Glossario



Valse impromptu, S 213

Musica: Franz Liszt
Organico: pianoforte
Composizione: 1850 - 1852
Edizione: Haslinger, Vienna, 1852

Basato sul "Petite valse favorite" S 212

Guida all'ascolto (nota 1)

Se dovessimo rappresentare l'Ottocento europeo con una danza, non potremmo scegliere altro che il Valzer. Popolare d'origine (suoi antenati furono Ländler, Deutscher Tanz, Dreher, di origine tedesca e austriaca), il Valzer diventò, soprattutto dopo il Congresso di Vienna, il simbolo della nuova classe dominante, la borghesia. I nuovi protagonisti della scena economica e politica prendevano le distanze dal popolino da cui pure in origine provenivano ma tenevano a distinguersi anche dall'aristocrazia, con le sue rigide danze di corte; nel Valzer, che faceva volteggiare in cerchio i ballerini come nelle danze popolari ma per la prima volta univa la coppia in un abbraccio gentile, sensuale quel tanto da far sognare con eleganza dama e cavaliere, si poteva intravedere chiaramente quella nuova morale e quella nuova energia che erano il simbolo dei tempi nuovi. Lungo tutto il XIX secolo il Valzer percorse la sua inesorabile parabola, conquistando i saloni da ballo di tutta l'Europa e spopolando soprattutto in Francia e a Vienna; anche gli editori ne trassero cospicui guadagni, pubblicandone folte messi, a gruppi di tre o di cinque, per la gioia dei salotti urbani. Mano a mano che il successo si espandeva, tendevano a consolidarsi anche consuetudini nella forma: l'uso molto diffuso in Francia, ad esempio, di far seguire ad un primo Valse lente un secondo Valse sauteuse e un terzo Valse jetée, in un crescendo di ritmo e di eccitazione; oppure la codifica di una forma standard in cui si ritrovavano i temi espressi in una successione di gruppi di otto battute, in cui si alternavano tonica e dominante.

Non rinunciò a cimentarsi con il Valzer quasi nessuno dei grandi compositori, chi per curiosità, chi per gioco, chi per raffinato esperimento: Beethoven, Schubert, Hummel, Weber e ovviamente Chopin e gli Strauss, che portarono il genere all'eccellenza, senza contare gli innumerevoli esempi che si trovano nei melodrammi di Donizetti, Verdi, Gounod e tantissimi altri. Ciò che qui più ci interessa - e cominciamo ad incamminarci sulla strada del programma di questa sera - è però la trasformazione che questa forma ebbe nell'immaginario dei compositori più colti, parallelamente alla diffusione e fruizione potremmo dire "generalista" di questa danza. Il Valzer, in altri termini, cominciò a diventare una forma-simbolo, un genere con cui misurarsi per arrivare alle estreme conseguenze tecniche ed emotive, un canovaccio da cui partire per esplorare regioni sconosciute, insomma, come qualcuno ha già detto, "una danza per l'anima". È su questa strada che si mette Chopin e che si mette Liszt, scrivendo alcune pagine memorabili e particolarmente significative del suo sconfinato catalogo. Ha notato Leslie Howard, che al compositore ungherese ha dedicato moltissima parte del suo lavoro di musicologo e di interprete, che raramente ai Valzer di Liszt si dà lo statuto di corpus organico, eseguendoli ad esempio in uno stesso concerto uno di seguito all'altro o incidendoli tutti insieme, come si fa per quelli di Chopin. Certo la difficoltà tecnica di molte di queste pagine lascia perplessi anche i migliori interpreti sull'opportunità di un'esecuzione integrale nell'ambito di una sola serata; ma oltre al calcolo che pure un buon interprete compie per calibrare le proprie energie e la propria capacità di resistenza sulla scena, ci sarebbe secondo Howard dell'altro, ossia quel solito nefasto pregiudizio nei confronti dell'opera lisztiana, che fa considerare con troppa severità la qualità della sua scrittura e quindi etichettare negativamente con rigidità tanto la produzione flamboyant della giovinezza quanto quella più essenziale e sobria della maturità, tendendo ad estrapolare momenti di eccellenza anziché valutare l'organicità di tutta la produzione.

Il Valzer in Liszt segna invece alcuni momenti importanti e si connota come significativo banco di prova in momenti di notevole evoluzione artistica. Epurati dalla miriade di errori con cui sono stati stampati sin dall'inizio, alcuni dei quali dovuti alla disinvoltura con cui gli allievi rimaneggiarono i manoscritti del maestro e altri al misconoscimento di alcune arditezze armoniche che invece aggiungevano valore visionario alla scrittura lisztiana, i Valzer meritano di essere considerati, studiati e ascoltati come uno straordinario percorso che inizia dalle opere scorrevoli e salottiere della giovinezza per approdare allo sperimentalismo degli anni della maturità.

Fu dato alle stampe all'inizio degli anni Cinquanta la Valse-impromptu, terza versione rielaborata di brani precedenti (S. 212 e S. 212a dal titolo Souvenir de St. Petersbourg); il brano appartiene però agli anni del concertismo giovanile, quando Liszt mandava in visibilio le platee di tutta l'Europa con il suo innegabile fascino di virtuoso. E di quel periodo questo Valzer ha tutta la piacevolezza e leggerezza: la breve introduzione, un po' cupa ed esitante, serve a dare ancor più risalto all'allegra bonomia del tema principale, espresso attraverso le classiche 8+8 battute. La sezione successiva, contrassegnata con l'indicazione espressivo, ha invece un tema più languido e ondeggiante il cui materiale viene poi utilizzato per una sezione di collegamento che riporta al primo tema, espresso nella stessa tonalità. C'è ancora il tempo per ascoltare il secondo tema che, dopo una prima riesposizione, viene lasciato modulare verso altri lidi tonali, per giungere alla conclusione.

Daniela Gangale


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 11 marzo 2011

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Ultimo aggiornamento 15 gennaio 2015
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