«Tàbor» è il quinto dei sei poemi sinfonici componenti il ciclo «Ma Vlast» (La mia patria), che Smetana iniziò nel 1874 compiendolo nel 1879. A differenza dei precedenti, ispirati ad antiche leggende boeme come «Vissehrad», o alla natura e al paesaggio cechi, come il notissimo «Moldava», questo si riallaccia alla storia.
Tàbor si chiamò infatti il villaggio fortificato sorto nel 1420 presso il castello di Hradiste per ordine di Jan Zizka a capo della rivolta ussita: rivolta religiosa alle origini (Jan Huss da cui prese nome respinse parte della dottrina cattolica) ma che presto assunse valore di lotta politica e nazionale, muovendo in arme contro la monarchia feudale e gli eserciti stranieri con esito spesso vittorioso per circa due secoli.
Di qui il simbolo della volontà d'autonomia del popolo ceco, che sembra più attraesse Smetana a riproporre quel capitolo di storia ai suoi contemporanei, per aver identificato sin dalla giovinezza il proposito di agire per l'indipendenza con quello di creare una nuova musica nazionale. Al che inoltre l'incoraggiò indubbiamente l'opportunità di avvalersi in quest'occasione di un celebre canto ussita di battaglia, attribuito dalla tradizione allo stesso Zizka. Di per sé un corale degno di reggere il confronto con i migliori corali luterani; in più quello che certo si udiva più di frequente tra le mure di Tàbor, come Smetana spiegò a chi s'interessava al programma di questo poema sinfonico fondato su di esso.
Difatti nonostante si dispieghi per intero solo alla fine, quel canto è realmente il cardine, nonché la ragion d'essere musicale di «Tàbor». Ne dipende la soluzione formale, che fonde il rondò col tema con variazioni. E ne dipende altrettanto il contesto espressivo, in parte quale evocazione dei luoghi dove il corale risuonava: ad esempio nelle prime pagine la pittura di un accampamento notturno, avanti il suo primo materializzarsi quando lo intonano tra l'improvviso silenzio circostante i clarinetti e i fagotti. Ma più quale parafrasi dello spirito d'inflessibile determinazione che lo pervase.
Perciò «musica di ferro» come verrà definita, pur non rinunciando all'impegno di ripetere gli effetti trascinanti che il canto di Zizka «Koloz jste bojonitzi» (Voi miei guerrieri) seppe suscitare. Quel che d'altronde Smetana aveva già tentato con l'introdurlo nell'opera epica «Libussa».
Emilia Zanetti