Glossario



In the South (Alassio), op. 50

Ouverture da concerto per orchestra

Musica:
Edward Elgar
Organico: 3 flauti (3 anche ottavino), 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, grancassa, piatti, tamburo, triangolo, glockenspiel, 2 arpe, archi
Composizione: 4 gennaio - 21 febbraio 1904
Prima esecuzione: Londra, Covent Garden, 16 marzo 1904
Edizione: Novello & Co., Londra, 1904
Dedica: Leo F. Schuster

Guida all'ascolto (nota 1)

«L'Inghilterra riprende ora il suo posto antico, dopo un intervallo di due secoli, come nazione musicalmente produttiva. Sir Edward Elgar, il cui genio [...] ha raggiunto una tecnica rifinita con lo studio e col trarre buone occasioni dalla pratica, [...] crea musica che è tanto tipicamente inglese quanto è tipica una casa di campagna con scuderia nello Shropshire. Non pongo qui la questione se sia buona musica [...]. Per me il punto è che, se si ami o no, essa è l'espressione caratteristica di un certo tipo di educazione inglese, ed eccellente educazione quanto a questo. Prima che arrivasse Elgar, in Inghilterra non esisteva nulla del genere sul piano sinfonico. Bisognava andare indietro fino a Purcell».

L'alto elogio, arguto come al solito, è di G. B. Shaw convinto ammiratore di Elgar. In che senso la Englishness è un dato così esplicito nella musica di Elgar? Se una nazione ha caratteri propri e distintivi come li ha (o li ha avuti) l'inglese, diciamo l'alto stile sociale, la cura delle forme accanto al senso pratico, l'attenzione schietta ma ben controllata per le altre culture, l'umorismo, - se è così, nessun musicista inglese tra l'Otto e il Novecento esprime la Englishness come Elgar. È questo un riconoscimento che, diventato un luogo comune, non gli ha giovato. Ma Elgar ne era orgoglioso, a buon diritto: perché, per fare ora noi qualche esempio su aspetti che ci sono utili, lui venerava il sinfonismo tedesco, ne conosceva e praticava i procedimenti costruttivi, teneva alta la tradizione della musica corale e da oratorio e, infine, molto amava l'arte italiana e i soggiorni, anche prolungati, in Italia. Tutto da autentico gentiluomo inglese colto, sicuro del proprio patrimonio intellettuale e discreto. Perfino in qualche segnale minimo. Ho detto che la sua è musica "inglese", sì, ma che appartiene all'area del tardo romanticismo tedesco: tuttavia la particolarità di stile si riconosce anche da un dato minimo, da un'indicazione di espressione diventata famosa, nobilmente, che Elgar distribuisce nelle sue partiture, non per sollecitare l'enfasi ma, al contrario, per chiedere cura e ritegno. Ancora oggi la musica di Elgar è chiamata, con affettuoso rispetto, "the nobilmente music".

Di ciò sono prova i suoi lavori celebri, l'oratorio The Dream of Gerontius, le Variations on an Original Theme for Orchestra (le cosiddette Enigma Variations), capolavoro di sapienza costruttiva, di ritrattistica musicale, di severità e di umorismo, le irresistibili cinque marce intitolate Pomp and Circumstance (da sempre familiari a tutti, come una specie di sua "'tessera inglese di riconoscimento"), e infine il poema sinfonico In the South, composto in Italia, ad Alassio, nell'inverno 1903-04, che è un festoso omaggio all'Italia, più coerente e maturo di Aus Italien di Richard Strauss (musicista, sì, di statura incomparabilmente maggiore, come ben sapeva anche Elgar, suo ammiratore ed amico). Un festoso omaggio all'Italia, al calore della vita e della luce nel sud, al chiasso, e anche al grande passato storico dell'Italia. Paesaggio e storia sono, infatti, il contenuto ideale del poema, come si capisce dalle due citazioni da Tennyson («...un paese che fu il più forte nella sua antica potenza, ed è il più adorabile... ») e da Byron («... Gli uomini di Roma! Tu sei il giardino del mondo ...»), scritte da Elgar in capo alla partitura.

In the South si inizia con uno scattante slancio "straussiano" di tutta l'orchestra (mi bemolle maggiore), con uno dei temi entusiasti che corrono nella prima parte del poema. Questa agitata emozione si espande poi in un secondo motivo, nobilmente, di robusto pathos (oboi, arpa, archi). Quindi, nella profusione dell'invenzione tematica, nella variabilità dei colori sonori, ora smaglianti ora densi, e, detto in termini musicali, nella prontezza delle modulazioni anche a toni distanti (da do minore, a fa maggiore) percepiamo lo stupore dello sguardo («... le palme, gli aranci in fiore, gli olivi, il granturco, le vigne ...» nei versi di Tennyson), l'intensità delle esperienze psicologiche, il fervore dei pensieri, l'abbandono tranquillo, il raccoglimento.

E nel raccoglimento sorge il ricordo della grandezza imperiale di Roma. Elgar apparteneva all'alta cultura inglese per la quale la bellezza del paesaggio italiano era tutt'uno con l'idea dell'antichità classica. Sull'unione ideale di presente e di passato è costruita la maestosa celebrazione degli edifici e delle rovine antiche. Non è musica da Feste romane, sebbene neanche qui sia assente una traccia di buona retorica descrittiva.

La vigorosa elaborazione formale dell'episodio "classico" si dissolve nella quiete serena del presente. Una romantica melodia notturna, affidata alla viola (omaggio all'Harold en Italie di Berlioz), ripresa dai corni e poi ancora dalla viola, accompagna la meditazione fino al momento in cui la vitalità diurna, la luce del paesaggio, i suoni tornano a dominare. Lo sviluppo di tutti i temi della prima parte, Molto Allegro, conclude il poema.

Franco Serpa


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 16 marzo 2013

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Ultimo aggiornamento 25 maggio 2016
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