L'Oratorio Il giardino di rose, capolavoro inedito di Alessandro Scarlatti, che l'Accademia di Santa Cecilia presenta al pubblico nell'esecuzione del Complesso Barocco diretto da uno dei massimi specialisti di musica antica, Alan Curtis, fu commissionato al compositore, all'epoca attivo in Roma, dal principe Francesco Maria Ruspoli, il maggior mecenate musicale del suo tempo. Ruspoli lo fece eseguire nella propria residenza (Palazzo Bonelli, oggi Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma) il giorno di Pasqua del 1707 (24 aprile), e ve lo fece replicare il 26 febbraio 1708 in un salone attrezzato a teatro. Il libretto (di notevole e, per l'epoca, "moderno" gusto arcadico, con uso di versi brevi e similitudini premetastasiane) non fu pubblicato; è di autore ignoto, identificabile con lo stesso principe Ruspoli. Gli "avvisi" dell'epoca parlano di "bellissimo Oratorio", che ebbe "gran concorso di nobiltà".
Dopo aver vissuto a Roma negli anni della sua precoce affermazione, ai tempi - presto coloratisi di un'aura di mito - di Cristina di Svezia, Alessandro Scarlatti vi si era di nuovo stabilito nel 1703 con la sua numerosa famiglia, prendendo casa in via Frattina. Era reduce dal soggiorno toscano presso il figlio del granduca, quel principe Ferdinando de' Medici la cui autentica passione musicale tante speranze aveva suscitato in Alessandro, per sé e per suo figlio Domenico. Progetti e speranze che avevano portato gli Scarlatti lontani da Napoli, donde Alessandro, dopo diciotto anni di servizio come maestro della cappella reale, aveva nel 1702 preso sostanziale congedo: l'intera Europa era scossa dalla guerra di successione spagnola e Napoli era una delle poste in palio. A Firenze perciò, dove il principe Ferdinando promuoveva spettacoli d'opera nel teatro della villa di Pratolino e si dilettava sui primi fortepiani del suo cembalaro Bartolomeo Cristofori, Alessandro cercava un porto sicuro. Ma troppo lontani erano i sogni del principe Ferdinando dalla bigotta austerità del granduca Cosimo III suo padre; e gli Scarlatti se ne andarono a Roma. Qui Alessandro fu accolto con entusiasmo dal cardinal Pietro Ottoboni, altro appassionato musicofilo dell'epoca; e l'attività che il compositore svolse per sei anni nella città papale fu in gran parte legata al cardinale. Autore di proverbiale fecondità, Scarlatti produsse in quegli anni romani ogni genere di composizioni: chiese e palazzi fecero risonare le note della sua musica sacra, delle sue serenate, della sua musica strumentale. C'era però un limite, grave per un operista conclamato come lui: i teatri erano chiusi. Proprio all'epoca del suo arrivo, Roma aveva subito un terribile terremoto (gennaio e febbraio 1703), con caduta di una parte del Colosseo: le autorità cittadine fecero voto di sospendere per cinque anni il carnevale e gli spettacoli, e papa Clemente XI lo ratificò. Scarlatti superò questa situazione scrivendo melodrammi per il teatro di Pratolino del principe Ferdinando e, nel carnevale 1707, per quelli di Venezia. Ma a Roma, chiusi i teatri, restava il genere dell'Oratorio, che ebbe così in quegli anni una fioritura straordinaria: Oratori si eseguivano nelle pubbliche sale della Chiesa Nuova, di San Girolamo della Carità, dell'Arciconfraternita del SS. Crocifisso, nonché privatamente nei palazzi di principi e cardinali. E un Oratorio fu il biglietto da visita di Scarlatti: La Santissima Annunziata, eseguita nella sala della Chiesa Nuova il primo aprile 1703. Gli Oratori furono il campo principale dell'attività del compositore in questo periodo romano, e avendo già dato da anni saggi del suo talento in quel genere, Scarlatti si produsse con pieno successo in quelli che compose tra il 1705 e il 1706. Il musicista ebbe anche incarichi con stipendio stabile: già dal dicembre 1703 Ottoboni, che vi era cardinal arciprete, lo fece assumere dalla Basilica di S. Maria Maggiore come maestro di cappella "coadiutore" dell'ammalato titolare, Antonio Foggia; nel 1704 e 1705 fu coadiutore del vecchio titolare Giovanni Birilli alla Chiesa Nuova; perso poi quel posto per le troppe assenze, fu direttamente assunto, con l'onorevole incarico di "ministro", dallo stesso cardinal Ottoboni, per star vicino al quale andò ad abitare a piazza Navona; nel 1707, morto Antonio Foggia, divenne maestro titolare di Santa Maria Maggiore e andò ad abitare lì presso, nell'attuale via Liberiana. Come ulteriore titolo onorifico, ci fu l'ascrizione all'Accademia d'Arcadia con il nome di Lerpandro Politelo (26 aprile 1706); con lui fu accolto Arcangelo Corelli, che in quegli anni diresse l'orchestra in tante esecuzioni scarlattiane.
A Roma Scarlatti lavorò, oltre che per Ottoboni, per altri importanti committenti: l'ambasciatore di Spagna Uzeda e il plenipotenziario di Francia, cardinal Janson, monsignor Carlo Colonna, l'ex regina di Polonia Maria Casimira Sobieski (che in seguito assumerà come maestro suo figlio Domenico); per lo stesso pontefice Clemente XI compose la Missa Clementina (1705) e tre Cantate natalizie eseguite in Vaticano (1705-07). Ma fra tutti andava sempre più emergendo Francesco Maria Ruspoli (1672-1731), che impiegava i pingui frutti degli immensi patrimoni ereditati in un'intensa attività di mecenatismo, dimostrando un gusto sicuro, insieme nobile e "moderno": la fama dei suoi concerti si spargerà da Roma per l'Europa. Spesso le promozioni di Ruspoli erano portatrici di messaggi ideologici o politici; in vari Oratori da lui fatti eseguire ricorre il soggetto di Mosè, riferito a se stesso come rifondatore d'una stirpe. Infatti egli alla nascita si chiamava Marescotti e assunse il cognome Ruspoli come erede di quella ricchissima famiglia, estinta nel 1681. Abitò dapprima in palazzo Marescotti, ma dal 1705, per dare un tono principesco alla sua vita, prese in affitto il palazzo Bonelli in piazza Santi Apostoli (attuale sede della Provincia di Roma); nel 1713 acquisterà dai Caetani il palazzo sul Corso ancor oggi chiamato palazzo Ruspoli. Al suo diretto servizio ebbe musicisti di valore: compositori famosi come Georg Friedrich Händel (1707-08) e Antonio Caldara (1709-16), nonché Bernardo Gaffi, Quirino Colombani, Francesco Gasparini, virtuose e virtuosi di canto, strumentisti ad arco e a fiato. Molti altri, come Scarlatti e Corelli, lavorarono occasionalmente per lui. Fin dal 1691 membro dell'Arcadia (Olinto Arsenio), si dilettò di poesia e suoi versi furono pubblicati in raccolte arcadiche; suo è certamente il libretto della serenata Olinto Pastore Arcade alle glorie del Tebro, eseguita il 9 settembre 1708 con musica di Händel; probabilmente di suo pugno (forse scritti "a quattro mani" con l'aiuto di un poeta al suo servizio) sono alcuni testi poetici adespoti per Oratori e Cantate, e tra essi Il giardino di rose.
Scarlatti conobbe Ruspoli appena giunto a Roma e già compose musica per lui nel maggio 1703; per lui scrisse le Serenate Flora pellegrina (1705), Amore e Virtù (1706) e l'Oratorio La Giuditta (1706). A partire dal 1707 Ruspoli promosse vere "stagioni" oratoriali in palazzo Bonelli: ogni domenica di quaresima un diverso Oratorio, andando a culminare in quello del giorno di Pasqua, che fu Il giardino di rose. Se l'esecuzione di Oratori in quaresima era consueta, non lo era affatto a Pasqua; ma Ruspoli ripeterà questa scelta negli anni successivi (nel 1708 La Resurrezione di Händel): conferma di un'indole volta a sensi positivi e vittoriosi. I documenti di casa Ruspoli, conservati nell'Archivio Segreto Vaticano, consentono di indicare alcuni degli interpreti scritturati per il Giardino di rose: il contraltista Pasqualino Betti di Camaiore (pochi giorni prima assunto nella cappella pontificia), l'apprezzato tenore Vittorio Chiccheri (all'epoca "guardiano" dei cantori nella Congregazione dei Musici di Santa Cecilia), il basso Giulio Arquilla di Barisciano presso l'Aquila (un sacerdote che due anni dopo sarà anch'egli assunto nella cappella del papa); l'orchestra, composta di circa 25 elementi, comprendeva nomi noti: i violinisti Carlo Guerra, Alfonso Poli e Angelo Bononcini, il contrabbassista Simone Cimapane, l'arciliutista Giovanni Antonio Haym. Non si conosce il nome del flautista; giacché nella partitura non compaiono mai insieme, il flauto fu forse suonato dallo stesso strumentista che tenne la parte di primo oboe: si tratta di Ignazio Rion, virtuoso all'epoca famoso, che con la sua attività a Roma e a Venezia (dove insegnò il suo strumento alle ragazze dell'Ospedale della Pietà, in stretti rapporti con Vivaldi) diede un importante contributo alla definitiva affermazione dell'oboe nella musica italiana. Ma alle esecuzioni dei concerti di Ruspoli prendevano parte anche artisti da lui direttamente stipendiati; è perciò possibile che nell'Oratorio abbia cantato Margherita Durastante, da poco assunta da Ruspoli, che le aveva assegnato un appartamento al secondo piano del palazzo. L'altro soprano può essere stato invece un castrato, chiamato "Giuseppino della Regina". Giacché alle esecuzioni venivano invitati numerosi cardinali, la presenza di una «canterina» poteva sollevare problemi: l'anno dopo la presenza della Durastante nella Resurrezione di Händel procurò a Ruspoli una "paterna ammonizione" da parte del papa. Ruspoli fu anche in altre occasioni rimproverato dallo zio cardinal Galeazzo Marescotti perché si teneva in casa diverse canterine e le esibiva nei suoi concerti; ma non si curò dei richiami e proseguì a far di testa propria come fosse un sovrano. Le meravigliose voci delle virtuose al suo servizio, attraevano invece il pubblico, specie gli stranieri appassionati di musica, tra i quali il barone Uffenbach, che ne lasciò un bel quadro nelle sue memorie. Proprio rifacendosi ai concerti di Ruspoli, una celebre virtuosa dei nostri tempi, Cecilia Bartoli, ha ultimamente inciso l'album discografico Opera proibita con tutti brani di autori "ruspoliani" (Händel e Caldara), ivi compresa un'Aria del Giardino di rose.
L'Oratorio di Scarlatti ci è pervenuto nella copia redatta all'epoca dal copista di casa Ruspoli, Antonio Giuseppe Angelini, detto "Panstufato" per la sua lentezza. Questo manoscritto, con un nutrito gruppo di partiture dell'archivio Ruspoli, finì nei primi anni dell'Ottocento nella famosa collezione privata dell'abate Fortunato Santini, colto e instancabile ricercatore di musica dei secoli precedenti. Alla sua morte (1861) la collezione fu venduta al Museo Diocesano di Münster e ancor oggi è conservata in quella città della Vestfalia. Eminenti studiosi, tra cui Ursula Kirkendale, hanno giudicato Il giardino di rose una delle migliori composizioni di Scarlatti. L'Istituto Italiano per la Storia della Musica, che svolge la propria attività nell'ambito dell'Accademia di Santa Cecilia, ha in preparazione la pubblicazione dell'edizione critica dell'Oratorio, a cura di chi scrive.
Nel Giardino di rose intervengono cinque personaggi: la Carità (soprano), la Speranza (soprano), la Penitenza (contralto), la Religione (tenore) e il vento Borea (basso). L'orchestra comprende flauto, due oboi, fagotto, due trombe, archi, liuto, cembalo. Il soggetto è un'allegoria: gli ideali personaggi appaiono in un giardino, le cui rose simboleggiano il Rosario della Beata Vergine, le spine le penitenze che occorre affrontare per godere la soavità del salvifico giardino, le tempeste (provocate dal vento nordico Borea) gli attacchi del mondo infernale. I simboli del giardino, delle spine e della rosa sono tra i più antichi e diffusi, dal Cantico dei Cantici alla rosa mistica del Paradiso dantesco e ai roseti dei chiostri medievali, intesi come copie del perduto Eden, colorati dal sangue del Redentore. Se innumerevoli sono i capolavori letterari e pittorici ispirati a questi simboli, anche in campo musicale non furono pochi, tra cui due esempi del Seicento romano: la Ghirlanda di sacre rose di Giovan Francesco Anerio (1619) e il giardino o verziere del Viridarium Marianum di Agostino Diruta (1631). Diffusasi fin dal XII secolo la pratica di un salterio mariano, dovunque nacquero confraternite del Rosario; e poiché il 7 ottobre 1571, giorno della battaglia di Lepanto, esse sfilavano in processione, la vittoria fu attribuita all'intervento della Beata Vergine del Rosario, che così assumeva una insospettata valenza militare. Ritengo perciò che nell'allegoria dell'Oratorio di Scarlatti si nasconda un significato politico: il contrasto tra papa Clemente XI (simboleggiato dal personaggio della Religione come buon giardiniere dell'orto benedetto della Chiesa) e l'imperatore Giuseppe I (simboleggiato dal vento settentrionale Borea che porta devastazioni e lutto nel giardino). Tra papa e imperatore si giunse infatti, nel quadro della guerra di successione spagnola, a un vero conflitto militare, importante nella storia d'Italia: risorsero dopo secoli un neoguelfismo e un neoghibellinismo come idealità e progetti politici. All'epoca del Giardino di rose la crisi politica era al culmine e Ruspoli era tutto schierato col papa, cui fornì addirittura un reggimento assoldato a sue spese per la difesa di Ferrara. Proprio per il generoso aiuto, ideale e materiale, da lui ricevuto, Clemente XI lo nominò principe di Cerveteri (3 febbraio 1709), equiparandolo al più grande patriziato romano. Anche Alessandro Scarlatti, per i suoi legami con il cardinal Ottoboni e con Ruspoli, ebbe il favore di Clemente XI, ma essendo ormai caduta quasi tutta l'Italia in potere delle armi imperiali, non si peritò di accettare, alla fine del 1708, l'invito del nuovo viceré austriaco di Napoli a riprendere il suo posto di maestro della cappella reale. Ma a quei tempi non si serbava rancore agli artisti che cambiavano bandiera, ritenendo che l'arte avesse diritto ad esprimersi sotto qualsiasi colore politico. D'altronde anche da Napoli Scarlatti, che lasciava a Roma il figlio Domenico, non mancò di coltivare la curia e il patriziato di Roma; e nel 1715 il papa lo farà cavaliere.
La musica è di qualità eccellente, confrontabile con altre opere maggiori di Scarlatti (ad esempio Il Caino): fluida e geniale l'invenzione melodica, nobile ed espressiva la vocalità, brillanti i ritmi e la strumentazione. L'accurata partitura rivela un impegno particolare dell'autore. Dopo un'ampia Sinfonia in tre movimenti (Adagio-Presto, Largo, Allegro), si susseguono numerose Arie (tutte col "da capo"), separate da brevi Recitativi, e qualche Duetto. Verso la fine della prima parte si ascolta un breve "temporale" per orchestra; la seconda parte si apre con un mirabile Arioso di Borea; chiude l'Oratorio un concertato a quattro voci. In una sola Aria ("Chi del cielo") l'orchestra è divisa tra solisti e "concerto grosso"; in generale si nota invece la ricerca di un gusto "moderno", evidente tra l'altro nell'assoluta prevalenza di pezzi veloci; le poche Arie in tempo Adagio o Moderato (affidate per lo più alla voce contraltile della Penitenza) spiccano per bellezza di stile patetico. Non poche di quelle veloci mostrano invece spunti e movenze popolari, su ritmi di Giga o Tarantella chiaramente "napoletani", resi eleganti dalla sapiente stilizzazione dell'autore. Scarlatti segue la linea preferita del principe Ruspoli anche nella valorizzazione degli strumenti a fiato, in particolare del flauto (Ruspoli aveva avuto al suo servizio il famoso Jacques Hotteterre). Del tutto originali risultano così la strumentazione di alcune Arie (un paio di Arie con gli oboi sono vere e proprie «pifferate») e gli assoli di flauto, oboe, violino. Uno splendido assolo di violoncello è nell'aria "Più del vago pellicano", di morbida linea melodica tipicamente scarlattiana. Stimolati dalle immagini «arcadiche» del testo poetico, non mancano effetti descrittivi, di gusto teatrale: così nelle Arie di Borea, nel Duetto "Come sempre intorno gira», nell'Aria della Religione "L'augelletto che volando", in cui le acute figurazioni del violino solista giocano con le onomatopee dei canori cinguettìi, anticipando il vivaldiano "gardellino".
Saverio Franchi