Glossario



Sonata per pianoforte n. 8 in do minore, op. 13 "Patetica"

Musica: Ludwig van Beethoven
  1. Grave
  2. Allegro di molto e con brio
  3. Adagio cantabile (la bemolle maggiore)
  4. Rondò. Allegro
Organico: pianoforte
Edizione: Eder, Vienna 1799
Dedica: Principe Lichnowsky

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Composta negli anni 1798 e '99, quando Beethoven cominciava a temere per il suo udito, la Sonata in do minore op. 13 «Patetica», fra le composizioni pianistiche del cosiddetto primo periodo beethoveniano, è a un tempo il più fulgido esempio del focoso temperamento del giovane compositore di Bonn e la più ricca di ambizioni sinfoniche. Temperamento e ambizioni che inducono Beethoven a forzare i limiti naturali della tastiera e a piegarne la materia sonora alle più urgenti necessità espressive.

L'indicazione dinamica prescritta per l'attacco a piene mani dell'accordo con cui si apre il Grave introduttivo (fp, ovvero un forte che tosto si rapprende in un piano), apparentemente ineseguibile sulla tastiera (eccezion fatta per l'ottimo Edwin Fischer), è in questo senso persino emblematica, oltre a suggerire mirabilmente l'idea di un freno, di una repressione gravante su uno slancio che vorrebbe erompere. L'inciso iniziale, tre volte ripetuto, su cui si basa tutta l'introduzione, col suo ritmo doppiamente puntato e la configurazione a ventaglio, contemporaneamente ascendente (mano destra) e discendente (mano sinistra), sembra faticosamente anelare la chiara luce del giorno attraverso torturate appoggiature cromatiche e i più violenti contrasti dinamici, per gettarsi alla fine nella corsa senza freni dell'Allegro di molto e con brio, dove l'atmosfera tesa e carica di minacciosi presagi dell'introduzione si scarica con possente veemenza. Un tremolo quasi da timpano alla mano sinistra sostiene il primo tema dell'Esposizione, che si inerpica per tre ottave sui gradi di una scala minore alterata, per quindi ricadere con una serie discendente di accordi contro il movimento ascendente del basso. Al carattere vigoroso del primo tema si contrappone la cantabilità del secondo, che suona in mi bemolle minore come una amplificazione melodica del Grave introduttivo. Una serie di tre codette porta quindi a conclusione la sezione espositiva, dapprima in do minore per il ritornello, quindi in sol minore per collegarsi allo Sviluppo, dove la prima frase dell'introduzione torna a far sentire la sua voce, aprendo uno squarcio di pensosa gravità nella mossa vivacità dell'Allegro. Luogo dell'instabilità in cui tutto viene rimesso in gioco ricevendone una spinta in avanti, lo Sviluppo combina il primo tema con la cantabilità implorante della seconda frase dell'introduzione. La Ripresa si svolge quindi regolarmente, arrestandosi su un fortissimo accordo di settima diminuita. Le prime quattro battute del Grave introduttivo irrompono allora per l'ultima volta sulla scena, se possibile con un carattere ancor più drammatico, l'inciso risultando privo dell'accordo iniziale. Con un estremo anelito di lotta, il primo tema chiude infine l'Allegro con un gesto energicamente perentorio.

L'Adagio cantabile succede quindi all'Allegro come le prime luci dell'aurora a un temporale notturno, dispiegando una intensa melodia dal carattere squisitamente vocale i cui puntuali ritorni opportunamente variati (l'Adagio è in forma di rondò) riescono ogni volta rassicuranti.

Il terzo movimento è un Rondò dal rigido contrappunto a due voci che, grazioso nelle proporzioni settecentesche e nell'incanto della melodia, smorza tuttavia la bellicosità dell'Allegro iniziale, risultando perciò inferiore all'altezza spirituale e alla qualità inventiva delle altre parti della Sonata.

Andrea Schenardi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Nessun dubbio che, nel frenetico lavoro di sperimentazione sulle sonorità e sulle forme pianistiche compiuto da Beethoven negli ultimi anni del secolo, la Sonata in do minore op.13 - composta nel 1798-99 e pubblicata da Eder nell'autunno 1799 - costituisca una vera pietra miliare; essa dischiude inedite e profonde prospettive alla ricerca dell'autore. Vi troviamo innanzitutto la prima manifestazione matura di quello che è un nuovo orientamento sulla concezione del genere della»Sonata; l'opera 13 è infatti in soli tre movimenti; ma, a differenza di altri precedenti esempi di Sonate tripartite - ovvero le prime due Sonate dell'opera 10 - in questo caso l'abolizione del Minuetto/Scherzo non avviene per ottenere un lavoro di dimensioni contenute, ma per donare una maggiore coerenza e coesione a un lavoro di vaste proporzioni. La Sonata tende dunque a qualificarsi sempre più come un tutto organico, ad acquisire un profilo personale e inconfondibile. Nel caso dell'opera 13 a definire questo profilo c'è anche un nomignolo, per una volta non apocrifo ma voluto dallo stesso autore: "Patetica", termine che allude alla categoria del pathos come tensione tragica, così come era stato descritto da Schiller in alcuni saggi del 1792-93. È appunto questa tensione tragica la protagonista della Sonata, manifestata nel movimento iniziale secondo differenti procedimenti; vi è innanzitutto una introduzione lenta, un Grave di undici battute caratterizzato dal timbro scuro del registro medio-grave della tastiera, dal ritmo giambico, ripreso da appassionate perorazioni in ottava; questa introduzione subisce una singolare vicissitudine strutturale; riappare cioè, in forma abbreviata, nel corso del movimento. L'Allegro di molto e con brio che succede senza soluzione di continuità rappresenta l'esplosione del conflitto già prefigurato (il tema iniziale infatti deriva da quello delll' introduzione); la contrapposizione fra temi, già peculiare di altre Sonate, acquista qui un preciso senso, quello del conflitto fra due opposti principi, descritti di Schindler - il fedele amico e confidente degli ultimi anni del maestro - come il principio che prega ("das bittende") e quello che contrasta ("das widerstre bende"); qui esposti peraltro in ordine inverso. Ma verso la tensione tragica convergono anche tutte le "tecniche" messe il campo dall'autore: il tremolo del basso nel primo tema, il brusco salto di registri della mano destra nel secondo tema e le continue modulazioni di questo, la contrapposizione serrata dei due temi nello sviluppo, la fulminea conclusioni dopo una ultima riapparizione del Grave iniziale.

Di fronte a tanta temperie, più dimessi appaiono gli altri due movimenti. L'Adagio cantabile è una pausa contemplativa, avviata da una tornita e serena frase melodica, con una plastica successione dei diversi periodi e una strumentazione finissima. Il Rondò torna all'ambientazione del primo movimento con una "corsa tragica" scandita dalle incalzanti riapparizioni del refrain; l'idea fissa del tema principale acquista dunque un carattere ineluttabile, secondo una prospettiva che Beethoven saprà poi magistralmente sviluppare in molti altri lavori cameristici e sinfonici.

Arrigo Quattrocchi

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Pubblicata nel 1799, e composta due anni prima a Vienna, l'op. 13 ricevette dallo stesso autore il titolo di «patetica». E' l'opera che schiude definitivamente il pianismo al «pathos», abbandonando i vecchi amori galanti ed il loro «jeu perlé». La «patetica» fece addirittura colpo sui contemporanei. Come ci addita, fra l'altro, la seguente testimonianza di Ignaz Moscheles, riportata nei suoi Ricordi: «Appresi dai miei compagni di corso che a Vienna era giunto un giovane compositore di nome Beethoven. Questi rendeva nella propria musica le più singolari esperienze della vita, tanto che nessuno era in grado di comprenderle o di suonarle: Una musica barocca, irriducibile entro le regole. Andai allora alla biblioteca pubblica per soddisfare la curiosità destata dall'eccentrico genio, e vi trovai la sonata 'patetica'... La novità del suo stile mi parve tanto cattivante, e fui preso da una tale ammirazione per essa, che non potei trattenermi dal parlare della nuova conquista al mio maestro. Questi mi mise in guardia dallo studio e dalla esecuzione di opere eccentriche prima che il mio stile si fosse rafforzato su solide basi. Non disdegnai il suo consiglio, ma non potei fare a meno di mettere sul leggìo le opere di Beethoven man mano che uscivano, e vi ho trovato un conforto ed una soddisfazione quale non mi è stata concessa da nessun altro compositore».

Il «grave» introduttivo, quasi in stile recitativo, cadenza nell'«allegro molto e con brio», dominato dai tremoli della sinistra, sui quali si leva il tema ascendente lungo due ottave. L'agogica serrata non si allenta neppure per il secondo tema, ed è interrotta soltanto da due ritorni del «grave» iniziale.

L'«adagio» in forma di «Lied» si affida alla effusione di una nobile melodia baritonale. Il «rondò» conclusivo riconduce all'irrequietezza affettiva del primo tempo.

Gioacchino Lanza Tomasi


(1) Testo tratto dal libretto del CD AM 089-2 allegato alla rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 22 Novembre 2004
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 4 maggio 1972

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Ultimo aggiornamento 21 giugno 2015
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