Il 1829 segna la fine del Rossini operista: con lo stupore di quanti lo avevano amato e contro l'ira di editori e impresari, aveva promesso a se stesso che dopo il Guglielmo Tell non avrebbe più scritto un'opera. Le ragioni di questo abbandono sono state variamente interpretate - attraverso cause reali o immaginate, dichiarate o dedotte, politiche, mediche, storiche e chi più ne ha più ne metta - ma non c'è dubbio che la biografia e la produzione musicale del pesarese sia nettamente divisa in due parti.
Alcuni fatti sono senz'altro chiari, e hanno a che fare principalmente con la crescente avversione di Rossini verso il sistema produttivo teatrale, con le richieste e le volubilità del pubblico, e con le svariate altre imposizioni e obblighi ai quali era assoggettato. Se per molti anni aveva accettato di buon grado queste trame, delle quali ciononostante era personaggio principale, il lato più intimo e privato della sua vita non gli consentiva un'adeguata serenità.
Gli anni che precedettero il Guglielmo Tell furono in effetti fra i più difficili per Rossini, a partire da quel 1827 nel quale perse l'amatissima madre e forse ancor prima, quando Isabella Colbran, che aveva sposato nel 1822, aveva dovuto ritirarsi dalla carriera operistica (1824) in seguito ad alcuni tremendi fiaschi. La Colbran non si era rassegnata a rinunciare a quel mondo che l'aveva vista protagonista come prima donna e come amante e poi moglie del più grande operista contemporaneo, e si ridusse ad accumulare stellari debiti di gioco ripagandoli con i proventi di lezioncine private, lei che era stata Desdemona, Armida e Semiramide. Fu Rossini invece a mettere da parte la loro relazione, lasciandola nella loro villa di Castenaso e riparando a Parigi, dove tuttavia lo aspettavano altri problemi.
Nel 1830, la Rivoluzione di luglio non aveva semplicemente rovesciato l'ultimo Borbone, Carlo X, ma aveva mutato molti altri assetti riconquistati con fatica nell'ultimo decennio; fra questi, la pensione di Rossini. Dovette battagliare per cinque anni prima di vedersi riconosciuto ciò che gli spettava, anni in cui cercò conforto nelle amicizie, nei salotti, in commissioni distanti dal melodramma (come quella dello Stabat Mater, iniziato nel 1831), nei successi parigini dei compagni Donizetti e Bellini.
In questo periodo ebbe però la fortuna di conoscere Olympe Pélissier, «la più bella fra le cortigiane di Parigi» secondo Balzac, che diventerà prima la sua amante e poi, dopo la morte della Colbran nel 1845, la sua seconda moglie. L'incontro con questa incantevole demi-mondaine fu tanto fatale nella sua vita da fargli quasi abbandonare il proposito di non comporre più opere. Proprio per lei in effetti compose nel 1832 Giovanna d'Arco che, se nello spartito autografo è definito «cantata a voce sola con accompagnamento di piano», nella realtà dei fatti è quella che in gergo melodrammatico viene chiamata "gran scena". Non la tessitura vocale o le linee melodiche né la gestione delle frasi né tanto meno l'accompagnamento di pianoforte avvicinano questa composizione al suono e all'intenzione prettamente cameristici delle canzoni comprese nelle Soirées musicales, scritte nello stesso periodo (1830-35); Giovanna d'Arco potrebbe essere definita come una propaggine dell'età operistica di Rossini, un'opera in nuce, o una vera e propria gran scena senza coro né orchestra.
Va detto comunque che le storie della Pulzella d'Orléans avevano di recente guadagnato le attenzioni degli operisti: già dagli agli anni Venti una serie di valenti autori, fra i quali Nicolini, Pacini, Vaccai per arrivare fino a Verdi e Solerà (1845), approfittò delle sue gesta. E pure Rossini meditò sulla possibilità di crearne una - ci rimangono fra l'altro un paio di suoi recitativi scritti verso gli anni Cinquanta sullo stesso soggetto per l'omonima cantata dell'allievo Campiani - forse identificando Olympe, che già era stata Giuditta in un dipinto di Horace Vernet, con l'eroina francese.
Di certo, come Giovanna, la Pélissier lo aveva salvato dall'esaurimento nervoso e dalla cupa malinconia che aveva pervaso quei giorni d'inizio anni Trenta; fu tuttavia un disagio che Rossini affrontò con la stessa forza che la Pulzella imprime a questo monologo, dapprima mesto poi fiammeggiante sul finale. Giovanna d'Arco ha inizio con un piccolo preludio dalle tonalità lunari; qui la protagonista espone un recitativo (È notte, e tutto addormentato è il mondo) nel quale contempla la campagna e le sue terre fremendo per l'imminente commiato. Giovanna pensa però al dolore della propria madre al vederla partire intonando un'aria (O mia madre, e tu frattanto la tua figlia cercherai) di intenso lirismo, non inferiore a quelle delle migliori opere serie rossiniane. L'eroina si scuote dalle cupe riflessioni notando una luce da oriente (Eppur piange): non l'alba ma una nuova visione divina che la richiama al dovere di liberare la Francia (Ah, la fiamma che t'esce dal guardo). Ma è solo nella cabaletta (Corre la gioia di core in core) che l'ardore di Giovanna - e il virtuosismo della cantante - si fa evidente e definitivo, ormai certa del successo dell'impresa - «la vittoria è con me» canta nelle ultime entusiasmanti battute.
Questa partitura, tuttavia, troppo intima e forse troppo operistica per il secondo Rossini, venne eseguita solo due volte vivente il compositore: una probabilmente nello stesso 1832, un'altra nel 1859 durante una soirée nella quale Rossini accompagnò al pianoforte Manetta Alboni, contralto fra i maggiori dell'Ottocento.
Fatte salve le ragioni biografiche a monte di quest'opera, non c'è dubbio che la sua destinazione sia molto meno intima - e dunque pubblica, spettacolare - di quanto non prevedesse il compositore; anzi, come ha dichiarato Philip Gossett, «non c'è alcuna altra composizione nel catalogo di Rossini che reclami una veste orchestrale più intensamente della Giovanna d'Arco».
L'occasione arrivò nel 1989, allorché Teresa Berganza, invitata a cantare alla decima edizione del Rossini Opera Festival di Pesaro, pensò di proporre un brano per voce sola e orchestra che non fosse un'aria d'opera; mancandone nel catalogo rossiniano, la Fondazione Rossini pensò di orchestrare la Giovanna d'Arco affidando il compito a Salvatore Sciarrino. Il compositore siciliano, che in quegli anni si era dedicato con «cimento artigianale» (P. Misuraca) a scrivere cadenze e fioriture per numerosi concerti di Mozart, poi utilizzati da Pollini, Accardo e altri, assolse alla richiesta realizzando un lavoro tanto plausibile quanto filologicamente accurato. Scelse un'orchestra dall'organico ridotto (un flauto, due oboi, due clarinetti, due fagotti, due corni, due trombe e archi), e, senza limitarsi a trascrivere la parte pianistica, diede colore rossiniano all'accompagnamento strumentale, a volte anche ampliando polifonicamente passaggi che nella scrittura per pianoforte risultavano naturalmente scarni. Sciarrino funse così da medium nell'evocare sonorità implicite nella cantata originaria -come nel caso del preludio strumentale, nel quale il suono del violoncello non può che riportare alla sinfonia del Guglielmo Tell - finendo così per offrire un risultato efficace, proprio perché del tutto rossiniano. Era d'altronde questo l'intento di Sciarrino nell'orchestrare Giovanna d'Arco, un'operazione che si trasforma in un «atto di amore e d'intelligenza - diceva Sciarrino stesso - che a prezzo di infiniti aggiustamenti dissimuli il più possibile le proprie sembianze e formuli nell'altro, inseguendo un'immagine malvista, come l'altro la immagina. Ambizione ben più sottile che lo spandere dappertutto la propria identità».
Giovanna d'Arco
Recitativo
È notte, e tutto addormentato è il mondo.
Sola io veglio, ed aspetto
Che un destrier passi,
Che una tromba chiami.
Ascolto, e nulla sento
Se non son l'acque
E il mormorar del vento.
Muta ogni cosa e afflitta
Come l'ora che segue alla sconfitta.
O patria! O Re!
Novella un'aita verrà.
L'Onnipossente dal gregge
Suscitò la pastorella.
Vadasi. O dolce mio loco natìo,
Dolce famiglia, o campi, o selve, addio.
Aria
O mia madre, e tu frattanto
La tua figlia cercherai,
Affannata chiamerai
E nessun risponderà.
Ma fra poco d'alte imprese
Verrà un suon conforto al pianto:
Ogni madre, ogni francese
La mia madre invidierà.
La mia madre, e tu frattanto
La tua figlia cercherai,
Affannata chiamerai
E nessun risponderà.
Recitativo
Eppur piange. Ah! repente
Qual luce balenò nell'oriente,
Non è il sole che s'alza,
Sei la mia vision, io ti conosco.
Più grande che non suole
Empie il ciel fulminando e mi fa segno:
Angiol di morte, tu mi chiami, io vegno.
Aria
Ah, la fiamma che t'esce dal guardo
Già m'ha toccà, m'investe, già m'arde.
Presto un brando, marciamo pugnando.
Viva il Re, la vittoria è con me.
Guida i forti la vergine al campo,
Tra i leoni l'agnello s'avventa.
Non han scampo, il Signor li spaventa.
Viva il Re, la vittoria è con me.
Corre la gioia di core in core.
Ma, queta e timida fra lo stupore,
Chi se' domandano, che il Re salvò?
Ah! vinse la vergine che in Dio sperò.
Presto un brando, marciamo pugnando.
Viva il Re, la vittoria è con me.