In una lettera inviata nel 1878 all'amico J. Srb, Smetana illustrava il contenuto autobiografico del Quartetto composto due anni prima: un pò come nella Sinfonia fantastica di Berlioz, (anche se con intenti assai meno scopertamente programmatici, e soprattutto con una sostanziale autonomia di valori inventivi che escludeva ogni troppo estrinseca sopraffazione dell'elemento evocativo-descrittivo), i quattro movimenti della tradizione sonatistica erano posti in relazione con altrettanti stati d'animo intesi a riflettere particolari momenti esistenziali del compositore. Nella fattispecie, mentre il primo movimento avrebbe rievocato gli entusiasmi e le passioni giovanili, la Polka stava a significare l'interesse del compositore per il folklore musicale nazionale; commossa memoria del primo amore, quello per Katarina Kolar, voleva essere il Largo; il Finale, poi, celebrava gli ardori patriottici, indomabili pur tra le bufere della vita, e la fede nella missione artistica, inestinguibile anch'essa e invano infirmata dallo spettro, ormai incombente, della sordità.
Nel Quartetto in mi minore l'elemento autobiografico si concreta, comunque, in architetture salde e trasparenti, dove la ricchezza inventiva, permeata di un pathos la cui ingenuità attinge alle radici etimologiche di schiettezza e nobiltà espressiva, non va mai disgiunta da un equilibrio costruttivo, retaggio di quella tradizione viennese cui il boemo Smetana sentiva di appartenere e alla quale si rifacevano i suoi ideali estetici non meno che le strutture del suo linguaggio sonoro. Il primo tempo s'apre con un'ampia frase appassionata, esposta dalla viola sullo sfondo armonico sostenuto dagli altri strumenti; il secondo tema sonatistico, al relativo maggiore, riappare (questa volta in mi maggiore) dopo il ricco sviluppo, con funzioni di ripresa, al posto, quindi, della prima idea, che viceversa ritorna alla fine del movimento, quasi a mo' di motto epigrafico. Il successivo Scherzo in tempo di Polka, alterna due sezioni in virtuale contrasto ritmico e tematico ma in così serrata concatenazione dialettica, da dare l'impressione di un discorso continuo e unitario. Introdotto da un accorato "solo" del violoncello, il Largo sviluppa una diffusa cantabilità, interrotta spesso da drammatici trasalimenti accordali; mentre animato da una vigorosa e accidentata pulsazione ritmica è il Finale, dilacerato, poco prima della conclusione "meno presto", dall'impressionante mimesi sonora dell'ultima sciagura, quella della sordità. Un mi sovracuto del primo violino, librato quasi lancinante sibilo sopra una concatenazione di accordi dissonanti, solleva la tensione drammatica ad un climax di gestualità naturalistica, come se la musica si facesse, improvvisamente, grido e rumore. Ma un breve riepilogo del materiale tematico del primo movimento conclude il Quartetto nel segno di una rassegnata pace, «lieta no, ma sicura».
Ennio Melchiorre