Sestetto

per fiati e pianoforte

Musica: Francis Poulenc (1899 - 1963)
  1. Allegro vivace
  2. Divertissement
  3. Finale
Organico: flauto, oboe, clarinetto, fagotto, corno, pianoforte
Composizione: 1932 (revisione 1939 - 1940)
Edizione: Wilhelm Hansen, Copenhagen, 1945
Dedica: Georges Salles
Guida all'ascolto (nota 1)

Figlio di un importante industriale (suo padre era uno dei fondatori della Poulenc Frères, che diventerà poi la casa farmaceutica Rhône-Poulenc), Francis Poulenc potè permettersi fra il 1914 e il 1917 di studiare privatamente pianoforte con l'allora celebre Ricardo Viñes e, dal 1921, armonia con Charles Koechlin. Viñes gli aprì le porte del mondo musicale francese dell'epoca facendogli conoscere Erik Satie, Georges Auric, Debussy e Ravel. In quegli stessi anni perdette però entrambi i genitori: rimase orfano di madre nel 1915 e di padre nel 1917 e tali profondi lutti lo costrinsero a lasciare il Conservatorio di Parigi e gli studi universitari. Sempre nel 1917, però, venne fondato quello che passerà alla storia come il "Gruppo dei Sei" e Poulenc entrò a farne parte al fianco di Louis Durey, Germaine Tailleferre, Darius Milhaud, Arthur Honegger e Georges Auric. Se pensiamo che il sodalizio artistico vantò il graffante Erik Satie come "padre spirituale" e Jean Cocteau come "cronista poetico", comprendiamo facilmente quali dovessero essere i caratteri di questo gruppo d'avanguardia, attivo negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale. Gli ideali di una "musica francese (senza crauti, possibilmente)", propugnati da Cocteau, si basavano sul rifiuto dell'universo espressivo tardo-romantico nonché delle distillate emozioni simboliste. L'arte doveva respirare forme e atmosfere più attuali, recuperare un dinamismo che la modernità portava in campo grazie alle innovazioni tecniche, rifiutare la tronfia seriosità e ispirarsi al quotidiano ("la musica non è sempre gondola, un cavallo da corsa, una corda tesa; qualche volta è anche sedia" scrisse Cocteau nel 1918); doveva essere meno introspettiva e più istintiva, diventare dissacrante nei confronti della moribonda società borghese, ringiovanirsi grazie a una sana spregiudicatezza. Certo, almeno nel fatto musicale, la secolare tradizione e il vincolo dei mezzi storici del comporre finirono talvolta per indirizzare verso più mansueti risultati le spinte creative dell'epoca, marcando la distanza fra proclama e fatto concreto.

Sebbene precocissimo nell'attività compositiva (aveva scritto pezzi per pianoforte già all'età di sette anni), la sua consacrazione di compositore Poulenc l'ebbe solo nel 1924 quando il balletto Les Biches, commissionatogli da Sergej Diaghilev per i Balletti russi, ottenne un grande successo a Montecarlo. Da lì in poi la sua vita fu un continuum di successi che lo porteranno a scrivere, tra le opere più note, il Concerto campestre per clavicembalo e orchestra (1929) dedicato alla leggendaria esecutrice Wanda Landowska e il Concerto per due pianoforti e orchestra, commissionato dalla principessa de Polignac, ed eseguito per la prima volta insieme all'amico Jacques Fevrier a Venezia nel 1932.

Proprio in quello stesso anno Poulenc mise mano alla partitura del Sestetto per pianoforte, flauto, oboe, clarinetto, fagotto e corno; aveva già al suo attivo numerosi lavori cameristici, nell'ambito dei quali un'attenzione particolare è riservata agli strumenti a fiato, in diverse combinazioni. Nel caso del Sestetto, la cui partitura sarà rimaneggiata nel 1939, balza all'orecchio la perizia nel trattare i singoli strumenti in maniera da esaltarne le caratteristiche timbriche. Già nel primo brano si percepisce come la musica di Poulenc, anti-romantica e anti-impressionista, rimandi allo stile popolare e vivace del music-hall e del cabaret, alla nuova estetica di Satie e di Cocteau.

Alla vitalità dello slancio dell'Allegro vivace d'apertura si contrappone un Divertissement (Andantino) dal carattere pacato e sognante. La presenza di tratti ipnotici ricorda lontanamente la vena espressiva di Prokof'ev, anche per il sottile sarcasmo di certi intervalli eccentrici coi quali Poulenc si fa beffa del sentimentalismo romantico.

Il movimento conclusivo, in forma di rondò, presenta qualche reminiscenza dei motivi dell'Allegro iniziale, del quale sviluppa i cenni scherzosi e umoristici, oltre che malinconici, in accordo con le atmosfere capricciose e dadaiste che caratterizzarono il periodo fra le due guerre.

Simone Ciolfi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 14 gennaio 2011

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Ultimo aggiornamento 5 marzo 2019