Segnato nel corpo e nell'anima dagli orrori della guerra, il soldato Semën Kotko ritorna dal fronte. Al posto della sospirata casa natia trova una landa desolata, punteggiata di crateri e devastata dal fuoco, dove stanno acquattati, pieni di sospetto, alcuni sconosciuti. Con gioia mista a sgomento Semën riconosce i compaesani, gli amici di gioventù, la sorella Frosja, ormai grande, insieme al suo giovane spasimante Mikola, e la madre, tanto invecchiata da preoccupazioni e affanni da essere irriconoscibile.
Semën deve imparare di nuovo a vivere insieme agli altri, in un mondo regolato da norme che il soldato ha da tempo dimenticato. Quando incontra la sua adorata Sof'ja, Semën si sente sopraffatto dall'affetto e dalla tenerezza, ma anche dal senso di responsabilità per il loro futuro insieme. Purtroppo il padre di Sof'ja, l'ex sergente-maggiore Tkačenko, non ha alcuna intenzione di concedere la mano di sua figlia a un pezzente come lui, incurante della promessa che gli ha fatto al fronte.
Per il soldato è un'inaspettata risorsa l'aiuto offerto dal presidente comunista del soviet locale, Remenjuk, dal marinaio 'rosso' Carëv, e da Ljubka, fidanzata di Carëv. Semën ha un atteggiamento ambivalente nei loro confronti, ma per realizzare il suo sogno d'amore è pronto a fare qualunque cosa. I suoi nuovi compari sono sicuri che il kulak Tkačenko non oserà mai sfidare i rappresentanti dell'autorità rivoluzionaria.
Nel momento in cui la sorte dei singoli individui è tanto instabile quanto il potere che dirige il paese, ognuno si arrangia meglio che può. Cercando di proteggere se stesso e la sua famiglia dalle avversità di quei tempi difficili, Tkačenko si rinchiude nel suo mondo, dove però non trova felicità né pace, ma soltanto paura, rabbia e solitudine. Per rimediare a una prospettiva di miseria, il kulak offre asilo al possidente Klembovskij, facendolo passare per bracciante. In questo modo spera che l'uomo finisca per sposare Sof'ja.
I compari di Kotko bussano alla porta: inorridito e impotente, Tkačenko si vede piombare in casa quegli ospiti indesiderati. La gioiosa cerimonia di fidanzamento di Semën e Sof'ja si rivela un atto di forza, un'orribile farsa. I festeggiamenti sono interrotti dall'inaspettato arrivo dei Tedeschi. Benché la situazione abbia un suo lato comico, tutti sono colti da una sensazione di disastro imminente, atterriti dalle forze di distruzione con cui si devono ancora una volta confrontare.
Parte IILa vita, nonostante tutto, continua. Tra tanta devastazione l'amore che sboccia è già segnato da un destino ostile. Semën e Sof'ja, Carëv e Ljubka, Mikola e Frosja sono coppie piene di fiducia e di amore» ma senza avvenire. Protetti dal buio, gli innamorati sembrano spettri che volteggiano, come fossero effimeri lampi di felicità. Poco prima dell'alba scatta la vendetta, quando Rossi, Bianchi, Tedeschi e Cosacchi si scontrano in una mischia grondante di sangue. Mikola e Ljubka non possono far altro che stare a guardare, mentre il padre di Mikola e Carëv, l'innamorato di Ljubka, vengono impiccati. Un fuoco che tutto divora illumina i loro spasmi d'agonia. Come una figura di cera, Ljubka, anche lei terrorizzata, resta immobile tra le ceneri dell'incendio.
Parte IIIIl comandante della brigata partigiana Remenjuk invita i compagni a vendicare i giustiziati. Morti e vivi si rialzano; il sangue riprende a scorrere a fiumi.
Frosja, benché ferita, reca ai partigiani la notizia dell'imminente matrimonio di Sof'ja e Klemboskij. Pieno di rabbia e assetato di vendetta, Semën commette l'estremo sacrilegio e scaglia una granata dentro la chiesa.
Nell'apocalittica esplosione, la realtà si trasforma in un incubo vivente, popolato di derelitti senza più alcun futuro.
Chicago, Londra, New York, Parigi, Roma, San Francisco: la carriera di compositore e pianista divise il giovane Sergej Sergeevič Prokof'ev tra l'Europa occidentale e gli Stati Uniti d'America, e lo condusse assai lontano dalla Russia imperiale dove era nato nel 1891. Ma dopo diciott'anni di assenza quasi ininterrotta, nel 1936 il musicista fece ritorno definitivo alla madrepatria. Lo lusingava l'ambizione di essere reputato il primo tra i compositori dell'Unione Sovietica, frattanto istituita, prima che il proprio successo nell'Occidente si avviasse al declino. Egli cedeva in tal modo a un preciso intento del regime di Stalin, ossia di riavere presso di sé i talenti sovietici sparsi nel mondo. Il fenomeno artistico si intrecciava col terrore politico: al momento dell'arrivo di Prokof'ev a Mosca, il teatro d'opera conosceva una nuova primavera, e le Purghe staliniste erano alle porte. La collaborazione diretta col regime non era, è vero, compresa fra gli obblighi di Prokof'ev; nondimeno, il regime aveva il potere di stabilire la forma e la sorte delle sue composizioni, ora partecipando alla loro commissione e ora provvedendo alla loro censura.
L'idea di comporre un'opera di soggetto sovietico era stata presa in considerazione da Prokof'ev già quattro anni prima del ritorno in Russia. In un articolo del 1932 apparso nelle pagine di «Večernjaja Moskva», egli ne dava avviso in tali termini: «Che tipo di soggetto starei cercando? Vorrei essere attratto da una trama che confermi la realtà positiva. Un impianto eroico. Un uomo nuovo. La lotta nel superamento di ostacoli». Dietro suggerimento dell'intellettuale Aleksej Tolstoj, tale soggetto fu infine trovato in un racconto di Valentin Kataev, Ja, syn trudovogo naroda (Sono figlio del popolo lavoratore, 1938). In esso l'eroe è Semën Kotko, veterano della prima guerra mondiale e libero grazie alla rivoluzione bolscevica: l'esercito tedesco invade il suo villaggio — Ucraina 1918 — nel giorno del fidanzamento con Sof'ja, ed egli non esita a riprendere le armi come partigiano; Tkačenko, il ricco e collaborazionista padre di Sof'ja, vorrebbe frattanto combinare il matrimonio di lei con un miglior partito, ma Semën sventa con impeto il tentativo, pochi istanti prima che l'Armata Rossa faccia il proprio ingresso trionfale. A questa trama corrisponde, in Kataev, una narrazione che ha la semplicità retorica, l'intento didattico e il realismo descrittivo tipici dello stile letterario ufficializzato dal regime.
Originario anch'egli dell'Ucraina come il personaggio di Semën, Prokof'ev dimostrò affinità e interesse verso il soggetto proposto. A differenza delle altre opere maggiori composte negli anni precedenti - per le quali aveva ridotto di persona la fonte letteraria - egli stese il libretto della nuova opera Semën Kotko a quattro mani con Kataev stesso, senza rinunciare all'aiuto di un abile uomo di teatro quale Vsevolod Mejerchol'd. Tra i contrastanti punti di vista dei due collaboratori, assecondò poi l'amore di Mejerchol'd per le sottigliezze della declamazione e per la concezione antirealista, e deluse le aspettative di Kataev circa il comporre un'opera ricca di arie isolabili, di canti popolari e di pagine corali, «nello stile della Carmen, o di Verdi: qualcosa che potrebbe essere eseguito da qualunque parte». Dopo aver trovato il soggetto per la propria opera sovietica, Prokof'ev dichiarava d'altra parte di voler dar vita a «eroi in carne e ossa con passioni umane, amore, odio, gioia e dolore, derivanti com'è naturale dalle nuove condizioni sociali»: ciò che all'atto pratico si traduceva in decine di brevi scene liriche, con un taglio novecentesco e cinematografico anziché ottocentesco e melodrammatico.
L'arresto e la sparizione di Mejerchol'd, nel giugno 1939, turbarono il lavoro e - forse - la coscienza di Prokof'ev: le ultime fasi di preparazione della partitura e dello spettacolo furono da lui vissute con insoddisfazione. Dopo la firma del patto di non-aggressione con la Germania nazista, il regime sovietico non poteva più tollerare, a sua volta, il soggetto antitedesco di Semën Kotko, e nella messinscena si dovettero neutralizzare i riferimenti politici. La prima rappresentazione dell'opera ebbe infine luogo nel Teatro Stanislavskij il 23 giugno 1940, e fu accolta in modo poco favorevole. Nelle musiche l'autore aveva dimostrato qualche discontinuità di ispirazione, ma anche una pienezza di risorse superiore a quella riversata nel balletto Romeo e Giulietta o nella favola Pierino e il lupo. Nondimeno, la critica attaccò l'eccessivo modernismo dello stile compositivo, e rilevò la carenza di melodia e di varietà espressiva. Inutile fu la chiosa dell'autore al proprio lavoro:
Per quanto sarebbe stato più vantaggioso, al fine di un successo immediato, imbottire l'opera con melodie dal profilo familiare, ho preferito usare materiale nuovo, e scrivere nel maggior numero possibile melodie nuove con un disegno nuovo. Una vita nuova, soggetti nuovi richiedono forme nuove d'espressione, e l'ascoltatore non si lamenterà se ha dovuto compiere un piccolo sforzo per afferrarle.
Dopo un modesto numero di rappresentazioni, all'inizio del 1941 Semën Kotko fu ritirata dalle scene, e non vi fece più ritorno durante la vita di Prokof'ev. Il compositore selezionò tuttavia nella partitura gli squarci sinfonici di più alto valore descrittivo, e li riunì in una suite per orchestra che porta lo stesso titolo dell'opera teatrale. Come tardivo atto di riparazione, dal 1970 Semèn Kotko è entrata a far parte del repertorio del Teatro Bol'soj di Mosca.
Francesco Lora