L'attività di Antonio Vivaldi si svolse in tre direzioni diverse e complementari. Oltre che compositore Vivaldi fu virtuoso di violino e insegnante. Nel considerare la sua opera strumentale e vocale si dovrà tener conto di tutti gli apporti, di tutti i suggerimenti che gli derivavano dalla sua esperienza di didatta e dalla sperimentazione come strumentista. Poiché Vivaldi, come altri maestri suoi contemporanei, anziché chiudersi in astratte speculazioni dogmatiche o cristallizzarsi su posizioni conservatrici come Corelli, indagò nel vivo della sostanza sonora con una curiosità inappagata per i nuovi effetti e per un reale arricchimento del linguaggio musicale. Cosi per quel che riguarda la tecnica violinistica Vivaldi esplorò a fondo le nuove possibilità dello strumento, cercando tratti espressivi e posizioni più congeniali al violino. È questa una delle ragioni della grande vitalità che ancor oggi rivelano le musiche strumentali vivaldiane, che, messe a confronto con altri generi coltivati dal compositore, restano il documento più sicuro della sua luminosa ed estrosa capacità inventiva.
Una natura libera e eminentemente rivoluzionaria come quella di Vivaldi non poteva subire le restrizioni derivanti dal rispetto delle forme strumentali. Trattando generi come la sonata, il concerto, la sinfonia, Vivaldi si comporta con grande libertà e la sua fantasia percorre spesso vie insolite e ardimentose per creare un paesaggio sonoro imprevedibile ed audacemente mosso. Le sue pagine riflettono l'umore estroso del compositore nell'impiego assai libero delle strutture polifoniche, nelle improvvisazioni che poco si conciliano con la stretta osservanza delle forme, senza tuttavia intaccarne la struttura essenziale. Il suo spirito anticonvenzionale non esita ad interrompere il flusso unitario del tessuto sonoro inserendovi il capriccioso gioco di una cadenza né ad impiegare nuovi timbri e nuovi effetti strumentali.
Il Concerto in do maggiore offre un bellissimo esempio di quel colorismo strumentale che è una delle conquiste più brillanti del musicista veneziano. Si tratta di uno dei non numerosi concerti vivaldiani dove nella compagine orchestrale figura anche la famiglia dei legni: l'organico prevede accanto agli archi due flauti, due oboi, due clarinetti e un fagotto. Mentre il fagotto era già abbastanza diffuso fra i compositori dell'epoca, l'impiego dei clarinetti costituiva un'autentica novità. Questo strumento solo allora era stato messo a punto da un fabbricante di Lipsia, Christoph Denner (1655-1707) e fece le sue prime sporadiche apparizioni nelle opere del primo decennio del settecento. Per il fagotto lo stesso Vivaldi ha scritto più di trenta concerti. Il clarinetto invece sarà impiegato come strumento solista in modo magistrale solo da Mozart nel suo ultimo Concerto scritto nel 1791 (K. 622), e introdotto definitivamente nell'orchestra sinfonica da Beethoven.
La forma del Concerto in do è quella del concerto grosso, e il suo carattere religioso ben si concilia con la serena cantabilità e l'eleganza ritmica dei suoi tre tempi.
Antonio Mazzoni
Il Concerto con molti istromenti per la festivita di San Lorenzo RV 556 prevede un ricco gruppo di strumenti concertanti: due oboi, due clarinetti, due flauti dritti, due violini e fagotto. Potrebbe essere stato scritto a Roma, in occasione della festa di San Lorenzo, che si festeggia il 10 agosto, per la quale il cardinale Pietro Ottoboni organizzava liturgie solenni nella Chiesa di San Lorenzo in Damaso annessa al Palazzo della Cancelleria, della quale era il cardinale titolare.
Vivaldi soggiornò certamente a Roma nel 1723 e nel 1724, quando andarono in scena al Teatro Capranica tre suoi lavori: Ercole sul Termodonte, Giustino e La virtü trionfante dell'amore e dell'odio, overo Il Tigrane. I contatti romani del compositore sono testimoniati, tra 1'altro, in una lettera di Alessandro Marcello, il fratello maggiore del piü noto Benedetto, scritta da Venezia il 15 ottobre 1722, alla principessa Livia Spinola Borghese. Lo scopo era «presentare la persona a lei ben nota del Sig.r Don Antonio Vivaldi, famoso professore di violino, che si porta a Roma per far l'opera in carnovale, acciö nell'accogliere gli umilissimi miei ossequi, si degni pure riceverlo sotto l'ombra della lei autorevolissima protezzione».
Nel Concerto RV 556 Vivaldi utilizza un organico tipicamente romano, con i violini divisi in violini di concertino e violini di ripieno, alla maniera di Stradella e dei Concerti grossi di Corelli. Con l'eccezione del doppio Concerto RV 507, questa è l'unica occasione in cui l'indicazione romana di concertino appare in un autografo di Vivaldi. Nel movimento centrale, Vivaldi prescrive anche «Clarini soli, e Arpeggio con il Leuto». Il Concerto si apre in un tono solenne e sontuoso, con un breve Largo che lascia spazio, nell'Allegro molto che segue, a un ricco gioco di opposizione e dialogo tra coppie di strumenti a fiato ed archi, e a un magnifico episodio solistico del violino solo. Il Largo e cantabile si apre con un motivo sinuoso e cromatico, per poi distendersi in un canto piü nobile e pensoso. Il terzo ed ultimo movimento non reca l'indicazione di tempo, ma è chiaramente un Allegro, nel quale Vivaldi riprende il gioco dei chiaroscuri strumentali, lasciando pero piü spazio al violino solo, al quale il compositore affida una cadenza, poco prima della conclusione, scrivendo nella partitura autografa «Qui si ferma».
Luca Della Libera