Fino alla prima metà del Novecento, Antonio Vivaldi (Venezia, 1678 - Vienna, 1741) era conosciuto dal grande pubblico solo per una piccolissima parte del suo immenso repertorio. La riscoperta di questo genio della storia della musica si deve in gran parte alle vicende legate a un'imponente raccolta dei suoi manoscritti, oggi conservati nella Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. Questa straordinaria collezione fu portata sotto i riflettori del grande pubblico solo a partire dal 1939, quando l'Accademia Chigiana dedicò loro e a Vivaldi la prima Settimana musicale senese. L'iniziativa diede il via a una vera e propria Vivaldi Renaissance, con la pubblicazione dell'opera omnia, seguita dall'edizione critica tuttora in corso, e con numerose imprese discografiche, tra le quali l'ambiziosa Vivaldi Edition nata negli anni Novanta, che prevede la registrazione integrale di tutta la musica conservata nei manoscritti vivaldiani torinesi.
La prima formazione del musicista fu essenzialmente strumentale e gli fu trasmessa dal padre Giovanni Battista, che faceva parte della Cappella della Basilica di San Marco dal 1685 e aveva anche l'incarico di maestro di strumenti ad arco all'Ospedale dei Mendicanti. Egli fu considerato, insieme al figlio, uno dei migliori violinisti veneziani. Non sappiamo invece in quale modo avvenne la formazione teorica e compositiva del giovane Antonio. Le sue prime raccolte a stampa, le Suonate da camera op. I (1705), le Sonate op. II (1709), fino ad arrivare al capolavoro L'estro armonico op. III (1711), fecero comunque fatica ad affermarsi a Venezia e in Italia. Probabilmente i colleghi di Vivaldi si dimostrarono restii ad accettare l'esuberanza del suo stile, per paura di essere in qualche modo da lui superati. In Italia occorsero alcuni decenni perché Vivaldi si imponesse come modello, mentre la sua fortuna crebbe molto più rapidamente nei paesi d'oltralpe, come ha dimostrato il grande interesse di Johann Sebastian Bach, che realizzò numerose trascrizioni per clavicembalo di questi concerti, considerandoli un vero e proprio punto di riferimento per il suo percorso compositivo.
Il paesaggio sonoro veneziano tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento era particolarmente ricco e variato, in particolare per l'attività operistica, che a partire dalla prima metà del secolo precedente aveva assunto una fisionomia imprenditoriale. Le stagioni operistiche della Serenissima attiravano viaggiatori e uomini di rango non solo dall'Italia, ma da tutta Europa. A Venezia fioriva anche un'importante attività musicale che si svolgeva in molte chiese. Non solo nella Basilica di San Marco, che già dal Cinquecento aveva visto tra i musicisti della cappella ducale alcuni dei nomi più illustri sulla scena italiana (i due Gabrieli, Monteverdi e Cavalli), ma anche nelle altre numerose chiese, monasteri e ospedali cittadini.
Proprio in uno di questi, l'Ospedale della Pietà, Vivaldi fu assunto come 'maestro di violino' nel settembre del 1703. Si trattava di una delle quattro istituzioni di tipo assistenziale-caritatevole (le altre erano l'Ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti, l'Ospedale di San Salvadore degli Incurabili e l'Ospedaletto dei Derelitti ai Santi Giovanni e Paolo) che accoglievano orfane, figlie illegittime e malate. Gli Ospedali erano finanziati da privati, per lo più nobili, e confraternite religiose. In queste istituzioni, e in particolare alla Pietà, alle 'putte' era offerta un'educazione non solo spirituale e scolastica, ma anche musicale. Già alla fine del Seicento, nell'Ospedale della Pietà, la qualità esecutiva delle 'putte' era tale che i loro concerti acquistarono una fama tale da far accorrere non solo pubblico cittadino, ma anche forestiero per ascoltarle.
La produzione di musica sacra vivaldiana rappresenta una piccola porzione del suo immenso repertorio, proprio perché egli non aveva obblighi espliciti come compositore per la liturgia. È probabile che Vivaldi si sia trovato nella condizione di dover provvedere a tale mansione nei periodi di assenza dall'Ospedale di Francesco Gasparini, allora 'maestro di coro'. Canta in prato, ride in fonte RV 636, fa parte di un gruppo di otto brani: tre introduzioni al Gloria, due al Miserere e due al Dixit Dominus. L'Introduzione RV 636 può essere definita come un tipo di mottetto basato su un testo latino liberamente composto, usato appunto come introduzione a brani su un testo liturgico. Non si conosce l'occasione e l'anno in cui Vivaldi ha composto questa partitura, ma la grafia e le convenzioni della notazione del manoscritto autografo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Torino, corrispondono allo stile del periodo che va dal 1720 al 1730. In questa Introduzione Vivaldi utilizza, con qualche variante, il testo dell'omonimo mottetto Canta in prato, ride in monte RV 623, modificando però la parte musicale.
La prima aria è un omaggio a Filomela, il personaggio della mitologia greca trasformato in usignolo, del quale la musica di Vivaldi riproduce il cinguettio, analogamente al Concerto per flauto e orchestra Il gardellino. Dopo il breve recitativo Sacra fulgescit nobis segue la breve aria Avenae rusticae sinceri.
Luca Della Libera
| N. 1 - Aria | |
| Canta in prato, ride in fonte Filomena laeta in monte, vox respondeat exultando. Et vox illa sit amoena vox laetitiae, nec tua poena gaudia turbet deplorando. |
Canta sul prato, ridi presso la fonte Filomena lieta sul monte, la voce risponda esultando! E quella voce sia ridente voce di letizia, e la pena le gioie non turbi con i suoi lamenti. |
| N. 2 - Recitativo | |
| Sacra fulgescit nobis digna communi gaudio optata dies. Gaude, beate Pater, coelesti gloria tua. Vos mortales, plaudite et exultate, et si plaudunt in coelo amoeni chori, gaudeat et omnis vivens et semper plaudendo sacro honori. |
Sacro rifulge per noi, - la gioia di tutti gli è degna - il caro giorno. Rallegrati, Padre beato, della tua gloria celeste. Voi mortali, fate plauso ed esultate, e se plauso fanno in cielo i lieti cori, gioisca pure ogni vivente e sempre con plauso del sacro onore. |
| N. 3 - Aria | |
| Avenae rusticae sinceri fervida amoris iubila docete nos. Vos gaudia discite, tympana et organa, si agrestis fistula invitat vos: ergo cantate Dixit. |
Flauti di campagna, insegnateci gli ardenti canti di gioia dell'amore puro. Voi, timpani e organi, imparate i suoni dilettevoli, se una zampogna agreste vi invita: cantate, dunque, un Dixit. |