L’esterno del castello.
A Cipro alla fine del XV secolo Otello, generale moro del presidio veneziano, fa ritorno
all’isola dopo avere sconfitto la flotta musulmana. È sera e in mare infuria la tempesta; la
folla spaventata vede una nave che si avvicina a fatica, comprende che è quella del generale
e prega per la sua salvezza («Dio, fulgor della bufera!»). Quando Otello compare dagli spalti,
annunciando la vittoria e lo scampato pericolo («Esultate!»), la folla lo accoglie entusiasta
(«Fuoco di gioia!»). Gli unici che non prendono parte al tripudio generale sono Roderigo, che
è vanamente innamorato di Desdemona, la bella e onesta moglie di Otello, e l’alfiere Jago, che
odia Otello e trama contro di lui perché ha promosso Cassio capitano in vece sua. I soldati si
radunano davanti alla taverna per bere e cantare. Jago spinge Cassio a ubriacarsi («Innaffia
l’ugola!»); questi, fuori di sé, ferisce con la spada Montano, il predecessore di Otello nel
governo di Cipro, che l’aveva richiamato ai suoi doveri. Jago intanto fomenta una rissa generale,
finché Otello, richiamato dal tumulto, interviene a sedarla. Il generale, dopo aver degradato
Cassio, fa sgombrare la scena e resta solo con Desdemona. Mentre il cielo si rasserena, i due
ricordano le prime fasi del loro amore e si avviano, abbracciati, verso il castello («Già nella
notte densa»).
Una sala terrena nel castello.
Jago dà corso al suo intrigo: convince Cassio che presto ridiventerà capitano, se si rivolgerà
a Desdemona perché assuma le sue difese presso il marito. Invitato Cassio ad aspettare la donna
in giardino, Jago riflette sul suo destino, sulla sua fede in un Dio malvagio, sulla natura cinica
degli uomini («Credo in un Dio crudel»). Si avvicina Otello, e Jago gli instilla il dubbio che
la sua sposa gli sia infedele. Otello, che ha visto Cassio e Desdemona a colloquio in giardino,
scaccia però i dubbi quando la moglie è accolta con gioia da un coro di donne e fanciulli e da
marinai che le offrono monili («Dove guardi splendono raggi»). Nella sala in cui si trova Otello
entra Desdemona. Quando questa prende le parti di Cassio, chiedendo al marito di restituirgli i
gradi di capitano, Otello si accende d’ira. Desdemona vorrebbe asciugargli la fronte con un
fazzoletto, da lui donatole in pegno d’amore, ma Otello lo scaglia a terra; Emilia, moglie di
Jago, lo raccoglie. Desdemona chiede perdono allo sposo per averlo turbato («Se inconscia, contro
te, sposo, ho peccato»), mentre Jago si fa consegnare da Emilia il fazzoletto, imponendole di
tacere. Otello, rimasto solo con Jago, sente crollare le sue certezze («Ora e per sempre addio»)
e gli chiede di aiutarlo a trovare una prova del tradimento. Jago lo inganna, svelandogli che
ha udito Cassio parlare in sogno a Desdemona e invitarla a nascondere il loro amore («Era la
notte, Cassio dormia»). Gli ultimi dubbi del Moro cadono quando Jago gli confida di aver visto
un fazzoletto di Desdemona nella camera di Cassio: Otello, sconvolto, giura di vendicarsi («Sì,
pel ciel marmoreo giuro!»).
La gran sala del castello.
Un araldo annuncia l’arrivo imminente di ambasciatori veneziani. Jago espone il suo piano a
Otello: farà venire Cassio così che lui, nascosto, possa spiarne le parole e le intenzioni.
Giunge Desdemona, che tenta nuovamente di difendere la causa di Cassio («Dio ti giocondi, o sposo,
dell’alma mia sovrano»); Otello le chiede di mostrargli il fazzoletto che le aveva donato, e la
investe con la sua collera e le sue offese, tanto da costringerla ad allontanarsi. Rimasto solo,
Otello sfoga la sua amarezza («Dio! mi potevi scagliar»). Giunge Jago, che lo invita a nascondersi
perché sta per arrivare Cassio. Con l’inganno, l’alfiere spinge Cassio a mostrargli il fazzoletto
che ha trovato in casa sua e che crede l’omaggio di una corteggiatrice ignota («Quest’è una ragna»).
Otello è definitivamente convinto del tradimento. Squilli di trombe e un colpo di cannone annunciano
l’approdo dei veneziani. Cassio s’allontana e Otello informa Jago che ha deciso di uccidere
i colpevoli; nomina poi capitano l’alfiere e riceve gli ambasciatori. Al messaggio del doge
che lo invita a rientrare a Venezia, nominando Cassio suo successore, Otello – ancora istigato
da Jago – perde il controllo e insulta la moglie davanti a tutti, maledicendola. Otello, rimasto
solo, cade a terra tramortito; mentre dall’esterno giungono acclamazioni in onore del generale
moro, Jago si compiace del suo trionfo e guarda con disprezzo l’uomo che ha rovinato.
La camera di Desdemona.
Nella sua camera da letto Desdemona congeda Emilia, narrandole la triste storia dell’ancella
Barbara, abbandonata dall’uomo di cui era innamorata (Canzone del salice).
S’inginocchia poi, e prega la Vergine preparandosi al sonno (Ave Maria).
Otello entra nella stanza da una porta segreta; s’accosta al letto, contempla Desdemona e la bacia
tre volte, risvegliandola. Di fronte al marito che le rinfaccia le sue colpe, Desdemona si proclama
innocente, ma invano: Otello la soffoca senza ascoltare le sue ragioni. Emilia scopre l’assassinio
e chiama aiuto: accorrono l’ambasciatore veneto, Jago e Cassio, che è appena sfuggito a un agguato
tesogli da Roderigo. Scoperto l’inganno di Jago, Otello dà addio alla vita («Niun mi tema»);
compiange l’uccisa, si pugnala e spira sul corpo di Desdemona, dopo averne baciato un’ultima volta le labbra.
Nel lungo periodo che separa Aida (1871) da Otello (1887) Verdi, pur lavorando alla Messa da requiem e alla revisione di Simon Boccanegra e di Don Carlo, non produsse nuovi lavori per le scene del teatro d’opera. Il ritorno alla composizione avvenne grazie alle abili manovre dell’editore Giulio Ricordi, che non si era rassegnato all’intenzione, manifestata da Verdi dopo Aida, di ritirarsi dall’agone operistico. Ricordi propiziò, innanzitutto, il riavvicinamento tra il compositore e Arrigo Boito. Questi, che negli anni Sessanta era stato tra i maggiori esponenti della Scapigliatura lombarda e aveva aspramente criticato l’arte verdiana, era passato a una ammirazione incondizionata per il genio del bussetano e per i capolavori della sua maturità artistica. Verdi chiese la collaborazione di Boito alla revisione di Simon Boccanegra, e il legame tra i due si rinsaldò. Ma il vero motore del ritorno d’interesse di Verdi per il teatro d’opera fu Shakespeare.
Per il grande drammaturgo inglese Verdi aveva sempre provato, sin dagli anni di studio milanesi, un interesse costante, che già si era manifestato in Macbeth e nel disegno, meditato a lungo, di mettere in musica un Re Lear. Un progetto di Boito per Othello aveva attirato l’attenzione di Verdi sin dal 1880. Dopo averne discusso a lungo i particolari, Verdi si accinse alla composizione nel marzo del 1884, utilizzando il libretto che Boito nel frattempo aveva preparato, e terminò la partitura negli ultimi giorni del 1886. Otello fu messo in scena per la prima volta al Teatro alla Scala la sera del 5 febbraio 1887, con le scene di Carlo Ferrario e i costumi di Alfredo Edel; tra i principali interpreti figuravano Francesco Tamagno (Otello), Victor Maurel (Jago), Romilda Pantaleoni (Desdemona). Alla concertazione, curata dal direttore Franco Faccio, collaborò attivamente lo stesso Verdi.
Otello rappresenta, nel teatro verdiano, il punto d’approdo di un percorso tutto personale, che dai tempi lontani dell’idealismo risorgimentale e degli eroi romantici disegnati a tutto tondo conduce, per gradi, a scandagliare sempre più a fondo gli abissi dell’animo umano,svelandone gli aspetti più riposti. La scelta cadde, con Otello, su un dramma psicologico inquietante, nel quale l’azione è promossa da passioni assolute quanto devastanti, il cui esito è la rovinosa distruzione dei personaggi: l’odio e il cinismo di Jago, l’innocenza di Desdemona, la gelosia di Otello che porta a un lento disfacimento l’eroe valoroso di mille battaglie. Per caratterizzare i personaggi e restituirne gli stati d’animo cangianti e i moti psicologici profondi, Verdi dovette forgiarsi uno stile vocale nuovo e appropriato, continuamente oscillante tra recitativo, arioso, aperture cantabili di una certa ampiezza: l’effusione lirica di Desdemona contrapposta al canto declamato di Otello, le linee cromatiche che dipingono la malvagità sottile di Jago, il cromatismo che si insinua nel canto di Otello come il veleno del dubbio che lo conduce al delirio.
Così, la distanza che separa Otello dalle opere che a Verdi avevano assicurato la massima popolarità (su tutte, la “trilogia” di Rigoletto, Il trovatore e La traviata) è palese: al di là della perfetta padronanza dei meccanismi drammatici – che emerge soprattutto nelle grandi scene di massa con azioni contrapposte – la nuova opera è lontana dalle forme tradizionali del melodramma italiano. Alcuni, proprio per questi motivi, rimproverarono all’epoca Verdi per un presunto affievolimento della vena melodica, altri deplorarono il prevaricante commento orchestrale; la critica e la parte colta del pubblico, invece, reagirono positivamente a Otello, poiché vi colsero, con il distacco dallo stile corrente nell’opera italiana del tempo, nuovi esiti artistici.
Certo, Otello è opera profondamente radicata nel suo tempo, non foss’altro che per gli aspetti inquietanti, per la psicologia patologica di personaggi dominati da passioni esacerbate e distruttive: motivi che hanno le fondamenta in una cultura e in una sensibilità, all’epoca, largamente generalizzate. Anche sul piano tecnico non è difficile dimostrare come la tendenza alla continuità del discorso musicale, alla saldatura dei singoli momenti in un disegno ampio che ingloba le vecchie strutture formali, accomuni Verdi ai compositori più aggiornati e alle tendenze più moderne del teatro musicale coevo. Ma Otello è anche l’esito di un percorso tutto personale, che condusse l’ultimo Verdi a un orgoglioso isolamento dalla sua epoca e lo portò ad affermare: «Io scrivo come mi pare, e come mi sento [...] detesto tutte le scuole, ché tutte menano al convenzionalismo, non idolatro nissun individuo, ma amo una bella musica, quando sia veramente bella e sia di chi si vuole».
Claudio Toscani