Tetide in Sciro

Dramma per musica in tre atti

Testo del libretto
ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Campagna Montuosa con lido di Mare.
Tetide
che dal Mare scende in Terra
Vi lascio tranquille
Bell'onde del Mar.
Sia vostra la calma,
Già che mai nell'alma
La madre d'Acchille
La può ritrovar.
Figlio, ah misero Figlio!
Perche maggior del Padre
Ti predisse la sorte,
Per far, che alla tua morte
Di non esser mortal pianga la Madre.
E a te Madre infelice,
Che giova l'esser Dea? mentre non lice
Contrastar col destin, nè pure a un Nume?
Mà nò; senza contrasto
Non cederò: sotto feminea veste,
Quì rimanga celato
Intanto Acchille, e alle Trojane Mura
Porti più tardi almeno il proprio fato.

SCENA SECONDA

Acchille, e Tetide
Acchille
Madre a tempo giungesti.
Tetide
Figlio, e perche?
Acchille
Perche soffrir non posso
Più di spoglie si vili il peso imbelle.
Tetide
E pur ben fai, che ancor il forte Alcide
Se ne vestì fra le Meonie Ancelle.
Ei dclla vaga Jole
Idolatrando il viso,
Con quella man, che già l'horride gole
Strinfe d'Averno al furibondo cane,
Di filar non sdegnò le Frigie lane.
Et Acchille, che vanta
Per la bella Deidamia eguale ardore,
Hà di vestir la gonna hoggi rossore?
Per far tua la bellezza
Di Deidamia, che in questa
Isoletta di scogli intorno cinta,
Alla vista d'ogn'huomo, il Padre asconde;
Vcstir ti feci di feminea gonna,
Et a prender m'indusi
Nome, e sembianza anch'io, di mortal donna:
Te Arminda, e me Nerea ciascuno crede,
L'istesso Licomede,
E con la Figlia nel commun'inganno;
Tù di Deidamia intanto
Godi gl'affetti, e t'è il godere affanno?
Acchille
Amo Deidamia, e tua mercè ne godo
Fingendo habito, e sesso,
Quanto già non potrei sperar col vero.
Mà è piacer, che sol pasce
D'insipide dolcezze,
Quello, che non condisce,
Con alterno diletto,
Un conosciuto, e corrisposto affetto.

Gusto il nettare bramato,
Mà per me non è piacer:
Il contento,
M'è tormento,
Quando sò, che non m'è dato,
Perche n'habbbia da goder.
Gusto ecc.

SCENA TERZA.

Deidamia, e li medesimi.
Deidamia
Arminda, Arminda cosi mi tradisi;
Mi promettesti pure
Non venir senza me del Mare al lido,
Et hor qui sei? di te più non mi fido.
Acchille
Fedel ti sono, e se tal'hora il piede
Da te si scosta, a te sempre vicino
Stò però con l'amore, e con la fede:
Deidamia
Nerea lo crederò?
Tetide
Creder mi puoi,
Et io ti giuro, che a me sempre dice,
Che mai partir vorria dagl'occhi tuoi.
Acchille
Troppo sarei felice,
Deidamia bella, quando tù credessi,
Quant'è l'affetto mio per te verace.
Deidamia
Orsù ti credo: e questi nuovi amplessi
Confermino frà noi la nuova pace;
Vuoi di più.
Acchille
Ben vorrei, mà dir nol posso.
Deidamia
Non puoi dirlo, e perche?
Acchille
Ah Nerea.
Tetide
Taci Arminda,
Ch'io lo dirò per te.

Vorrebbe dal tuo cor
Pegno d'eterno amor
E dirtelo nol sà.
Teme, che forse un dì,
Non l'ami più così,
E in pena tempre stà.
Deidamira
Pegno d'amore, e fè,
Se mel dirà da se,
Più , che non vuole havrà,
Acchille
Se un giorno ti dirò
Quel ch'hoggi dir non sò
Poi ti dispiacerà.
Vorrebbe eccc.
(partono)

SCENA QUARTA

Antiope sola.
Antiope
A che d'inutil ferro,hai grave il fianco,
E di virile ammanto
Copri un sen , che non ha virile il core?
Antiope sventurata,
Riprendi pur di Donna, abito, e nome,
Già che dei rimanere invendicata.
Mà l'ombra di Teseo
Mio Genitor, che intorno a questi lidi
S'aggira, già così par che mi sgridi;
Licomede m'uccise, e tù pur l'ami?
Tù qui per vendicarmi
Venisti pur con abito mentito;
Poi di chi m'ha tradito
Lasci, che un finto vezzo hor ti disarmi;
E accarezzi una destra
Del tuo sangue, nel mio, tinta, e fumante: Se troppo cieca amante
Ti scordi d'esser Figlia,
Perche Padre mi chiami;
Licomede m'uccise, e tù pur l'ami?
Ah Padre, già t'ascolto;
Sento d'un giusto sdegno
Le voci, e più quelle d'amor non odo:
Morrà il Tiranno sì, morrà l'indegno.

L'ucciderò
Lo svenerò sì, sì:
Mà in van
S'arma la man contro chi adora;
L'ingrato mi tradì.
Mi tolse il Genitor,
E a dispetto d'amor voglio che mora.
L'ucciderò ecc.

SCENA QUINTA

Licomede e Antiope.
Licomedea
Filarte pria di me, tù qui giungesti.
Antiope
Signor com'imponesti, io qui men veni,
Per ascoltar del tuo volere i cenni.
Licomede
Caro mi sei, forza d'occulto affetto
La tua fè m'assicura.
Antiope
Fede, e amor ti prometto;
(Mà non la merti ingrato.)
Licomede
In quelle mura,
Che dell'Isola il varco,
Dove facile appar, chiudono intorno
Deidamia vive; e fin dal suo Natale
A me sol nota, e alle proprie Ancelle
Altro mai non la vide occhio mortale:
Cosi d'inique Stelle
Spero haverla sottrata all'empia sorte,
Nè d'occulto amator più fia Consorte.
Antiope
Tutto m'è già palese.
Licomede
Or sappi ancora,
Che di lei con Oreste
Dcll'Argolico Re famosa prole
E' giunto Ulisse a stabilir le nozze,
Et offre a me la man d'Elettra bella,
Che è d'Oreste Sorella.
Antipe
Al mio cor nuove offese: e tu Signore
Pensi accettar l'offerta?
Licomede
Deidamia sia d'Oreste,
Io d'Elettra non già.
Antiope
(L'alma respira)
Forse d'antico ardore,
Qualche scintilla ancor serbi nel core.
Licomede
Nò, Fiiarte, già estinse
D'Antiope ogni memoria, il di lei sdegno
Nuova fiamma hor m'accende.
Antiope
(Ah, mostro indegno.)
Licomede
E da più vago strale
Porto piagato il seno.
Antiope
(Ah disleale.)
Licomede
Arminda una di quelle
Più nobili Donzelle,
Che qui rinchiuse con Deidamia stanno;
E la nuova cagione, onde a tutt'hore
In un soave affanno
L'anima mia si strugge.
Antiope
(Ah traditore.)
Licomede
Or qui tra poco dee venire Ulisse,
Tù a lui terrai celati
Gli affetti del mio cor, che a te confido.
Antiope
(Tù sempre più m'offendi, e mai t'uccido.)
Licomede
Poi dentro quelle soglie
Lo condurrai, ch'adito aperto havranno,
Hor che Deidamia, già d'Oreste è Moglie:
Io vò intanto, a bear l'avido sguardo
In quei bei lumi, onde sol vivo, e ardo.

Due pupillette
Vado, a mirar;
Che sdegnosette
D'un cor già vinto
San trionfar:
Con dolce orgoglio
In sì bei nodi
Già m'hanno avvinto,
Che non mi voglio
Più liberar.
Due ecc.
(parte.)
Antiope
Vanne barbaro, vanne: alla mia fede
Aggiungi pure offesa, sopra offesa,
Ch'il mio coraggio altro da te non chiede;
Così d'ogni difesa,
Che fea per te l'affetto hor lo disarmi,
Così al mio giusto sdegno,
Che disarmò l'amor, tù rendi l'armi;
L'armi sì; tu mi rendi,
Et io le impugno: il Genitore ucciso
Muove la destra: la mia fè tradita
La fpinge nel tuo seno,
Perche col sangue almeno
De' tradimenti suoi mostri il rossore:
Già volo alla vendetta,
Ma le piante, e la man m'arresta amore.

Lasciami, ò crudo amor,
Lasciami vendicar:
Poi della sua vendetta,
Se vuoi punire il cor,
Tornami à tormentar.
Lasciami ecc.

SCENA SESTA

Ulisse e Antiope
Ulisse
Di quelle mura dentro l'ampio giro,
Che di Deidamia, e d'altre
Vergini illustri è custodito albergo,
Sol mi resta cercare il forte Acchille,
Che tiene ancor celato
Tetide, al suono delle Argive squille.
Qui d'attendermi, disse
Licomede; e nol veggo.
Antiope
(Dissìmula, ò mio cor, che è giunto Ulisse)
Signor, qui Licomede
Lasciommi: perche dentro queste soglie
A lui ti guidi; ove Deidamia ancora
Veder potrai.
Ulisse
Vedrò con lieto ciglio
Del nostro Imperator la bella Nuora.
Antiope
Mà qual saggio consiglio,
Fè, che il sangue d'Atreo
A quel di Licomede
Debba unire Imeneo con doppie tede.
Ulisse
Di Sciro il sito, e l'armi
Alla commune impresa
Opportune conobbe il nostro Duce,
E con doppio legame
Tirarle intese alle sue giusle brame:
Mà d'Elettra la mano
Licomede ricusa;
Benché à quella d'Oreste
Deidamia non nieghi.
Antiope
In altre fiamme
Arde il suo petto.
Ulisse
E quali mai son queste?
Antiope
Dovrei tacer (mà gelosia mi sforza.)
Ulisse
Parla, e di me confida.
Antiope
Lo dirò (purch'il duol pria non m'uccida.)
Arminda una Donzella,
Che con Deidamia in queste mura è chiusa
D'insano ardor l'accende.
Ulisse
E come è bella?
Antiope
Bella, mà fiera, la ridice il grido.
Ulisse
E i suoi Natali?
Antiope
Ignoti fon, mà illustri
Li crede il Rè.
Ulisse
Spesso l'amore inganna:
Andiamo, che vederla io pur desio.
Antiope
Vieni, che de' tuoi passi
Sarà scorta il mio piede (e il dolor mio)
(parte)
Ulisse
Dimmi Arciero
Lusinghiero,
Come ancor frà i lacci tuoi
Stanno i Regi in servitù!
Con che inganno
Rio Tiranno
A' i più forti, e saggi Eroi
Rubbi il senno, e la virtù.
Dimmi ecc.

SCENA SETTIMA

S'apre il foro, e si vede campagna marittima con capanne, e barche pescareccie.
Tetide, Deidamia e Acchille
Tetide
Deidamia, qui vedrai con tuo diletto,
Quant'insidie innocenti
Tendon le Pescatrici à i muti armenti.
Deidamia
Io vedo ben, ch'Eurilla
Adatta l'esca all'amo, e che le reti
Gettò nel mar Silora;
Mà qualche preda ancora
Vorrei poter far'io.
Acchille
Sarà maggiore
La tua preda d'ogn'altra.
Deidamia
Chi te l'ha detto?
Acchille
Me lo dice il core.
Deidamia
Quando fia ver, mercede anche ne havrai.
Acchille
La mercè, che vogl'io, non spero mai.
Tetide
Orsù quetati Arminda; e meglio spera,
Che Deidamia mentir non sà, nè vuole.
Deidamia
Di me sempre si duole, e pur'io l'amo
Non men, che una Sorella.
Acchille
Ah, che questo non è l'amor che bramo,
Et altro in van pretendo
Deidamia
Se meglio non ti spieghi, io non t'intendo.

Per credere, che t'ami
Dimmi, che vuoi da me:
Chiedemi quanto brami
Che lo farò per tè.
Per ecc.
(parte)
Tetide
Con troppo incauto ardore,
Tè stesso, ò Figlio, e le tue fiamme scopri.
Acchille
E' troppo angusto à tanta fiamma il Core,
E per simili spoglie, è troppo forte.
Tetide
Di minacciata morte
Non ti muove il periglio?
Acchille
Tu mi sei Madre, e di Peleo son Figlio.
Tetide
Di Deidamia almeno
Rifletti al rischio, e all'amore.
Acchille
Oh Dio!
Questo è dell'ardir mio l'unico freno;
Mà poi di qual mercede
Potrà sperare il frutto
Un'amor, che s'aseonde, e non la chiede,
Tetide
Soffri pur lieto, e spera,

Che goderai ben più, se foffri un poco.
Dal petto non esali,
Se vuoi, che prenda l'ali,
E voli alla sua sfera
Il tuo bel foco.
Soffri ecc.
{parte.)
Acchille
Vane speranze, vergognoso amore
Lasciate omai, lasciate,
Che il cor d'Acchille in libertà ritorni.
E tu Madre, perche dalla mia vita
Vuoi, che sì vil prigione oscuri i giorni:
Ah più tosto ne tronchi
Invida Parca il non compito stame,
Che in neghittose fila
Ne prolunghi il lavoro un fuso infame:
Veda Troja il mio fato,
Purché la sua ruina
Renda illustre il mio nome:
Addio Madre, ti lascio,
Addio Deidamia, ma che dissi! ahi come
Solo con rammentarlo, il tuo bel volto
Alla gloria, e al valor m'ha già ritolto.

Saprò ben il petto opporre
Contro mille schiere, e mille:
Saprò ben vincere Hettore;
Mà Deidamia ha vinto Acchilie.
Saprò ecc.

SCENA OTTAVA

Licomede, e Accbìlle.
Licomede
Arminda bella, io ti cercava appunto.
Acchille
Da me Signor, che brami.
Licomede
Hoggi in dolci legami
D'Amor, e d'Himeneo per man d'Ulìsse
Restarà con Deidamia unito Oreste.
Acchille
Signor, che dici! un fulmine son queste
Tue voci all'Alma.
Licomede
Anzi goder ne dei,
Se di Deidamia cosi amica sei;
Mà perche ad essa ignoto
E' il nome ancor di Talamo, e d'Amore,
Sia tua cura instruirla.
Acchille
(Io mal resisto
Al gcloso furore)
Scusami se obbedirti in ciò non posso,
Che nè pur'io, che sia l'Amor conosco.
Licomede
Conoscerlo se vuoi,
Osservalo qual'è dentro il mio petto,
O' pur negl'occhi tuoi:
Mà lo vedrai negl'occhi tuoi ridente,
Nel petto mio sdegnato ,
Negl'occhi tuoi di vaga luce ardente,
Nel petto mìo di crudo foco armato.
Acchille
A così varii segni
Io ravvisario non potrò giammai.
Licomede
Crudel, tù mi schernisci, e ben lo sai;
Mà se nol sai, da questo giorno almeno
Apprendi, ch'io per te con rio martire
Ogn'or languisco, e peno.
Acchille
(E questo ancora mi convien soffrire.)

SCENA NONA

Antiope, e li medesimi.
Antiope
Signor, è giunto Ulisse.
Licomede
A lui mi porto; tù a Deidamia intanto
Recane la novella; e pensa bene,
Se mertano pietà d'un Re le pene.

Impara a compatir
L'altrui martir,
Se vuoi tù pure un dì trovar pietà;
Non sa il tuo petto ancor,
Che cos'è amor;
Ma cor sua pena alfin poi lo saprà.
Impara ecc.
{parte.)
Acchille
De i seguaci d'Ulisse,
Forse tù sei?
Antiope
Di Licomede, io sono
Seguace, e servo: mà se al ver m'appongo
In te d'Arminda bella,
Miro il gentil sembiante,
Di cui vanta il mio Re d'essere amante.
Acchille
Arminda io sono; ma del tuo Signore
Nulla mi cal, nè del suo folle amore.
Antiope
Così orgogliosa hai l'alma?
Acchille
Anche l'orgoglio,
Quando è giusto, è virtude, e a' bassi affetti,
Se suddito si rende è vile un soglio.
Antiope
Non sarai così fiera
Sempre ad un Re, che prega.
Acchille
Invan lo spera.

Digli ch'ho un alma in petto,
Che non conosce affetto:
Mà ben si sà sdegnar.
E digli ch'al mio sdegno
E' poco solo un Regno
Poter in lui sprezzar.
Digli ecc.
{parte.)
Antiope
Quant'è cortei superba,
E pur quel core infido,
Che l'amor mio schernisce, ama i suoi scherni,
Mà giusto hoggi è Cupido,
E alla mia fe negletta
Fa trovar nell'offesa la vendetta.
Torna pure a tradirmi,
Seguita a disprezzarmi:
Perfido i tuoi disprezzi,
Hor che vedo sprezzati,
Mi fon più cari, che i tuoi finti vezzi,

Se da un empio sei stato tradito,
Godi, ò cor, che sei già vendicato,
Mà il piacere dì vederlo punito
Pur mi dice,ch'è sempre un'ingrato.
Se ad ecc.

SCENA DECIMA
Ulisse e Licomede.
Licomede
Quanto Ulisse mi chiede
Son pronto ad eseguir, e del mio Regno
Ogni più ascosa, e più remota parte,
Farò cercar per ritrovare Acchille.
Ulisse
Del figlio di Peleo,
Senza l'invitta mano,
Tutto lo sforzo Acheo,
Le Torri d'Ilio assalirebbe invano.
Tetide, che gli è Madre
Per timor del periglio
A noi lo tiene ascoso:
Mà è tempo omai, che a Deidamia bella
I voti esponga, del suo Regio Sposo.
Licomede
E' giusto; mà di lei, che qui racchiusa
Visse fin hor, le semplici maniere
Compatir ti conviene;
Et ecco appunto, che da me chiamata
Con l'altre sue Donzelle a noi sen viene.

SCENA UNDECIMA

Deidamia, Tetide, Acchille, Licomede, e Ulisse
Deidamia
Padre, e Signor, che nove dar mi sai?
Talami, Nozze, e Sposo,
Nomi son, che fin hor non seppi mai.
Ulisse
Semplicità sì rara,
La tua bellezza rende assai più cara;
E che tale esser debba anche ad Oreste,
Io prometto per lui.
Deidamia
Chi è quel che parla?
Lìcomede
E' il saggio Ulisse.
Ulisse
E' il messagier d'un Prence,
Che offre a te più Corone, e ben vorrìa
Poterti offrir più Mondi.
Deidamia
Et io, che gli ho da dire? Arminda mia,
Deh per me tù rispondi.
Acchille
Se risponder io deggio,
Dirò, che troppo ardito è chi presume
Posseder di Deidamia il volto, e il core,
Col pregio sol d'Hereditario Soglio:
Di fede, e di valore
Prima dia prove in bellicoso Agone,
E con la propria man dal crine altrui,
Svelte getti al suo piè Regie Corone.
Poi del suo bel sembiante,
Senza rossore si dichiari Amante.
Ulisse
(Così certo non parla una Donzella.)
Tetide
Perdona Ulisse, che d'Arminda il labro,
Non di Deidamia il cor, così favella.
Licomede
(ad Achille.)
Sei troppo altera, mà non sei men vaga.
Deidamia
(a Tetide.)
Anzi a mio gusto hà detto.
Acchille
(a Licomede)
L'alma mia di lusighe non s'appaga.
Ulisse
(da se.)
(Ben potrebbe avverarsi il mio sospetto.)
Tetide
(a Ulisse.)
Non è a Deidamia noto
D'Ulisse ancora, nè d'Oreste il merto;
Mà presto lo saprà.
Licomede
Gentil Nerea,
Tua la cura ne sia,
Tù vieni meco Ulisse
Ulisse
Hora ti seguo.
Licomedia
(Arminda lascio a te l'anima mia.)
Ulisse
Arminda bella
Meno rigor,
Tù da Nerea
Deidamia impara,
Che la bellezza
E' assai più cara,
Se di fierezza
Non arma il cor.
Arminda ecc.
(parte.)

SCENA DUODECIMA

Tetide, Acchille, e Deidamia.
Tetide
Con troppo ardir, tù favellasti Arminda.
Acchille
Di quel che dir volea, molto ancor tacqui
Deidamia
Anzi il mio genio a lei dettò gl'accenti;
Che a dire il ver, se Oreste
E' come Ulisse, e così ancora sono
Gli altri huomini, sia detto con lor pace
Nulla in essi mi piace.
Acchille
Non son tutti così;
Deidamia
Mà che cos'hanno
Gl'altri di più?
Acchille
Con più coraggio, e fede
Nell'amarti, e servirti,
Io ben sò, che di molto Oreste eccede.
Tetide
Ben dice Arminda, perche col suo core
Forse l'altrui misura.
Deidamia
Et il mio cor per lei d'altri non cura.
Tetide
Mà se non fosse donna
L'ameresti così?
Deidamia
Forse più ancora.
Acchille
(O' convien, che mi scopra, o pur che mora.)
Sappi dunque, ò Deidamia, ch'io non sono,
Più Arminda.
Tetide
Deh rimira
Fin dove la trasporta
L'affetto, che ti porta,
Già più d'esser Arminda, a lei non pare;
Perche vorrebbe ancora,
Più di quel, ch'essa può, poterti amare.
Deidamia
Troppo ti debbo amica.
Acchille
Nerea per me risponde,
Se quel, che dir vorrei, non vuol ch'io dica.
Tetide
Amando, e tacendo
Si giunge a goder.
Acchille
Penando, e soffrendo
Chi può mai tacer.
Deidamia
Se parli, se taci,
M'alletti, mi piaci,
Da me non comprendo,
Che possi voler.

Fine dell'Atto Primo.

ATTO II

SCENA PRIMA

Bosco.
Lìcomede, e Antiope.
Antiope
Sento l'aure scherzar tra le fronde,
Miro l'onde
Più limpide, e chiare:
Del mio cor forse ancora non hannoa
Dall'affanno
Imparato à penare.
Sento ecc.
(Esce.)
Licomede
Dimmi Filarte, hai tu veduto Arminda?
Antiope
La vidi, e le parlai.
Licomede
Non hà ragione
Il mio cor se ne adora
La sovrana bellezza?
Antiope
(E soffro ancora.)
Licomede
Tù non rispondi?
Antiope
In modo, che ti piaccia,
Se risponder non sò, meglio è, che taccia.
Lìcomede
Questo tacer più l'amor mio condanna.
Antiope
Non sò lodar l'affetto,
Di beltà così barbara, e tiranna.
Lìcomede
Dolce è la tirannia,
Amabile il rigore,
Se dall'arco d'un ciglio,
Le saette di sdegno avventa Amore.
Antiope
Amar chi ti disprezza
Per abborrir chi t'ama,
Scusami, non è mai forza d'amore;
Ma solo di vendetta ingiusta brama.
Licomede
T'intendo; forse credi,
Ch'io con amare Arminda,
Voglia d'Antiope vendicar l'oltraggio,
Che mi negò le concertate nozze;
Perche del gran Teseo suo Genitore
Mi stimò l'uccisore.
Antiope
Non fù ingiusto il suo sdegno; e merta scusa,
Se contro l'amor tuo, dentro il suo petto
Pugnò il paterno affetto.
Licomede
Fù ingiusto, perche al fine,
Io Teseo non uccisi;
Se bene a me del caso
La colpa ascritta fu dal commun grido,
Che spesso il vero in false voci asconde:
Mà da scoscesa rupe,
Che egli meco salia, cadde nell'onde.
Antiope
E nè meno essa è rea,
Se l'ingannò la fama.
Licomede
Io non l'incolpo ,
Non l'odio, mà non l'amo;
Di lei non mi ricordo, Arminda bramo:
Tù se quì di vederla
Prima di me, ti sarà dato in sorte;
Dille quanto l'adoro.
Antiope
Le dirò l'amor tuo (con la mia morte.)
Licomede
Dille, che nel mio petto
Per lei vive il martir;
Dille, che sol v'han loco
Pene, tormenti, e foco;
Mà più di quel che ho detto,
E' quel che non sò dir.
Dille ecc.
(parte.)
Antiope
Sì, sì, più che non vuoi,
Le diranno per te gl'accenti miei;
Le diran, che per lei
Manchi di fede al più fedele Amore;
E che ingrato, spergiuro, traditore,
La Terra, il Cielo, i Dei, te stesso offendi,
Mentre al superbo orgoglio
D'incognita beltà, servo ti rendi.
Oh amore, oh fede, oh Cieli, oh fato, oh Numi!
Gii oltraggi miei vedete;
Et ancor non volete,
Ch'io possa vendicarmi?
Sì, sì voglio vendetta:
Vilipeso mio core all'armi, all'armi.
S'uccida: e chi? l'empio che m'ha tradita?
Ah, che in lui punirei troppo me stessa:
S'uccida la rival; mà la sua vita
Dell'ingrato idol mio vive con l'alma.
Tormentosi pensieri, deh lasciate,
Ch'io retti almen qualche momento in calma.

Crudi affanni
Tiranni del core,
Deh lasciate, che un momento
Possa l'alma riposar.
Se non hà tregua il dolore,
Con la vita anche il tormento,
Poco più potrà durar.
Crudi ecc.

SCENA TERZA

Deidamia, e Antiope.
Deidamia
O per me non intendo
Cosa sian quell'amore, e quelle nozze,
Che mi vanno dicendo;
Se amore è quel piacere,
Che ho di star con Arminda; credo certo,
Che con Oreste, non lo potrò havere;
Perche di tutti gl'huomini che hò visto,
Nessuno ancor mi piace.
Mà un'altro qui ne vedo,
Che in un profondo sonno immerso giace,
Et huomo è pur all'habito, e all'aspetto:
Parmi haver più diletto
A mirarne il sembiante,
Che è ben vago, e gentile:
Arminda il ver mi disse,
Che non son tutti gl'huomini in un modo,
Perche quefto è più bello assai d'Ulisse:
Hà certa grazia in se che m'incatena;
Sopra il suo volto il guardo;
E nel mirarlo mi dà gusto, e pena

Sento un certo non sò che,
Che fà in me
Gran novità.
A mirare alletta il guardo,
Al desire
Dà l'ardire;
Ma l'ardire è poi codardo,
E che brami ancor non sà.
Sento ecc.

SCENA QUARTA

Acchille, e li medesimi.
Acchille
Dedidamia molto osserva,
Colui che dorme;
E parmi fia Filarte.
Deidamia
Delicata mistura
Nelle sue gote fan la rosa, e il giglio.
Acchille
Che voci mai son queste!
Deidamia
E grazia, e maestà chiude nel ciglio:
Se così fosse Oreste,
Certo ne goderei.
Acchille
Che sento, o sommi Dei!
Già ne sembra invaghita.
Deidamia
Vorrei veder se mi parran si belle
Le sue pupille aperte;
Già che chiuse nel sonno,
Direi; che sono due notturne stelle.
Acchille
Ah, che pur troppo è ver! l'ama, e vagheggia.
Deidamia
Lo destarò dal sonno.
Acchille
Che far vorrà? troppo se le avvicina:
Soffrir non posso più.
Deidamia
Sì dolcemente
Dorme; ch'ho gran pietade
Di turbargli il riposo.
Acchille
Io lo farò, che il core ho men pietoso.
Olà Filarte; ov'è Deidamia, i Servi
Dormir non denno.
Antiope
Involontario errore
Merta men grave accusa.
Acchille
Sia degno, ò nò di scusa;
Porta lungi di quà le ardite piante.
Deidamia
Perche lo scacci, io godo che stia meco.
Acchille
Ei della tua presenza non è degno.
Antiope
Io Deidamia obbedisco, e non Arminda.
Acchille
(Io più non posso contener lo sdegno)
Farti dico, ò che al fin ....
Antiope
Troppo t'arroghi,
Arminda, il privilegio di Donzella,
Fà ch'io, come dovrei, non ti risponda.
Acchille
Et anche hai tant'ardire?
Deidamia
Arminda mia,
Deh frena omai quest'impeti feroci.

SCENA QUINTA

Ulisse, e li medesimi.
Ulisse
Che strepitose voci
Tra voi qui sento, ò belle.
Acchille
(E ancor ho da soffrir inique Stelle!)
Antiope
(Forza è, che resti l'ira mia sospesa.)
Ulisse
Di che fu la Contesa?
Filarte dillo tù.
Antiope
Non sò, nè voglio;
Mà ben d'Arminda lo dirà l'orgoglio.
(parte.)
Acchille
Sì, lo dirò, mà invano
Fuggi dell'ira mia, che sol con gl'occhi
Ti saprà incenerir, senza la mano.
Ulisse
(Non è di Donna mai tanta fierezza.)
Deidamia
Rasserenati Arminda, e meco vieni.
Acchille
Tù sola sei, che il mio furore affreni.

Atterrato,
Fulminato
Dal mio sdegno
Quell'indegno
Caderà;
Pur che scudo all'ira mia
Non gli sia
La tua beltà.
Atterrato ecc.
Deidamia
Vieni, che l'ira tua si placherà.
(partono.)

SCENA SESTA

Ulisse, e Tetìde.
Ulisse
Un cor sì gcneroso,
Un ìndole sì fiera
Son dell'Heroe ch'io cerco aperti segni;
Mà forse da Nerea, che qui sen viene
Potrei seoprire il vero:
Voglio adoprarvi l'arte
D'un amor lusinghiero.
Tetide
Ulisse è qui: s'ei và d'Acchille in traccia,
Vorrei seoprir con lusinghiera frode.
Ulisse
Nerea gentile.
Tetide
Valoroso Ulisse.
Ulisse
Alla tua gran beltà, fu troppo oltraggio,
Tenerla qui sì lungo tempo ascosa.
Tetide
Anzi fù dono di benigna sorte;
Pria che d'ogn'altro sguardo
Farmi oggetto d'Heroe sì saggio, e forte;
Per cui forse di Tindaro la prole
Seguito non havria l'hospite infido.
Ulisse
S'Helena, qual tù sei
Fosse in beltà; già sui Trojano lido
Io con gl'altri farei, benché schivato
Io più d'ogn'altro habbia il comun cimento.
Tetide
Mà pure all'alta impresa
Con tanta cura io sento,
Che tù ricerchi i mezzi destinati.
Ulisse
(Scaltra è costei) seguo il voler de'fati:
Mà poi, che qui mi trovo
A contratti d'Amor; lascio di Marte
Le cure; e vò seguir ne'tuoi bei lumi
Il Nume feritor degl'altri Numi.
Tetide
Troppo un così bel vanto
Mi renderebbe altera.
Ulisse
Come sei tù così vezzosa? E come
La tua compagna Arminda, è così fiera?
Dove mai nacque? e dove
Da te si varie le maniere apprese?
Tetide
(Non è senza Mistero la richiesta)
Signor se tanto brami
D'Arminda haver contezza;
Segno è, che me non ami;
Ma che ti allctta più la sua fierezza.
Ulisse
M'è caro il tuo sospetto,
Perche la gelosìa figlia è d'affetto;
Mà credi pure, ò bella,
Ch'io non amo beltà d'amor rubella.

Un guardo amoroso,
Un labro vezzoso
Mi può incatenar.
Mà in rigido ciglio
Di Venere il Figlio
Non posso adorar.
Un ecc.
Tetide
Tù fingi Ulisse; e simulando Amore
Ben m'avvedo, che pensi
Penetrar del mio core
I più riposti sensi:
Mà fingo anch'io; perche così delusa
Resti l'arte, con l'arte, e renda vano
L'iniquo tuo disegno
Di tormi il figlio; il di cui sangue sia
Prezzo della vendetta al greco sdegno.
Nò: farlo non potrai; son Dea, son Madre;
Di Madre havrò l'amor, di Dea la forza,
Saprò schernir gl'inganni,
Saprò lottar col fato,
E gl'influssi arrrestar d'aftri tiranni.
O' almen, di loro il mio dolor più forte
Tra i Numi istessi introdurrà la morte.

Se nel Cielo regna Astrea,
Renda giusto il fato ancora;
Nè mi sforzi ad esser Dea,
Quando Acchillc vuol che mora.
Se nel ecc.

SCENA SETTIMA

Parco, o Giardino aperto.
Licomede, e Antiope.
Antiope
Signor, troppo è superba
Quella beltà, che adori:
Senza lasciarmi proferire accento
Dell'amor tuo, con minacciosa voce,
Mi costrinse a partire.
Lìcomede
Filarte tù non ami,
E chi non ama, non sà ben soffrire.
Antiope
Soffrire anche il disprezzo,
E' più che amor, viltà; se amante sei,
Sei Re pur anche, e innamorando honori.
Licomede
Filarte, il ver tù dici, e ben vorrei,
Se potessi, del cor sciogiiere i nodi.
Antiope
Chi da i lacci d'un volto
Scioglier si vuole; è quasi già disciolto.
Lìcomede
Dura e l'impresa; mà tentarla io voglio;
Dovrà cedere al fine
O' in me l'amore, ò pur in lei l'orgoglio.

Vorrei franger le catene,
Con che amore mi legò.
Troppo ingiuste son le pene,
Che soffrire ogn'hor mi fà:
Mà bramar la libertà,
Senza pena ancor non sò.
Vorrei ecc.
(parte)
Antiope
Se volessero i Cieli,
Stanchi di tormentarmi,
Al fin cangiare aspetto,
E nel sen infedel di quell'ingrato,
Cangiare insieme affetto;
Felici chiamerei del mio le piaghe,
Benedirei lo stral, che l'ha piagato.
Di speme un piccol raggio,
Che ne traluce appena,
L'ombre de' miei tormenti,
Già in parte rasserena;
Mà un sereno sarà sol di momenti,

Quando in notte proeellosa
Apparir mi6ra una stella,
L'agitata navicella
Crede i turbini cessar:
Mà tornar poi tenebrosa
Vede l'Etra; e in largo nembo
Riversar del mare in grembo
A' suoi danni un'altro mar.
Quando ecc.
(parte.)

SCENA OTTAVA

Deidamia, e Acchille.
Deidamia
Arminda, io ben vorrei
Saperda te, per qual cagion, poch'anzi
Ti mostrasti sdegnata
Contro colui, che a me parea più degno
D'amore, che di sdegno.
Acchille
O' sempre a me egualmente
Nel vezzo, e nel dispetto
Semplicità penosa!
Deidamia
A i detti miei
Tù non rispondi?
Acchille
Ah troppo dir vorrei.
Deidamia
Parla, e che mai puoi dir?
Acchille
Quel, che piacere
A te non può.
Deidamia
Che importa, che a me spiaccia;
Pur che a te sia di gusto, io son contenta.
Acchille
(Madre, e tù pur vorrai, ch'io soffra, e taccia
Nò più non posso: a così dolce assalto,
Anche un petto di smalto
Vinto si renderia)
Deidamia.
Deidamia
Arminda mia,
Parla, che ti sospende?
Acchille
Di offenderti ho timore.
Deidamia
Anzi questo timor solo m'offende.

SCENA NONA

Tetide, e li medesimi.
Acchille
Dunque dirò.
Tetide
Deidamia hoggi d'Oreste
Vedrai ....
Deidamia
Deh lascia adesso,
Che Arminda parli.
Tetide
Io sò quel che vuò dire;
Da me l'intenderai,
Meglio ancor, che da lei.
Acchille
(Madre crudele
Sempre m'impedirai.)
Tetide
Arminda, non è ver?
Acchille
Non sò negarlo:
(Moro le taccio, ma son reo se parlo)

Taccio, mà pur vorrei
Spiegarmi nel tacer:
Se i labri son codardi,
Almen degl'occhi miei
Fossero intesì i sguardi
Per lingua del pensier.
Taccio ecc.
(parte.)
Deidamia
Orsù, Nerea non mi tener più a bada;
Dimmi d'onde proceda hoggi in Arminda
Sì stravagante humore;
Questo parlar confuso,
Questo guardarmi, e sospirar sovente;
Poi minacciar sdegnata
Quel giovane innocente,
Che nessun mal facea:zbr> Che cos'è, da che nasce,
Dimmelo tu, già, che lo sai Nerea.
Tetide
Che potrò dir per occultar'il vero.)
Deidamia
Tu stai sopra pensiero,
Quando già m'hai promesso
Il tutto di svelarmi.
Tetide
Hor t'obbedisco:
Quel garzon, che vedesti,
E che Filarte ha nome;
E' da Arminda adorato:
Mà perche da te ancor lo crede amato;
Di gelosia contro di lui s'accese.
Deidamia
E questa gelosia,
Perche produce sì maligni effetti?
Forse è qualche dolore, ò malatia?
Tetide
Febre è dell alma, e morte degl'affetti,
Letargo a i sensi, alla ragion veleno,
Martirio d'ogni seno,
Supplizio d'ogni core,
Carnefice del senno,
Paricida d'amore.
Deidamia
Quest'è un mal troppo fiero; e più non voglio,
Che Arminda per me l'habbia: dille pure,
Che ami Filarte, ch'io ne son contenta;
Ma che vorrei, poterlo amare anch'io.
Tetide
Ah questo appunto è quel che la tormenta;
Quest'è il geloso duolo,
Che soffre, perche amor vuol esser solo.
Deidamia
Di]le dunque, ch'io lascio
Per lei d'amarlo; mà che lasci anch'essa;
Di passion si ria,
Per sempre, ornai l'affanno, e sia bandita
Dal suo core, e dal mio la gelosia.
Tetide
Le dirò quanto brami;
Ma potrà mal bandire
Un Cor la gelosia, quando ben ami.

Non và mai, senza spina,
La Rosa, che Regina
Si vanta d'ogni fior.
E gelosia crudele
Sparsa d'amaro fiele,
La spina è dell'amor.
Non ecc.
(parte.)
Deidamia
Se questo é ver, per me non voglio mai
Provar di questo amor, nè il mal, nè il bene:
Si tenga pur, chi vuole i gusti suoi,
Se gusto egli non dà, mai, senza pene.
Negar però non posso,
Che nel veder Filarte,
Sentivo un tal piacere,
Che a poco, a poco di venia desire,
E dal desir, speranza di godere;
E al cor mi parea dire: dammi loco,
Ch'io possa entrar; che se mi dai ricetto
Vedrai bench'io sia foco
Com'arder ti farò con tuo diletto.
Lodato il Ciel, che venne in quel momento
Arminda, e doppo ho intefo da Nerea,
Come presto il piacer si fa tormento,
Che anch'io forse provato
L'havrei; se troppo a quel pender credea.

Credimi, ò core,
Lo star così,
Meglio è che amar,
Speranza, e amore
Diran, che un dì
Goder potresti;
Ma intanto havresti
Da sospirar.
Credimi ecc.

SCENA DECIMA

Liomede, e Deidamia,
Licomede
Deidamia, come sola
Tu qui stai! dov'è Arminda?
Daeidamia
Poco è, che quindi allontanò le piante
Mesta, e cruciosa.
Licomede
E donde in lei ciò nasce?
Deidamia
Per dirti il vero, è di Filarte Amante;
E perche teme, che l'amassi anch'io,
Com'esser ben potea, perche lo vidi,
E mi piacque il suo volto.
Licomede
(Non sogno già che ascolto?)
Deidamia
Perciò, di me gelosa,
Quui d'intorno s'aggira.
Licomede
(Omai non posso contener più l'ira)
Deidamia ancor non sai,
Quanto mal si confaccia
Di Donzella Reale al bel decoro
Il confessare affetti :
L'error non conosciuto io ti perdono;
Mà sovvengati poi,
Che figlia sei di Licomede; e sei
Sposa d'Oreste; onde a lui sol tù dei
Conscrvare il tuo core.
Deidamia
Signor s'errai, saprò emendar l'errrore
(parte.)
Licomede
Questa dunque è d'Arminda
L'orgogliosa fierezza?
Ama Filarte, e Licomede sprezza:
E Filarte l'indegno,
Che sì ben mi consiglia
A lasciarne l'affetto;
L'invido suo disegno
Copre di fedeltà con falso aspetto;
Et io che son da entrambi
Ingannato, e schernito,
Hò da soffrir! nò, nò, se giusta è l'ira,
Il delitto impunito
Fà della colpa la pietà più rea,
Sù dunque pera, chi m'offende, e sia
D'un oltraggiato amor vindice Astrea.

SCENA UNDECIMA

Tetide, e Licomede.
Tetide
Signor, molto sdegnato
Miro il tuo volto; e chi turbar mai puote
La Maestà del tuo sereno ciglio?
Licomede
Arminda bon lo sà.
Tetide
Del suo rigore
Non ti doler, che è naturai fierezza.
Lìcomede
Mà non è con Filarte così fiera.
Tetide
Con Filarte? ah talun forse t'inganna
Così.
Licomede
Deidamia non è menzognera.
Tetide
(Hor l'intendo: cercar vò di placarlo)
Sappi, Signor, ch'io finsi
Quest'inganno a Deidamia,
Per distorla da un certo vano affetto,
Che per Filarte concepito havea.
Licomede
O' pur, vuoi me così ingannar Ncrea.
Tetide
Ti dico il vero.
Licomede
Se vuoi che ti creda;
Per me, fa che in Arminda
Qualche segno d'amore al fin io veda.

Se non vedo quei bei lumi
Più ridenti, e men severi,
Il mio cor, non crederà.
Di placarmi invan presumi;
Chi pietà non vuò ch'io speri,
Non è degna di pietà.
Se non ecc.
{parte.)
Tetide
Da me, che più volete
Stelle troppo crudeli,
Sempre mi agitarete
Di periglio, in periglio?
Vi son nemica è ver; mà è tirannia,
L'onte Materne vendicar nel figlio.
Oh figlio, e quanto ancora
Per te debbo soffrire?
Dall'insidie d'Ulisse, e dal furore
Di Licomede, ti convien schermire:
E ben io potrei far; quando tù stesso
Con lor non congiurassi à proprii danni,
Per rimanere oppresso;
Mà tù sol fai per me gl'altri tiranni.

Sarebbe men forte
Degl'astri l'Impero,
Se contro la sorte
Con saggio consiglio
S'armasse il Mortale.
Mà l'alma, che crede
A' un ben lusinghiero,
Del mal non s'avvede,
E il proprio periglio
Poi rende fatale.
Sarebbe ecc.

SCENA DUODECIMA

Acchille, e Tetide.
Acchille
Madre, già più ristretto,
Non sò tener nel petto
Un fuoco, che avvampar fà gelosia:
O' lascia, che palese
Lo renda a chi l'accese;
O' pur dalla sua face m'allontani,
E in bellicoso agone
Segua il sentiere, a cui virtù m'è sprone.
Tetide
Acchille, per dar prova
Di quel valor, che del tuo fangue è degno;
Senza quello di Troja,
Ben altro Campo havrai:
Ma se prima tu brami
Posseder di Deidamia i vaghi rai,
Simular ti conviene.
Acchille
Et aspettar, che in tanto,
O' di Filarte amante,
O' pur d'Oreste ella Consorte fia,
Tetide
Per te Filarte oblia,
Per te d'Oreste sdegnerà le tede;
Lasciane a me la cura,
E sol di Licomede
Il folle inganno secondar procura.
Acchille
Se in ciò non ti obbedisco,
Madre, te stessa incolpa,
Che di viltà incapace
Mi gcnerasti il core.
Tetide
M'accusi di viltà, perche non sai,
Quanto sia forte il mio Materno amore.
Acchille
Madre, se quest'amor di cui ti vanti
E' amor degno di te; perche poi brami,
Che indegno io di te sia; dunque, ò non sei,
Tù la Madre d'Acchille; ò pur non l'ami.
Tetide
Ah figlio, ingrato figlio!
Io non t'amo? io che tanto ho per te oprato,
Che nel flutto vietato
Pria di Stige t'immersi ancor bambino:
Che da Chirone il saggio
Fei di Marte, e di Febo alla palestra
Esercitar la tenera tua destra;
Che contro il Fato, e contro tutti i Numi
Del mio sen ti fei scudo,
Per non esporti al loro ingiusto sdegno;
Che per te al fin, queste servili spoglie
Vesto; e lascio dell'Onde il mio bel regno.
Or se non t'amo, a che più qui rimango
Addio: ritorno al mar, perche più amare
L'acque gli renda quell'humor, che piango.
Acchille
Fermati Madre (oh Cieli) e con qual'armi
Or m'assalisci? ah ch'il tuo pianto è forte
Più nel mio Cor, chi ogni timor di morte.
Tetide
Mi fermi, perche ottenga maggior vanto
Di crudeltade, il barbaro tuo petto
A mirare il mio pianto?
Acchille
Nò, nò rasciuga pure il mesto Ciglio.
Gloria, fama, valor; voi mi chiamate,
Io vi sento: ma sono Amante, e Figlio.
Tetide
Lasciami piangere,
Acchille
Non pianger nò,
Tetide
Se il cor tuo barbaro,
Non posso frangere,
Acchille
Se alle tue lagrime,
Più Cor non ho.
Lasciami ecc.

Fine dell'Atto secondo.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA,

Bosco con veduta di Palazzo Regio.
Tetide, Deidamia, e Acchille.
Tetide
E' lontano il mio tormento;
Mà non è meno il dolor:
E del mal che ancor non sento,
Maggior male ho nel timor
E' lontano ecc.

Chi diria, che a soffrire
Fosse astretta una Dea
Pene mortali di un sì rio martire;
Ah, che la pena è molto allor più forte,
Quando alligna in un Cor, che non ha morte.
Deidamia
Vieni, Arminda, a vedere
D'Oreste i doni; e ecco pur Nerea,
Che ne potrà godere.
Acchille
Ti seguo, e t'obbedìseo;
Mà non potrò veder, cosa che sia
Eguale a ciò, che ti dà l'alma mia.

SCENA SECONDA

Ulisse, con servi che portano diversi doni in Bacili, e fra questi uno con Armi, e Spada, e li sudetti.
Ulisse
Deidamia bella, di Micene il Prence
A non sdegnar ti prega
Piccol tributo del suo grande affetto,
Che in queste gemme, e pretiosi arredi
Del tuo Regio Tesor t'invia ristretto.
Deidamia
Gradifco i doni, e più la man gentile,
Che a me li porge.
Tetide
Oh che vago monile
Formano queste perle.
Ulisse
Son lagrime dell'alba, perche vede,
Che a te in candore, e in bellezza cede.
(Armìnda già mirando
Và con lo scudo il brando.)
Deidamia
Quell'ordigno gemmato
Dimmi a qual uso è fatto?
Ulisse
E' un Carcere dorato,
Che in preziose ruote
A misurare il corso il tempo astringe,
(O con che brio guerriero ii ferro stringe.)
Deìdamia
Ma tu Arminda, che miri?
Acchille
In quell'acciaro
Di specchiarsi han piacer le mie pupille.
Ulisse
(Più non v'è dubio, ho ritrovato Acchiile)
Queste son l'armi, che portar'in guerra
Deve il tuo gran Conforte:
Mà a te pria le consacra, e a te le manda,
Perche possano poi,
Imparare a ferir dagli occhi tuoi.
Deìdamia
Arminda, che ti par? come son belle?
Acchille
L'armi son belle soli, quando il valore
Le abbellisce col sangue.
Tetide
(Troppo aperto
Si mostra il suo gran Core)
Deidamia alle tue stanze
Meglio potrai goder doni si vaghi,
Se lo permette Ulisse.
Ulisse
Altro non bramo.
Deìdamia
(Fingerò di gradir, quel che non amo.)

Care mi son le gemme;
Mà più gradito il Cor
M'è dello Sposo mio:
Dell'Eritree Maremme
Più che l'argento, e l'or
Amore, e fedeltà
Da lui voglio.
Care ecc.
{parte con Tetide.)

SCENA TERZA

Ulisse, e Acchille.
Ulisse
Fermati Arminda, ascolta in pochi accenti
Molto che dir ti deggio.
Acchille
O poco, o molto,
Che m'habbi a dir; parla, che già t'ascolto.
Ulisse
Helena fu rapita
Da Paride il Trojano,
E la commune offesa
Arma tutta la Grecia alla Vendetta.
Già il figlio di Tideo,
Il bravo Idomeneo,
Nestore il Saggio, e i due forti Aiaci
Sotto il supremo Duce uniti stanno:
Mà le non pugna il giovane Pelide
Vano è lo sforzo; e il Trojan Superbo
li nostro ardir deride.
Egli intanto avvilito nel riposo
Di feminile albergo
Divenir ruginoso
Il brando lascia, e gonoa hà per usbergo,
Ei dell'Attica tromba il suon non ode,
Che sparge in ogni lido
Il dolce invito a bellicosa lode:
Non ode il commun grido,
Che con sua, gran vergogna
Lo desta, e lo rampogna,
Che per timor si celi,
E il paragon possente
Sfugga così del valoroso Ettorre.
Acchille
E' bugiarda la fama, il grido mente;
Io sono Acchille, e di Deidamia Amante
Sol per amor, non per viltà m'ascondo;
Ma in quest'abito ancora hò Cuor bastante
Per domar Troja, e dopo Troja il Mondo.
Ulisse
Del tuo Cuor generoso
Ben conobbi, o Signor, l'indole altera;
Ma l'alma tua guerriera
Premer sola vorrà d'un ozio inerme
Le neghittose piume,
Quando a pugnare in sì famosa guerra
Và in un Càpo, o nell'altro ach'ogni Nume.
Acchille
E già gran tempo Ulisse,
Che havrei di stragi intorbidato il Xanto,
Se remora al mio Core
Non era di Deidamia il dolce riso,
E di Tetide ancor l'amaro pianto.
Mà al fin ceda ogni affetto
All'amor della gloria,
E con vincer se stesso hoggi il mio petto,
Gusti il primo piacer della vittoria.
Già ti seguo, sù, sù recami l'armi,
Ch'io vestir possa, perch'al mio coraggio
Nuovo rossore ogn'altr'indugio parmi.
Ulisse
Tra pochi istanti il tutto sia disposto:
Tu soffri intanto, e preparando il Core
Agli assalti di Marte
Fuggi quelli d'Amore.

Se vuoi d'alloro
Cinger la chioma
Da i lacci d'oro
Fuggi d'un biondo crin;
Dell'Asia Doma
Se vuoi la palma,
Non far, che l'alma
Più serva al Dio bambin.
Se vuoi ecc.
Acchille
Sì, sì, scioglierò i nodi,
Sì, sì, spezzarò i lacci,
Che in vil servaggio il cor tennero avvinto;
Vincerò il fier nemico
Della mia gloria: ma non hò ancor vinto
Con troppa forza, ancora
Sento, ch'egli combatte; e'l core avvezzo
Nella sua prigionia, bench'il sentiero
Per porsi in libertade aperto miri,
Non sà fuggire, e al carcere adorato
Fuggendo si rivolge co i sospiri.

Alla pendula prigione,
Così ancora tornar suole,
L'augcllìn che ne partì:
E cantando ognor si duole
Fin ch'il piede non ripone
Tra quei ferri, onde fuggi.
Alla pendula ecc.

SCENA QUARTA

Licomede, e Antiope.
Licomede
Da confusi pensieri
La mia mente agitata,
Ancor non sa dove fissar l'oggetto.
Se Nerea disse il vero,
Fù vano per Arminda il mio sospetto;
Ma con Deidamia, e con Filarte poi
Ragione havrà di crescere il mio sdegno,
E chi sà, che l'indegno,
Quello non sia, che hanno predetto gli altri
De' suoi teneri affetti
Occulto usurpatore:
Ah se ciò sia, voglio che cada esangue
Vittima al mìo furore.

Crudo Ciel'io già prevedo,
Che t'appresti a fulminarmi
Con più barbara saettta:
Ma pur vinto ancor non cedo,
E nell'onta, che vuol farmi
Goderò per la vendetta.
Crudo ecc.
Antiope
Mal vista, e mal gradita
Bench'io mi trovi pure, almen mi giova
Poter esser vicina alla mia vita
Licomede
Filarte.
Antiope
Mio Signore.
Licomede
Sai tù ben chi è Deidamia?
Antiope
Per tua prole
La venero.
Licomede
Et Arminda?
Antiope
Dell'amor tuo per fortunato oggetto
L'ammiro.
Licomede
E se di loro
Per tal'una altri sensi
Tu concepissì, di qual pena reo
Saresti?
Antiope
E che mai dir così pretendi?
Licomede
Ho detto quanto basta;
Senza che più mi spieghi, ben m'intendi.

Sono Amante, son Padre, son Re,
Son geloso d'honore, e d'amor:
Per punir chi mi manca di fe,
So cangiar la dolcezza in rigor.
Sono ecc.
(parte.)
Antiope
Ohimè, che sento, in che confuse voci
Licomede mi parla, e mi minaccia;
Di Deidamia, ed'Arminda,
Di gelosia, d'honor, che mai favella!
Io non intendo lui; ma troppo, ahi lassa,
Intendo il rio tenor della mia stella.

SCENA QUINTA

Deidamia, Antiope, e Acchille
Deidamia
Fillarte ascolta.
Antiope
I tuoi voleri attendo.
Deìdamia
Arminda, sò che t'ama.
Antiope
Eh, mia Signora,
Tu scherzi meco.
Deìdamia
E come
Scherzar poss'io, mentre di lei non meno
Ho qualche affett'anch'io per te nel seno.
Antiope
(Di Licomede i sensi hora comprendo.)
(Esce.)
Acchille
Deidamia è con Filarte: ah gelosia
Tu riaccendi in me l'ardor sopito.
Deidamia
Confesso, che gradito
Mi saria l'amor tuo, che il tuo sembiante
M'allettarebbe il core;
Ma sapendo, che Arminda è di te amante,
A lei ti cedo, e voglio,
Che lei sol'ami, anzi ami in lei me steffa;
Perche in lei vivo, e sento,
Più in lei,che in me la gioja, e il tormento.
Accille
Generosa Deidamia, tù m'insegni
D'un vero amor le virtuose norme.
Antiope
Deidamia, troppo indegni
Conosco di tue grazie i merti miei;
Obedirti vorrei; ma non so ancora
Quello che l'amor sia,
(Ah, che lo sai pur troppo anima mia.)
Deidamia
Se fin'hora non sai,
Che cosa sia l'amor, com'io l'appresi,
Ben presto ancora tù l'apprenderai.

Quell'amore, a quel ch'io sento,
E' un piacere nel tormento,
E' un diletto nel penar:
Quando l'alma spera, e teme,
Quando il Core gode, e geme,
Allor sà, che vuole amar.
Quest? ecc.
(parte.)
Antiope
(Ah, che sol'è per me pena, e dolore.)
Acchille
(Nò, nò, men generoso
Non habbia Acchille di Deidamia il Core)
Odi Filarte, di Deidamia bella
Servi pure all'affetto,
Che ben lo merta del suo primo foco,
Se volle te, per fortunato oggetto.
Antiope
(A questo assalto il mio valore è poco)
Arminda, io non nudrisco
Sì temerarii sensi,
Che del mio Rè verso la bella prole
Volger lo sguardo pensi;
A te sola bensì, che tal dimostri
Maeftà nel sembiante,
Convien la sorte di reale amante;
Mà però non t'abbagli
D'inalzato vapor la falsa luce,
Che se bene ha tallor volo sublime,
L'istesso Sol, che l'inalzò l'opprime.

Così orgogliosa
Non sarà un di
La tua beltà:
Ancor la Rosa,
Che al Sol nascente
il seno aprì,
Al raggio ardente
Del Sole istesso
Languendo và.
Così ecc.
(parte.)
Acchille
Con gli altri anche ingannato,
Crede costui, ch'io debba
Esser di Licomede esca all'ardore;
Ma con gli altri ben presto
Egli uscirà dal concepito errore.
Io ti lascio Deidamia;
E in libertade ancor lascio il tuo seno,
Che più non sia costretto
A trionfar per me del proprio affetto.
Lascio te, ma non lascio
L'amor tuo, chc serbar vuò fin che ho vita,
Anzi vado a mostrarlo,
E con guerriera fama
A palefarti il nome di chi t'ama.

Quando Tròja vinta cada
Dal valor della mia spada,
Saprai solo chi t'amò:
E tra gl'echi di Vittoria
Grnitor della mia gloria
L'amor tuo palesarò.
Quando ecc.

SCENA SESTA

Tetide, e Acchille
Tetide
Preparati a gioire,
O Figlio, che tra poco
A Deidamia scoprire
Voglio qual del tuo seno è il vero foco.
Acchille
Madre, più non è tempo.
Tetide
E che tù più non l'ami?
Acchille
Anzi giamai,
Più che adesso l'ho amata, e se non bramo
L'amor mio farle noto,
E' perche solo adesso io so che l'amo.
Tetide
Il tuo dir non intendo.
Acchille
Se a Filarte
So ch'il suo core inclina, e a me lo cede,
Perche amato da me forse lo crede,
Non m'insegna a seguir sì bell'esempio?
Tetide
E' troppo generaso
Quell'amor tuo, per non lo dir geloso.
Acchille
Madre al fin che pretendi?
Ch'io mi discopra? già son discoperto:
Già sà Ulisse, che questa
In propria gonna tien celato Acchille,
Et Acchille di lui fatto seguace,
Già preme col pensier di Troja i lidi.
Tetide
Che dici, o Figlio, ahi, che la Madre uccidi:
Come hai così tradito
Le materne mie cure,
Come hai così voluto
Accelerar le mie, le tue sventure.
Acchille
Madre, dunque di Stige
Mi bagnasti nell'onde,
E nudrir da Chirone
Mi facesti con latte
Di Libico Leone,
Perche la destra mia, non in altr'uso,
Imitar poi dovesse il forte Alcide;
Che in trattar l'ago, e il fuso?
Ah pensarlo non deggio, e sò che vuoi,
Se la vita non puoi,
Far che immortal debba restare, almeno
il nome di chi nacque dal tuo seno.
Tetide
Troppo è ver, troppo errai;
Col ferino alimento
A prender t'insegnai,
Anche di belva il Core,
Che non conosce nè pietà, nè amore.
Se di me non ti cale,
Come puoi di Deidamia, che t'adora
Abbandonar l'affetto?
E nel sentier di gloria,
Se l'orme solo inprimi,
L'esser ingrato poi viltà non stimi?
Acchille
Nè all'amor tuo, nè al suo mi mostro ingrato;
Mà voglio poter dir senza rossore,
Che a te son figlio, e da lei son amato.
Addio Madre.
Tetide
Deh ferma, e almeno senti,
Pria che tù parta, gli ultimi sospiri
Del mio sen se non vuoi gli ultimi accenti.
Acchille
Frena i sospiri, e'l pianto,
Che indarno piangerai,
Nè togliermi potrai di forte il vanto.

Son tuo Figlio, e sono Amante,
E di fiera non ho il Cor:
Mà il tuo seno, e quel sembiante
Voglion prove di valor.
Son ecc.
Tetide
Vanne, vanne a far prova
D'un valor infelice,
Già che a fermarti il pianto mio non giova.
Misera genitrice,
E a chi rivolgerò le mie querele;
Forse al Ciel, che per mè semprc crudele,
Nè pur un astro solo
A mio favore accende:
Forse al mur, che abbandono, e ch'il mio duolo
Sempre turbato rende:
Nò: se deve il mio male essere eterno,
Soccorretemi voi Numi d'Averno.

Voi Numi severi
Dell'ombre profonde
Voi, Voi, sol'invoco:
Del mio grave affanno
Pietà se non hanno,
Nè il Cielo, nè l'onde,
La trovi nel foco.
Voi ecc.

Mà qui sen viene il seduttore infido
Del misero mio Figlio:
Il tentar se trovassi in lui pietade,
Chi sa, forse non sia vano consiglio.

SCENA SETTIMA

Tetide, e Ulisse.
Ulisse
Bella Nerea.
Tetide
Nò Ulisse,
Non mi chiamar Nerea:
S'hai conosciuto Acchille,
Conosci ancor la Madre.
Ulisse
Eccelsa Dea,
Perdonami l'errore: e alle tue piante ....
Tetide
Fermati, che alle tue prima vogl'io
Gettarmi, non qual Dea; ma come Madre,
Che il rapito suo Figlio a te richiede;
D'una Madre, che piange,
Ti mova la pietà, se non ti move
Di supplicante Deità l'aspetto:
Lasciami il Figlio Ulisse, o del mio Core
Togli l'altra metà, pure al mio petto.
Ulisse
Tetide, il Cielo sà quanto vorrei
Poterti compiacer, ma il Cielo istesso
Mi vieta il farlo, e vuole,
Che debba a Grecia assicurar la sorte,
Sol la gloria d'Acchille.
Tetide
Anzi la morte.
Ulisse
Il suo valor ne toglie ogni timore.
Tetide
Non hà contro il destin forza il valore:
Tù sol, se alle mie brame
Quì lasciarlo concedi,
Puoi di sua vita prolongar lo stame.
Ulisse
Per ritrovarlo, e ricondurlo meco,
Di tutto il Campo Greco
Qui la cura mi spinse,
Che al tuo voler mi pieghi
Non vuol la Patria, il Ciel, Pallade, e Giove.
Tetide
E quella a cui tù nieghi
Non è forse ancor Dea; forse non muove
A suo piacer tutto il Secondo Regno,
Che non habbia a temer di lei lo sdegno.
Ulisse, già che il pianto
Di Madre non ha forza,
Per ritrovar pietà, trovino almeno
D'una Dea le minaccie,
E rispetto, e timor dentro il tuo seno,
Se non mi lasci Acchille,
lmplacabil nemica
Sempre m'havrai, nè mai l'onde tranquille
Potrai solcar, fra turbini, e procelle,
Tra sirti, sfcogli, e tra Sirene, e Mostri
Pellegrinando i Mari,
N'hai da rendere i flutti
Col tuo dolor più amari.

Se tù mi farai piangere
Sola non piangerò,
E se non posso frangere
Dei Ciel l'ira crudel
Saprò con ira egual,
Punir chi mi oltraggiò.
Se tù ecc.
(parte.)
Ulisse
Per adempir quanto da me richiede,
Honor, debito, e fede,
Non pavento soffrir rischi, e affanni.
Pera Ulisse; purche d'Ulisse il nome,
Non pera mai nel pelago degli anni.

Un'anima forte,
D'affanni, e di morte
Non hà mai timore:
Per sete di gloria,
Per brama
Di fama,
Più vive, chi more.
Un' ecc.

SCENA OTTAVA

Campagna al lido del Mare con uno scoglio nel foro.
Antiope, e Deidamia.
Antiope
Può la forte nemica
Privarmi d'ogni ben, d'ogni speranza;
Mà non toglierà mai
Al mio Cor la Virtù, nè la Costanza:
Potrei ben vendicarmi
Del Genitor con ingannar la Figlia,
Fomentando le fiamme per me accese;
Mà sdegno la viltà di tal vendetta,
Anzi a lei voglio rendermi palese.
Deidamia
Filarte, forse tù darmi potrai
Nuova d'Arminda, perche se tu l'ami,
Dove sia ben saprai.
Antiope
Nè so dov'ella sia, nè amarla posso.
Deidamia
Perche amarla non puoi s'ella t'adora?
Forse amar tù voi mè?
Antiope
Te appunto io voglio.
Deidamia
Io ben ne goderei, mà mi dispiace,
Che Arminda ne habbia pena, e che non voglia
Il Rè mio Genitore,
Che Oreste amar m'impone.
Antiope
Quell'amore
Oreste non offende, e meno Arminda,
ù Perche amar tù non devi
Filarte nò; ma Antiope, che in lui vedi,
Antiope di Teseo misera figlia,
Del Rè tuo Padre mal gradita amante:
Quella, quella son'io, questo sembiante,
Che piacque a te, fu a lui gradito ancora;
Hor più noi riconosce, e non lo prezza.
E l'alma mia sprezzata ancor l'adora.
Deidamia
Antiope ben presago fu il mio petto,
Quando solo in vederti
Sentì per te non conosciuto affetto.
Oh quanto godo, hora che m'è permesso
Poterlo confermar con questo amplesso.
(L'abbraccia.)

SCENA NONA

Licomede, e li medesimi.
Licomede
Che vedo, o giusti Numi! ecco avverato,
Con le vostre minacci, anche l'oltraggio
Dell'honor mio, mà sarà vendicato:
Olà: da questi scogli
Cosfei nel Mar si getti, e il petto indegno
Di colui si trafigga.
Deidamia
Padre.
Licomede
Padre non son.
Antiope
Frena lo sdegno,
Ascolta.
Licomede
Ah, che tardate?
Deidamia
Senti la mia innocenza.
Licomede
Taci; alla mia presenza
Si tolga, e si eseguisca quanto ìmposi.
(Parte con le Guardie.)
Deidamia
Soccorretemi voi, Cieli pietosi.
Licomede
Il tuo perfido sangue
Disseti hor l'ira mia, sù, sù si sveni.
Deidamia
Si, sì, svenami pur, passami il Core,
Giusta è la morte mia, perche non seppi
Vendicar quella in te del Genitore:
Svenami pur, l'ombra del gran Teseo
Placar non può vittima più gradita,
Che d'una figlia ingrata
Offerta di tua man l'alma, e la vita:
Riconoscimi sì: quella son io
Ingrata figlia, e troppo fida amante,
D'un Mostro d'empietà: nei mio sembiante
Rìconosci chi amasti,
O fingesti d'amar: nelle mie chiome
Riconosci quei lacci,
Onde ti piacque già d'esser legato:
Riconosci il mio seno,
Che amoroso t'accolse,
E trafiggilo poi Tiranno ingrato.

Crudel, che più tardi
A farmi morir:
Aperto ecco il petto,
Che fanno i tuoi dardi?
O in esso
Te stesso
Paventi colpir?
Crudele ecc.
Licomede
Antiope dunque sei.
Antiope
Sì, Antiope sono,
Che a Deidamia poch'anzi
Rivelando il mio nome, e il mio sesso
Ne riportai quell'amoroso amplesso,
Per cui barbaro, e empio
La condannasti a così crudo scempio.

SCENA DECIMA

Ulisse, e li medesimi.
Ulisse
Che tiranna fierezza
Fù mai, Signor, la tua nel dar la morte
A chi desti già vita; e se volevi
Scordarti, che Deidamia era tua figlia,
Ricordar ti dovevi,
Ch'era d'Oreste Sposa.
Deidamia
E che forse è già estinta?
Ulisse
Precipitata da quell'erto scoglio,
Come ordinasti, è già nel mar sepolta.
Licomede
Ahi dove m'ha condotto un'ira stolta!
Figlia, ahi misera figlia,
Misera, e innocente:
Figlia d'un, che non merta
Di Padre il nome, ma di furia, o mostro;
Tu giacerai sommersa
Del vasto Egeo dentro il profondo chiostro,
E il tuo crudo uccisore
Potrà spirar quest'aura, e senza horrore
Lo sosterrà la terra, e a fulminarlo
Sarà il Ciel così lento.
Nè di vita privarlo
Potrà con forza interna il suo tormento?
Ma se il Cielo, e la terra,
O men giusti, o più miti per me sono,
Giudice di me stesso,
Il mio grave delitto io non perdono,
Antiope a vendicarti
lo corro già. Figlia in quell'onde istesse,
Ove tu giaci io vengo ad abbracciarti.
Àntiope
Fermati Licomede.
Ulisse
Odi Signore.
Licomede
Qual portento m'arresta.
Antiope
Che nuova meraviglia.
Ulisse
Che stupore.

SCENA ULTIMA

S'apre lo Scoglio, e comparisce la Stanza Maritima, o Grotta di Tetide.
Tetide, Acchille, Deidamia, e li medesimi.
Tetide
Cessino i vostri gemiti,
Bandite ogni dolor;
Che pur con le Tue lagrime
Fà tregua hoggi il mio Cor.
Cessino ecc.

Licomede, tu vedi
Viva Deidamia, che credesti estinta,
E ben l'havrebbe estinta il tuo furore.
S'io, che non son Nerea qual già mi finsi,
Ma del Mar la Regina,
Dal Mar non la toglievo, ah ch'aL periglio
Se dunque ella ha per me Seconda vita,
Io le son Madre, e Sposa è del mio Figlio.
Del mio Figlio che seppe,
Reso idolatra delle sue pupille,
Occultare in Arminda il forte Acchille.
Licomede
Gran Diva, non sò oppormi alle tue brame:
Ma sai ben, che Deidamia
E' ad Oreste promessa.
Ulisse
Signor'io sò, che non si sdegna Oreste
Di cederla ad Acchille, onde ben puoi
Farla con lieto Cor degna Consorte
Del maggior degli Heroi.
Licomede
Sia dunque sua, che con ragion la Figlia
Amar dee, chi fu già con dolce inganno
Dal Padre amato; ed egli a me perdoni
Un error, che il suo merto ha sol per colpa.
Acchille
Troppo in Deidamia bella tu mi doni,
Perch'io possa al tuo dono esser ingrato:
Ma tu dolce mia vita
Gradirai l'amor mio, bench'io più Arminda
Non sia.
Deidamia
Se mi fu Arminda sì gradita;
Come vuoi che mi sia men caro Acchille.
Lìcomede
Perche a pieno tranquille
Di questo dì rimangan le vicende:
Tu ancora Antiope bella
De'miei passati oltraggi
La memoria cancella,
E con la bianca man rendimi il Core.
Antiope
Sposerò, chi mi uccise il Genitore!
Tctide
Nò, Antiope; credi a me, fu falso il grido,
Che di Teseo la morte,
Colpa del caso, ascrisse a Licomede.
Antiope
A tuoi detti, o gran Diva, Antiope cede,
E te per suo Signore, e Sposo accetta.
Lìcomede
L'amor mio la mia fede,
Dell'incostanza mia faran vendetta.
Ulisse
Godete, o lieti amanti,
Godi pur di Peleo famosa Prole,
Dell'amor tuo le fortunate mete,
Per feguir poi, quelle che alla tua destra
Segnò la gloria in Marzial palestra.
Tetide
Sì Figlio, godi pure,
Che dal seno amoroso
Della bella Deidamia uscirà poi
Il chiaro germe di più forti Heroi,
Che risarcir potranno
Della tua morte ingiusta a me l'affanno.
Tutti
Quando amor chiama a godere
Ogni pena fa cessar:
Ma più dolce è quel piacere,
Che s'ottiene con penar.
Quando ecc.

Fine del Dramma



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Ultimo aggiornamento 22 luglio 2020