Glossario



Prélude a l'après-midi d'un faune, L 87

per orchestra ispirato da Stéphane Mallarmé

Musica: Claude Debussy
Organico: 3 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 arpe, crotali, archi
Composizione: 1891 - settembre 1894
Prima esecuzione: Parigi, Société Nationale de Musique, 22 dicembre 1894
Edizione: Fromont, Parigi, 1895
Dedica: Raymond Bonheur

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Già nel Prélude a l'après-midi d'un faune (1892-94), primo capolavoro sinfonico di Debussy (eseguito per la prima volta a Parigi il 22 dicembre 1894, direttore Gustave Doret), la novità e la libertà della concezione hanno suscitato analisi differenti sfuggendo a una convenzionale schematizzazione.

La fluida continuità senza cesure nette maschera l'articolazione del succedersi delle sezioni in una costruzione di carattere elusivo, non più interpretabile secondo schemi tramandati, eppure a essi in qualche misura riferibile. Fa parte della specìfica suggestione del Prélude (e del suo collocarsi in una posizione liminare) il coesistere, fondersi, intrecciarsi di reminiscenze (per lo più allusive, e non sempre nitidamente afferrabili) e del profilarsi di un pensiero musicale nuovo. Il cangiare del colore, il succedersi delle intuizioni armonico-timbriche assumono un peso formale decisivo, e le trasformazioni del suono tendono a fondare una logica nuova, che si sostituisce a quella della elaborazione tematica.

La melodia del flauto, all'inizio, si profila senza accompagnamento, sospesa, «così carica di voluttà da divenire angosciosa» (Jankélévitch), di incerta definizione tonale. Il «respiro nuovo» che Boulez sottolineò in questa frase è degno davvero della «sonora, vana e monotona linea» creata dal fauno di Mallarmé sul suo strumento: un arabesco che si libra struggente in un vuoto, in una totale assenza di certezze. Iniziando sempre con la stessa nota, che ogni volta fa parte di un'armonia diversa e assume nuovi colori, il flauto ripete la sua melodia in situazioni instabili e mutevoli, proponendone sottili varianti, che si collegano con logica intuitiva e a poco a poco si discostano dall'effetto di libera, indeterminata, sospesa improvvisazione suggerito dalle prime battute. Le idee che si presentano poi nel corso del pezzo si rivelano affini alla melodia iniziale e possono essere considerate sue derivazioni, dai profili sempre più precisi, fino al momento in cui, esattamente a metà del pezzo, viene presentata una lirica idea in re bemolle maggiore (non immemore forse del Notturno op. 27 n. 2 di Chopin) dal gesto intenso ed espansivo. La sezione centrale, preceduta da un primo «sviluppo», rappresenta nel Prélude il momento meno lontano da echi del passato, fra l'altro wagneriani, ed è caratterizzata dalla tensione di grandi archi melodici e da procedimenti armonici concatenati secondo una logica più familiare: poi si ha un nuovo «sviluppo» e una sorta di ripresa sensibilmente variata.

Essa sfocia in una coda che si spegne e dissolve con la massima delicatezza in un'atmosfera sospesa, come se la musica tornasse all'ombra e al silenzio misteriosamente, come ne era uscita: davvero nel Prélude Debussy appare idealmente più vicino a Mallarmé proprio dove trova gli accenti più inconfondibilmente personali.

Paolo Petazzi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il Prélude a l'après-midi d'un faune, brano ormai famosissimo e popolare, ispirato ad una poesia di Stephane Mallarmé immersa «dans la nostalgie e dans la lumière, avec finesse, avec malaise, avec richesse», fu composto da Debussy tra il 1892 e il 1894 e doveva formare il primo pezzo di un trittico (Preludio-Interludio-Parafrasi finale). Rimase solo il Prélude che venne presentato in prima esecuzione il 22 dicembre 1894 alla "Sociétè Nationale" di Parigi sotto la direzione di Gustave Doret: ottenne un successo immediato, tanto da essere replicato come bis. Non mancarono delle critiche a livello di professori di Conservatorio e uno di essi ebbe a pronunciare un giudizio rimasto storico. «C'est une sauce sans lièvre» (è una salsa senza lepre), disse, perché nel preludio debussiano non ci sarebbe un tema e uno sviluppo tematico, ma soltanto una indefinibile modulazione della frase melodica. Lo stesso Mallarmé, dopo un primo istante di sorpresa, apprezzò la pagina di Debussy, al quale inviò un esemplare del suo poema, corredato dal seguente commento: «Questa musica prolunga l'emozione del mio poema e ne fissa lo scenario più appassionatamente del colore».

Formalmente la composizione è semplice e lineare e si basa su due temi: il primo pungentemente sensuale, enunciato dal flauto solo, in base ad una idea straordinariamente originale del musicista, il secondo cantato dai legni e tonalmente più definito. Man mano si distende una voce più viva e infuocata che avvolge "les sommeils touffus" del fauno tra le dissolvenze danzanti delle procaci ninfe, Si allarga il respiro dell'orchestra sino a quando ritorna il tema del flauto, ancora più penetrante e incantevole, e alla fine due corni con sordina raccolgono i frammenti del primo motivo sul dolce accompagnamento delle arpe.

È un pezzo che ancora oggi conserva intatto il suo fascino e non occorrono molte parole per spiegare il suo profondo valore musicale. Boulez ne ha fatta un'analisi sintetica e precisa, che vale la pena di rileggere: «Il flauto del Faune instaura una respirazione nuova dell'arte musicale; l'arte dello sviluppo viene sconvolta ma non quanto il concetto stesso della forma, che liberato dalle costrizioni impersonali dello schema, dà libero corso ad una espressività sciolta e mobile, ed esige una tecnica di adeguamento perfetta e istantanea. L'impiego dei timbri appare essenzialmente nuovo, di una delicatezza e sicurezza di tocco eccezionali; l'impiego di certi strumenti, flauto, corno o arpa, riveste le caratteristiche principali della maniera che Debussy userà poi nelle sue opere ulteriori; la scrittura dei legni e degli ottoni di una leggerezza incomparabile, realizza un miracolo di dosaggio, di equilibrio e di trasparenza.

Questa partitura possiede un potenziale di giovinezza che sfida l'esaurimento o la caducità; e come la poesia moderna ha sicuramente le sue radici in certi poemi di Baudelaire, si può dire con fondatezza che la musica moderna si sveglia nell'Après-midi d'un faune».

Ennio Melchiorre


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 47 della rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 11 giugno 1989

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Ultimo aggiornamento 2 marzo 2012
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