In un certo senso, la modernità comincia con le macchine. Anzi, con i macchinari. Fin dalla rivoluzione industriale il panorama sonoro delle città ha subito una trasformazione che via via si è estesa a tutto il mondo, sotto la spinta di innovazioni tecnologiche (vapore, elettricità) che hanno trasformato il ritmo e le abitudini delle persone, degli ambienti, della vita tutta. La struttura di questi meccanismi - dai processi industriali ai mezzi di trasporto - è intrinsecamente ritmica: essi sono ripetitivi, ingranano e scorrono sovrapponendosi a diverse velocità. E poi ci sono le sirene che annunciano l'inizio, le pause e la fine della giornata lavorativa, i clacson delle automobili, le rotaie del tram. Insomma, dietro il fracasso della fabbrica o dell'automobile si percepisce sempre qualcosa di musicale.
Se ne accorsero subito i futuristi, che nel frastuono del moderno riconobbero non solo lo spirito del tempo, ma anche una nuova forma di musicalità, che in barba a ogni residuo romantico celebrava non la melodia ma il ritmo, non il bel timbro orchestrale ma il rumore, non l'eleganza della danza umana ma l'energia impersonale della macchina. Il futurismo però, al di là di qualche riflessione teorica, non espresse un vero movimento musicale: magari adesioni ideali e composizioni occasionali, ma nulla che somigliasse a una scuola o uno stile. Però seminò idee che, incrociate con altre sperimentazioni artistiche, a lungo termine hanno prodotto frutti importanti, soprattutto negli anni Venti e Trenta, prolungandosi fino alle avanguardie degli anni Sessanta.
Agli Stati Uniti va riconosciuto un ruolo fondamentale nella prima fase di questa nuova musica. Anzitutto per la forza trainante dell'industrializzazione: sebbene anche Londra o Parigi fossero metropoli avanzate sul piano urbanistico e tecnologico, poche altre città potevano stare al passo di Chicago o New York, veri e propri gironi infernali di traffico, automobili, tram, fabbriche, catene di montaggio, ascensori per grattacieli, treni sotterranei, piroscafi e navi, ma anche - negli ambienti al chiuso - macchine da scrivere, telefoni, porte automatiche, campanelli di varia natura. Il ritmo di queste metropoli, la babele di lingue, la confusione di persone e macchine si intrecciavano con nuove, frenetiche musiche da ballo: il jazz anzitutto, che sprigionava polifonie dissonanti (almeno per chi era abituato alla musica classica o alle canzoni leggere), quasi ululate, di inedito virtuosismo, e poi eccitanti ritmi sincopati, mitragliati da rumorose batterie di percussioni, per incitare balli carichi di erotismo, ritmati da tacco e punta dei piedi o da pacche sul proprio sedere.
In questo bailamme anche la guerra, purtroppo, ci aveva messo del suo: gli aerei da combattimento erano diventati una realtà, che andava ad aggiungersi a mitragliatrici, granate, cannoni. Una tecnologia mortale che si affinò durante la seconda guerra mondiale e che, prescindendo dal suo utilizzo, sedusse più di un compositore. Uno di questi fu un personaggio singolare e ancora oggi poco conosciuto in Italia, il compositore ceco Bohuslav Martinů (si pronuncia Bohùslav Màrtinuu).
Dotato di una eccezionale percezione e memoria musicali, il giovane Martinů aveva fatto fatica a inserirsi nell'ambiente accademico musicale per il suo temperamento allergico alle regole e alle restrizioni. Brillante violinista, trascorse la sua gioventù tra l'attività di concertista e quella di compositore, barcamenandosi tra lezioni con una figura eminente come Josef Suk e attività da autodidatta. Lettore vorace, musicista alla continua ricerca di stimoli, nel 1923, a trentatré anni, lasciò Praga per Parigi, con già alle spalle una discreta produzione compositiva. La scoperta del surrealismo, del neoclassicismo di Stravinskij e del jazz (a cui ha dedicato una produzione copiosa e brillante), nonché la guida di un compositore come Albert Roussel, incanalarono la sua esuberante creatività in direzioni più precise, soprattutto nel campo del balletto. Fu l'avanzare del nazismo a spingerlo lontano dall'amata Europa, verso gli Stati Uniti, dove tra problemi della lingua e disagio ambientale fece fatica a integrarsi. Dopo la guerra avrebbe voluto tornare in patria, ma questa volta fu l'inasprirsi del comunismo cecoslovacco a convincerlo a richiedere la cittadinanza americana.
Si può allora capire perché Martinů provasse interesse anche per il Thunderbolt P-47, uno dei cacciabombardieri più importanti utilizzati dagli americani durante la seconda guerra mondiale. Monoposto e monomotore, pesante e poco maneggevole, armato di mitragliatrici, il Thunderbolt P-47 era tuttavia molto efficace in picchiata (tra le altre occasioni fu utilizzato anche durante lo sbarco in Normandia). Immaginiamo Martinů lontano dalla patria in guerra; immaginiamo anche un musicista da sempre affascinato dal ritmo del jazz e dalla propulsione energica della musica di Stravinskij, ed ecco spiegato come alla fine del 1945, a conflitto terminato, possa nascere una pagina sinfonica dedicata a un aereo da guerra, Thunderbolt P-47 appunto.
Peraltro già quell'eccentrico di George Antheil aveva osato infilare delle eliche di aeroplano nella cacofonia musicale per il film sperimentale Ballet Mécanique (1926). Thunderbolt P-47 però è molto diverso: è sì meccanicistico, energico e tonante, ma è sostanzialmente tonale, evita il rumore e si fa ascoltare con piacere. Il ritmo ostinato degli archi all'inizio evoca le eliche dell'aereo e i poliritmi che seguono suggeriscono i cambi di velocità e di quota. Il movimento costante degli archi non si quieta mai, ma nella parte centrale assume un inopinato carattere spensierato e allegro, piuttosto singolare per descrivere un aereo da guerra. Ma è chiaro che a Martinů interessa coinvolgerci nell'instancabile potenza del velivolo: e così, dopo una rullata militaresca che ci richiama ai doveri della guerra, ecco che, sui ritmi martellanti della prima parte, il cacciabombardiere riprende quota.
Al di là del contesto bellico, Thunderbolt P-47 è in fondo un esempio curioso e tardivo di futurismo musicale addolcito dall'orchestra sinfonica, celebrante una macchina di morte che porta verso la libertà.
Stefano Zenni