I sei Quartetti per strumenti a fiato furono composti da un Rossini sedicenne, nel periodo fra il 1808 e il 1809, quando frequentava il Liceo musicale di Bologna, dove studierà contrappunto, pianoforte e violoncello. Frutto dello stesso momento creativo sono anche due sinfonie, i Quartetti per archi, Duetti per corno, Variazioni per strumenti obbligati e orchestra, una Messa, una Cantata e l'opera Demetrio e Polibio: tutta musica in parte riproposta come curiosità estetica nelle nostre sale da concerto e indicativa del prepotente e straripante temperamento di un artista, profondamente se stesso e geniale sin da ragazzo. A proposito dei Quartetti per fiati, non manca qualche studioso di estrazione americana ad avanzare la tesi che si tratterebbe di arrangiamenti compiuti successivamente a Parigi, intorno al 1829, dal celebre clarinettista Beer, conoscitore dello stile del maestro pesarese. Al di là di questa considerazione storicamente opinabile, non c'è dubbio che nei Quartetti per fiati esiste l'impronta rossiniana per quel linguaggio fresco e sereno, puntato su una verve melodica e ritmica di straordinario effetto musicale. A giusta ragione il musicologo Armand Panigel ha scritto che «I Quartetti per strumenti a fiato di Rossini fanno irresistibilmente pensare ad un quartetto d'opera, di cui conservano gli elementi caratterizzanti: il ritmo d'accompagnamento, le frasi scorrevoli, le repliche incisive e, a tratti, una delle voci che si stacca dall'insieme in un fraseggio dal lirismo di fattura tipicamente italiana».
Anche il Quartetto per fiati n. 6 non sfugge a queste regole e alterna momenti cantabili ad altri più serratamente ritmici, con quel gusto per le trovate ironiche e umoristiche, specie nel Tema con variazioni, che sono una sigla del grande operista comico, pronto allo scherzo e alla risata cordiale in un clima di amichevole e indulgente bonarietà.