Glossario
Libretto dell'opera



Matrimonio al convento, op. 86

Opera lirico-comica in quattro atti

Musica:
Sergej Prokofiev
Libretto: M. Mendel'son, da "The Duenna" di R. B. Sheridan

Personaggi:

Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, woodblock, tamburello, tamburo, maracas, piatti, grancassa, tam-tam, arpa, archi
Composizione: 1940 - 1943
Prima rappresentazione: Leningrado, Teatro Accademico Nazionale d'Opera e Balletto, 3 novembre 1946
Edizione: Muzfond, Mosca, 1944

Sinossi

L'azione si svolge a Siviglia nel XVIII secolo durante i giorni del Carnevale.

Atto primo
Il nobile gentiluomo Don Gerolamo ed il ricco mercante di pesce Mendoza chiacchierano davanti alla casa del primo, compiacendosi di un accordo appena stipulato che li lega nel commercio e che ha come fulcro la promessa da parte di Don Gerolamo di far sposare a Mendoza la sua bella figlia, Luisa. Mentre i due entrano in casa, sopraggiungono Ferdinando, figlio di Don Gerolamo, invaghito della nobile Clara D'Almanza, e Antonio, un giovane innamorato di Luisa, ma di condizione sociale e ricchezza non adeguate. Ferdinando teme che Antonio sia un rivale per raggiungere Clara, ma invece Antonio inizia a fare una serenata a Luisa. Questa lo sente e gli risponde dichiarandogli il suo amore. Nel frattempo alcune maschere s'intrufolano nella scena ballando, cantando e prendendo in giro Don Gerolamo, il quale esce di casa cacciandole dalla piazza.

Atto secondo
Luisa, in camera sua, parla con la vecchia governante della situazione in cui il padre l'ha messa; deve sposare il brutto e vecchio Mendoza e rinunciare ad Antonio. La governante architetta quindi uno stratagemma per far si che Luisa riesca ad uscire di casa, incontrare Antonio e sposarsi senza che il padre possa impedirglielo. Si farà cacciare di casa da Don Gerolamo per aver portato a Luisa un biglietto amoroso di Antonio, ed allora scambiandosi vestiti ed identità con la giovane, lei sarebbe rimasta in casa, mentre Luisa sarebbe andata a raggiungere il suo innamorato. Prima di mettere in atto il piano Luisa ed il fratello Ferdinando cercano ancora una volta di far recedere il padre dal suo progetto, ma dinanzi ad un secco rifiuto, entra in gioco la governante, e tutto procede come dovuto.

L'azione si sposta al mercato del pesce dove sono Mendoza ed un suo amico aristocratico, Don Carlo. Li capitano anche Luisa, travestita da governante, e Clara; la prima in cerca di Antonio, mentre la seconda, anch'essa fuggita di casa, non vuole più vedere Ferdinando. Questi, infatti, era entrato nottetempo e con una chiave falsa nella casa dell'innamorata, ma la fanciulla dopo una gioia iniziale, aveva sentito il rimorso per quell'incontro clandestino, si riteneva offesa da Ferdinando e aveva deciso di abbandonare il suo amato per richiudersi in convento, ma, in fondo, con la speranza che Ferdinando la seguisse. Luisa architetta allora un altro piano per risolvere l'intricata situazione in cui tutte e due si trovano, e cambia ancora una volta vestiti e identità, assumendo quella di Clara. Sotto queste nuove spoglie avvicina Mendoza, giocando sul fatto che il mercante non la conosce direttamente, e gli chiede se può rintracciarle Antonio. Pur non capendo bene la situazione, Mendoza fa quello che la finta Clara gli chiede e lascia il mercato mentre Don Carlo accompagna Luisa a casa del mercante in attesa di incontrare Antonio.

Mendoza è impaziente di conoscere la sua promessa sposa, e va a casa di Don Gerolamo. Ovviamente Luisa non c'è più, e al posto della giovane il mercante incontra la governante travestita. All'inizio rimane interdetto perché le mirabolanti descrizioni della bellezza e della grazia della giovane fattegli da Don Gerolamo non corrispondono assolutamente al vero, ma poi la governante lo affascina con malie e complimenti, e Mendoza pensa che in fondo quella donna può andargli bene. Il problema adesso è come può la governante, nei panni di Luisa, uscire di casa senza che Don Gerolamo la veda e scopra l'inganno. Un rapimento, ecco la trovata! La governante dice a Mendoza che deve venire di notte a rapirla, e l'idea romantica piace molto all'ambizioso mercante. Tutto è dunque a posto, e l'Atto si chiude con un gioioso brindisi tra Don Gerolamo e Mendoza, i quali credono che le cose procedano per il verso giusto, mentre in realtà sono stati entrambi messi nel sacco.

Atto terzo
Mendoza torna a casa sua insieme ad Antonio, il quale non capisce il motivo per cui Clara lo vuol vedere. Riconosce Luisa travestita e viene messo al corrente di tutto l'inganno, mentre il vecchio mercante e Don Carlo li spiano senza però riuscire a capire quello che i due si dicono. La scena cambia e l'azione ritorna in casa di Don Gerolamo mentre questi sta suonando con un amico e un servitore un improbabile minuetto. Durante il concertino prima arriva Don Carlo con un biglietto da parte di Mendoza che lo informa del rapimento di Luisa (in realtà della governante), notizia alla quale non bada più di tanto perché tutto filava secondo progetto, e poi un ragazzo con una lettera di Luisa che chiede il consenso al padre per il suo matrimonio, ovviamente con Antonio, il quale però non viene nominato esplicitamente. Don Gerolamo non riesce a raccapezzarsi fra le due missive, ma poi decide che le donne sono strane creature, ordina al domestico di organizzare un banchetto per festeggiare quella sera stessa il matrimonio della figlia con Mendoza, e poi torna a suonare tranquillo.

Ancora un cambio di scena. Siamo nel convento dove la vera Clara si è rifugiata, e dove, non avendo più alcuna speranza di un futuro d'amore con Ferdinando, ha già indossato l'abito di novizia. Sopraggiungono quindi Luisa e Antonio ormai riuniti ed in procinto di sposarsi, seguiti dappresso da Ferdinando alla ricerca disperata di Clara. Ecco che però tutti questi travestimenti provocano un'altra vittima, ed il povero Ferdinando parla con Clara vestita da suora senza riconoscerla, e pensa che Antonio lo abbia tradito perché lo crede in compagnia di Clara, mentre quella che lui vede da lontano è soltanto Luisa travestita.
 
Atto quarto
Nel monastero quattro frati, Agostino, Benedettino, Chartreuse ed Elixir, fanno baldoria con i loro confratelli inneggiando al vino e bevendo alla salute delle monache del convento. Le loro libagioni sono però interrotte dall'arrivo di Antonio e Mendoza che cercano un prete disposto a celebrare le nozze con le loro innamorate; sulle prime i frati non accettano, ma dinanzi ad una "offerta" in denaro, non sanno dire di no. Nel frattempo Ferdinando raggiunge Antonio, e prima ancora che questo gli spieghi tutto, lo sfida a duello; solo l'intervento di Clara, che si fa riconoscere, riesce a risolvere la situazione, e dopo Mendoza, anche Antonio, Luisa, Ferdinando e Clara si sposano nel convento. Terminate le nozze tutti vanno a casa di Don Gerolamo, per primi Mendoza e la falsa Luisa, seguiti dalle due coppie di giovani. I travestimenti vengono finalmente abbandonati e ognuno riprende la propria identità. Mendoza scopre l'inganno e lascia la casa maledicendo tutti ed inseguito dalla governante divenuta sua moglie. Don Gerolamo fa i conti fra quanto ha perso con il matrimonio sfumato tra Luisa e Mendoza, e quanto invece ha guadagnato con quello tra Ferdinando e Clara; si ritiene soddisfatto, e dà la sua benedizione agli sposi. Gli invitati applaudono, si canta, si beve e si loda l'amore, e nella gioia del brindisi finale, ha termine la vicenda.

Guida all'ascolto (nota 1)

Agli anni immediatamente successivi al ritorno di Prokof'ev in Unione Sovietica nel 1932, dopo la lunga parentesi di vita e lavoro all'estero iniziata nel 1918, è legata l'ideazione e la realizzazione dell'opera comica Matrimonio al convento. Questa fu infatti iniziata nel 1940 e terminata nel 1943, ma le vicende drammatiche della Seconda Guerra Mondiale fecero slittare la sua prima rappresentazione al 1946, anno in cui venne messa in scena al Teatro Kirov di Leningrado. Matrimonio al convento seguì a ruota la prima opera del periodo sovietico di Prokof'ev, Semèn Kotko op. 81 del 1939, un melodramma patriottico tratto dal romanzo di Valentin Kataev, Io, figlio del popolo lavoratore, che aveva posto il compositore in una situazione difficile, in quanto il suo lavoro era piaciuto a chi in esso vedeva gli echi di un'espressività rivoluzionaria preformalista, ma al contempo aveva attirato le critiche di chi, dopo l'anatema di Zdanov del 1936 contro la caotica musica occidentalizzante e borghese degli anni Venti, si era appiattito su di uno stile di regime accademico e lontano da qualsiasi "pericolosa" alzata di testa. Fatto sta, che Semèn Kotko sparì repentinamente dalla scena dei teatri sovietici.

Non che l'opera fosse un capolavoro assoluto, specialmente se guardiamo a quanto già fatto da Prokof'ev negli anni precedenti, e cioè L'amore delle tre melarance del 1919, e L'angelo di fuoco del 1927, però la cosa dispiacque al musicista, e lo disorientò per quanto riguarda il filone poetico a cui rivolgersi per una nuova creazione. Attenersi agli ordini del partito non gli era artisticamente possibile, ma non era neanche possibile rischiare troppo; occorreva quindi trovare una via d'uscita. Il compositore Nikolaj Mjaskovskij gli suggerì di dedicarsi ad un soggetto shakespeariano, ma ecco apparire all'orizzonte una divertente quanto "innocua" commedia dell'irlandese naturalizzato inglese Richard Brinsley Sheridan (Dublino 1751 - Londra 1816) intitolata The Duenna. Prokof'ev si attribuì il merito della scoperta, anche se la sua seconda moglie, Mira Mendelssohn, ricorda invece di essere stata lei a segnalare la commedia al marito. La riduzione del libretto fu comunque fatta a quattro mani dai due coniugi che in poco tempo realizzarono il libretto da musicare mantenendo il tono burlesco e ironico proprio dell'originale, e suddividendo le scene in serenate, arie, duetti ecc. per rivisitare lo stile operistico settecentesco.

Il titolo dato all'opera fu Matrimonio al convento, e questa riscosse grandi consensi sia di pubblico che di critica, dando finalmente a Prokof'ev quel successo che il compositore non aveva ancora ottenuto in patria.

La buona riuscita dell'opera è senza dubbio dovuta alla qualità della commedia da cui è tratto il libretto; inoltre, cercando un poco nelle pieghe del testo originale e nella vita del suo autore, si possono scoprire alcune notizie interessanti.

Per esempio, The Duenna non era una vera e propria commedia, quanto uno spettacolo che univa tra loro canto, danza e recitazione nello stile di The Beggaer's Opera di John Gay. Se infatti sfogliamo il testo di Sheridan, troviamo vere e proprie canzoni e duetti già pensati dallo scrittore per essere musicati, e questo senz'altro incuriosì Prokof'ev alla ricerca di una commedia sui cui lavorare per una nuova opera. O ancora, è curioso il fatto che l'autore delle musiche originali per lo spettacolo di Sheridan, andato in scena con grande successo il 21 novembre 1775 al Covent Garden di Londra, fosse il giovane Thomas Linley, cognato dello scrittore, e reduce da studi musicali in Italia dove nel 1770 aveva incontrato Wolfgang Amadeus Mozart nel suo primo viaggio italiano nel corso di una serata in cui ebbe la fortuna di suonare insieme al genio salisburghese. Se poi passiamo alla vita di Sheridan, è facile vedere come la vicenda narrata in Duenna, e quindi in Matrimonio al convento, sia ispirata a quanto realmente successo all'autore, e cioè il rapimento della sua innamorata, Elizabeth Linley, perché destinata ad un altro, la fuga in un convento, ed alla fine il matrimonio segreto. Inoltre il titolo inglese non è altro che la traslitterazione del termine francese duègne, vecchia governante, forse proprio perché fuga e matrimonio di Sheridan e consorte avvennero in Francia.

Data la qualità della commedia di Sheridan, è interessante notare quale sia stato il lavoro fatto da Prokof'ev in sede di trasformazione della vicenda per capire cosa è rimasto dell'originale, e cosa invece sia stato cambiato. In poche parole la vicenda della commedia di Sheridan racconta di due coppie di innamorati, Antonio/Luisa - Ferdinando/Clara, delle loro traversie per sposarsi, fatte di fughe e di travestimenti, del loro matrimonio in un convento celebrato da frati crapuloni, del fallito tentativo del padre di Luisa di far sposare la figlia ad un ricco ebreo, e dell'inganno che la governante di Luisa tira a quest'ultimo facendosi sposare al posto della sua padrona. Il tutto si svolge a Siviglia nel 1600 durante il Carnevale, e quindi condito da balli, maschere e con l'happy end della benedizione finale paterna.

Prokof'ev, come poi si leggerà più avanti con maggior ampiezza di dettagli nell'argomento, riprende l'intelaiatura originale con poche modifiche; queste sono sostanzialmente quattro: 1) la commedia di Sheridan si apre con un I Atto dall'andamento globalmente sentimentale (serenate degli amanti), mentre Prokof'ev decide di iniziare con una scena a due tra Don Gerolamo, il padre di Luisa, e Mendoza, il mercante a cui ha promesso la figlia, puntando a dare immediatamente una valenza comica alla vicenda attraverso la caratterizzazione grottesca dei due personaggi. 2) Il ricco e vecchio pretendente di Luisa in Sheridan è l'ebreo Isaac Mendoza, e più di una volta l'autore non risparmia sarcasmo e attacchi antisemiti al suo personaggio; Prokof'ev, invece, mantiene solo il cognome portoghese di Mendoza nel suo libretto e lo fa diventare un mercante di pesce, una di quelle figure tipiche delle commedie settecentesche di vecchio ricco ed avido preso in giro e gabbato in quanto vuole sposare una giovane bella e ricca per fare un affare acquisendo la sua dote. 3) Terza variante è la gustosissima scenetta con cui il compositore apre il III Atto, quella cioè in cui Don Gerolamo con un amico ed un domestico suonano un grottesco minuetto, brano che poi diviene una sorta di Leitmotiv della figura del padre di Luisa nel resto del melodramma. 4) Per concludere, bisogna osservare che il testo di Sheridan è suddiviso in tre atti, mentre quello di Prokof ev in quattro atti; la scelta non è casuale, in quanto l'ultimo atto nasce per dare particolare risalto alle figure dei frati ubriaconi a cui gli innamorati si rivolgono per celebrare le loro nozze segrete, dando così spazio a situazioni musicali comiche tipiche del gusto operistico russo.

Si è prima detto di come la scelta del soggetto sia stata anche dovuta a motivi politico-artistici contingenti, però bisogna anche notare come il lavoro di Prokof'ev s'inserisca all'interno di un percorso più ampio di rivisitazione delle forme musicali del passato, specialmente del XVIII secolo, in cui si annoverano, tra gli altri, Pulcinella (1921), The Rake's Progress (1951) di Igor Stravinsky, Amelia al ballo (1937) di Gian Carlo Menotti, e Les Mamelles de Tirésias (1944) di Francis Poulenc. Le forme chiuse tipiche del gusto operistico settecentesco vengono riprese da Prokof'ev, ma arie, duetti, trii e quartetti non sono legati tra loro da recitativi più o meno secchi o accompagnati, bensì da un declamato estremamente fluido e teatrale, figlio di una tradizione russa che non bisogna trascurare nell'ascoltare questa opera.

È indubbiamente intenzione del compositore ripercorrere alcuni dei momenti particolari della tradizione operistica russa tanto in Semèn Kotko quanto in Matrimonio al convento. Nel primo, per esempio, abbiamo la scelta di un soggetto legato alla storia nazionale nel suo versante popolare, e subito viene in mente il lontano antenato Ivan Susanin, protagonista di Una vita per lo zar (1836) di Mikhail Glinka, il musicista considerato il padre della musica nazionale russa. Nel secondo appaiono come tratti tipici del gusto russo tanto l'ambientazione "esotica" spagnola, per esempio già usata ancora da Glinka in brani come Jota aragonesa (1845) o Souvenir d'une nuit d'été a Madrid (1851), l'uso di melodie dal sapore popolare che qua e là s'insinuano nel tessuto musicale colto dell'opera, o ancora le scene comiche al limite del grottesco di alcuni personaggi come i frati Agostino, Chartreuse ed Elixir in cui riprendono vita le buffonerie popolari, per esempio, dei melodrammi Knyatz Igor di Aleksandr Borodin o della Chovanscina di Modest Musorgskij. Inoltre è interessante notare come il declamato melodico usato da Prokof'ev provenga direttamente dagli esperimenti compiuti nel XIX secolo da Aleksandr Dargomyzskij nell'opera Il convitato di pietra, e da Musorgskij ne Il matrimonio, nonché da Cajkovskij neìl'Evgenij Onegin, tutti lavori in cui gli autori hanno tentato di superare i limiti musicali ed espressivi posti dal recitativo tradizionale, attraverso uno studio delle caratteristiche melodiche proprie della lingua russa; anche questo un segno della "russicità" del lavoro di Prokof'ev impegnato a creare un prodotto musicale popolare inteso sì come "non borghese", ma che non fosse neanche del folklorismo tout-court di regime.


Matrimonio al convento si apre con una breve introduzione in cui Prokof'ev coniuga unite tra loro le varie caratteristiche linguistiche dell'opera: melodicità, dinamismo, umorismo. La città di Siviglia immersa nel carnevale fa quindi da sfondo a tutta la vicenda, e in essa, vuoi nelle piazze colorate, nelle sue case o nei romantici monasteri, i personaggi si muovono al suono spesso grottesco di fiati e ottoni. Il compositore mette subito in scena un pezzo forte, il dialogo tra Don Gerolamo (tenore) e Mendoza (basso) rapiti nel calcolo di futuri guadagni. Tutto passa in secondo piano dinanzi al delirio dei due che macinano la vita degli altri sotto la ruota dell'interesse economico, e Prokof'ev non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di ridicolizzare questo furore umano. Da controcanto musicale a questa prima scena funge la sobria serenata del giovane innamorato, Antonio, nonché gli scanzonati balli delle maschere che con sarcasmo s'infilano nelle vicende dei protagonisti della storia chiudendo il I Atto fra le ombre della notte, mentre la città si addormenta.

Nel II Atto è un altro dialogo ad aprire la scena. Luisa (soprano) e la sua governante (contralto) riflettono su quanto Don Gerolamo aveva predisposto, dolendosi la prima, architettando inganni la seconda; pezzo forte di questo secondo Quadro sono però la seconda e terza scena, in cui s'intrecciano le parti di Luisa, Don Gerolamo e dell'altro suo figlio Ferdinando (baritono) in un succedersi d'incisi e frasi spezzate, di rincorse musicali dove il grottesco ed il drammatico sono due categorie dell'animo umano senza soluzione di continuità. Allo stesso modo è notevole il monologo di Don Gerolamo nella quinta scena, lì dove, sfruttando un topos della commedia, si lamenta del dover educare una figlia ribelle. Cambia il Quadro, ed ecco il coro introdurci nella piazza del mercato del pesce: il regno di Mendoza. Il gioco degli inganni si recita fra i banchi su cui guizzano trote e merluzzi, e dove il tronfio mercante canta accompagnato dall'oboe su di una base di fagotti saltellanti. La parentesi lirica di Luisa e Clara dà spazio agli archi, e Prokof'ev ha modo così di sfruttare tutti i colori dell'ampia orchestra che ha inventato per quest'opera.

Ricco di trovate è il quarto Quadro, quello in cui Mendoza va a casa di Don Gerolamo per incontrare la sua futura sposa, ed in cui viene perpetrato l'inganno dalla governante. L'introduzione dei violini ci sospende in una Spagna russificata, e il dialogo a tre fra il padrone di casa, il suo futuro genero e la domestica, Lauretta, è reso esilarante dalla rapidità con cui si susseguono tra loro sussurri, ammiccamenti e mezze parole. Allo stesso modo Prokof'ev restituisce musicalmente il gioco degli equivoci che in scena giocano tra loro il vecchio Mendoza e la governante, il primo ritenendo di parlare a Luisa, la seconda tutta intenta a interpretare la sua parte truffaldina. Anche qui gli strumenti si rincorrono fra loro inseguendo ogni sfumatura del discorso e della psicologia dei personaggi, ma comunque sempre in un dosaggio sobrio, che non supera mai le voci, e che rende leggero il procedere della scena. Un brindisi chiude l'Atto, un brindisi reso grottesco dalla marcetta che la tromba fa risuonare sullo sfondo. Uno dei vari brindisi della vicenda; il IV Atto si apre infatti con il blasfemo inno al vino cantato dai frati ubriaconi, così come un altro brindisi, questa volta gioioso, chiuderà l'intera opera.

Il III Atto è musicalmente complesso, e questo in quanto la vicenda stessa è complicata da cambi di scena e di personaggi. Per esempio, un punto interessante è la seconda scena del quinto Quadro, quando cioè Mendoza ed il suo amico Don Carlo spiano dal buco della serratura Antonio e Luisa che parlano tra loro. Prokof'ev infatti sceglie di non far parlare in musica i due amanti, ed il loro dialogo è simboleggiato da una melodia romantica di sottofondo, mentre mette in musica il discorso ipocrita dei due spioni. Cambia Quadro, il sesto, ed eccoci un'altra volta in casa di Don Gerolamo. Il compositore ci stupisce ancora con una trovata da maestro, ed inventa un concertino "buffonissimo" da music-hall in cui Don Gerolamo si avventura in funambolismi virtuosistici al clarinetto, mentre, già ce lo immaginiamo, un servo bislacco batte forte sulla grancassa, e un panciuto amico del nobiluomo si agita dinanzi al leggio soffiando nella sua trombetta e pestando il piede in terra per seguire il tempo. Prokof'ev rispolvera il suo gusto sarcastico in questa scenetta, ricordandosi, perché no, anche di quanto il suo connazionale Stravinsky aveva scritto per esempio in Renard, e ne L'histoire du soldat, dando vita ad una scenetta comica estremamente raffinata.

Sempre nel III Atto, il settimo Quadro ci porta nel convento in cui Clara, l'innamorata di Ferdinando, si è rinchiusa per dimenticare la vita terrena. Cambia l'atmosfera; le nebbie del silenzio e della meditazione avvolgono la scena dalla quale emerge il canto sconsolato di Clara, a cui poi si aggiungerà quello invece felice di Luisa e del suo innamorato Antonio, ormai in procinto di unirsi in matrimonio. Ferdinando raggiunge il convento, ma per lui e Clara il lieto fine non è ancora arrivato. Questo Quadro è sicuramente il più "romantico" dell'intera opera. Il luogo, le vicende amorose delle due coppie sono vicine, cantano tutti e quattro gli innamorati toccando sia le corde della felicità che quelle del dolore, dando modo a Prokof'ev di raggiungere, a differenza degli altri quadri molto cameristici, un uso sonoristicamente ampio e sinfonico dell'orchestra.

Il IV Atto ci porta nel monastero dove padre Agostino, i frati Benedettino, Elixir e Chartreuse insieme ai loro confratelli sono dediti al culto del vino. L'atmosfera '"barbara" che il musicista russo crea per descrivere l'ottavo Quadro, al limite fra il comico ed il sacrilego, ci riporta alla mente alcune soluzioni adottate dal compositore per un'altra sua grande creazione del suo primo periodo sovietico, le musiche per il film di Sergej Ejzenstejn, Aleksandr Nevskij del 1938. Effetto caratteristico della scena è il ritornello ostinato e "vertiginoso" di frate Elixir che si inebria nella sua danza pagana, ed a cui Prokof'ev aggiunge, in modo rafforzativo, un inno sacro dal sapore gregoriano che deve dare ad Antonio e Mendoza, capitati nel convento per cercare un prete che li sposasse alle loro innamorate, il senso di sacralità penitente del luogo mascherando i riti orgiastici. Il Quadro procede mantenendo l'ascoltatore nel pathos creato da un insieme di situazioni: il grottesco dei frati, la comicità dell'inganno che si sta perpretando ai danni di Mendoza in procinto di sposare la governante travestita da Luisa, l'amore appagato nell'unione di Antonio e Luisa, e quello conflittuale tra Ferdinando e Clara, la lussuria di Padre Agostino interessato ai denari degli innamorati, la violenza della vendetta che Ferdinando vuole compiere credendo Antonio un traditore. Prokof'ev padroneggia questo cocktail di emozioni e passioni, e la musica si adatta continuamente al succedersi degli avvenimenti per interpretarne le situazioni.

Si apre quindi il nono ed ultimo Quadro. Conclusi i rocamboleschi giochi in convento, tutte e tre le coppie vanno a casa di Don Gerolamo dove, nel frattempo, questi aveva allestito un grande ricevimento per festeggiare il matrimonio della figlia con Mendoza. Prokof'ev dedica questa parte a Don Gerolamo, ed apre il Quadro riprendendo il tema della sua aria nella quinta scena del secondo Quadro; poco più avanti riecheggia anche lo sgangherato minuetto con cui si era aperto il III Atto in casa del nobile spagnolo, tema che appare e scompare come sottofondo nella scena del ricevimento. Nel frattempo gli inganni si svelano. Mendoza scopre il tiro che la governante gli ha giocato, così come Don Gerolamo si trova dinanzi al fatto compiuto di aver perso il suo denaro e di aver sposati in un giorno solo tutti e due i suoi figli. La velocità dell'intreccio non permette qui l'inserimento di arie, ed il compositore snoda le prime quattro scene su di un alternarsi di recitativi e dialoghi, riservandosi per la scena finale un grande quintetto accompagnato dal coro in cui la vicenda trova la sua felice conclusione in un rinsavimento di Don Gerolamo che perdona i figli, mentre gli invitati alla festa lodano la sua liberalità e la bontà del suo cherry. Un finale di buonumore che ben chiude questa divertente commedia degli intrighi.

Giancarlo Moretti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 5 ottobre 1996

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Ultimo aggiornamento: 8 settembre 2013
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