La Serenata op. 24, composta fra il 1920 e il 1923, fu eseguita per la prima volta il 2 maggio 1924 in un concerto privato a Vienna. La prima esecuzione pubblica ebbe luogo il 20 luglio 1924 a Donaueschingen. La Marcia, per il suo andamento spavaldo, ricorda analoghe attitudini mahleriane. Essa osserva una sorta di forma sonata e gioca sull'inversione del tema principale. Il Minuetto presenta una fantasiosa elaborazione di un'idea cantabile, che si ripete identica, a ritornello, dopo un più vivace ed energico Trio, e prima di concludere con una Coda. Il terzo brano è costituito da cinque Variazioni, suggellate da una Coda, concepite secondo la tecnica seriale, non però in senso strettamente dodecafonico. Infatti l'austero tema, proposto all'inizio dal clarinetto solo, consiste in una melodia di quattordici note e del suo retrogrado, basata su una serie di soltanto undici note diverse (e dunque ne manca una a completare il totale cromatico, mentre tre delle quattordici vengono ripetute). Il brano centrale della Serenata vuole l'intervento della voce di basso a intonare il Sonetto n. 217 di Petrarca nella traduzione di Stefan George. Lungo tutta la composizione la linea vocale non fa che ripetere, distribuendola con espressione appassionata su ampi intervalli, una serie di dodici note. Ora, siccome a ogni sillaba vien fatta corrispondere una nota e i versi del sonetto sono quattordici, avviene che la serie sia ripetuta dalla voce tredici volte, ma che l'ultima debba lasciarla incompleta, cedendone la conclusione alla breve coda del complesso strumentale. La Scena di danza è un vivacissimo valzer, nuovamente di accento mahleriano, che nella sua sezione centrale, più moderata, in tempo di Ländler, presenta tratti umoristici, fin istrionici e provocatori. Il Lied (senza parole) che segue, è per contro tenero e raccolto nelle sue 26 battute, in cui gli archi con sordina trovano incantevole fusione con le sonorità degli altri strumenti, in un costante pianissimo. Il Finale riprende il ritmo di marcia del primo pezzo, disegnando cosi un ritorno formale che richiama, a conclusione della suite, la sonata; quasi che l'emancipazione della dissonanza e l'abbandono della tonalità, di cui la Serenata è documento, si accompagnino a un rafforzamento dei metodi tradizionali dell'organizzazione musicale.
| Sonnet 217 | Sonetto 256 |
O könnt' ich je der Rach' an ihr genesen, Die mich durch Blick und Rede gleich zerstöret, Und dann zu größerm Leid sich von mir kehret, Die Augen bergend mir, die süßen, bösen! |
Far potess'io vendetta di colei che guardando et parlando mi distrugge, et per piú doglia poi s'asconde et fugge, celando gli occhi a me sí dolci et rei. |
| So meiner Geister matt bekümmert Wesen Sauget mir aus allmählich und verzehret Und blüllend, wie ein Leu, ans Herz mir fähret Die Nacht, die ich zur Ruhe mir erlesen! |
Cosí li afflicti et stanchi spirti mei a poco a poco consumando sugge, e 'n sul cor quasi fiero leon rugge la notte allor quand'io posar devrei. |
| Die Seele, die sonst nur der Tod verdränget, Trennt sich von mir, und, ihrer Haft entkommen, Fliegt sie zu ihr, die drohend sie empfänget. |
L'alma, cui Morte del suo albergo caccia, da me si parte, et di tal nodo sciolta, vassene pur a lei che la minaccia. |
| Wohl hat es manchmal Wunder mich genommen, Wenn die nun spricht und weint und sie umfänget, Daß fort sie schläft, wenn solches sie vernommen. |
Meravigliomi ben s'alcuna volta, mentre le parla et piange et poi l'abbraccia, non rompe il sonno suo, s'ella l'ascolta. |