ma ispirandovi alcune cantate di schietto sentimento poetico. Le reminiscenze del paese natale, evidenti nel Poco Allegro, suonano filtrate dall'Andante, dove la libertà melodica che sempre gli venne riconosciuta afferma la prevalenza del contenuto lirico, giudicato caratteristico della sua ultima maniera.

Emilia Zanetti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 1 marzo 1963


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Ultimo aggiornamento 20 ottobre 2021