Glossario



Con­certo per quartetto d’archi e orchestra

dal Concerto grosso op. VI n. 7 di Georg Friedrich Händel

Musica:
Arnold Schönberg
  1. Largo
  2. Allegro
  3. Largo
  4. Allegretto grazioso
  5. Hornpipe: moderato
Organico: 2 violini, viola, violoncello solisti, orchestra
Composizione: aprile - 16 settembre 1933
Prima esecuzione: Praga, Tschechoslowakischer Rundfunk, 26 settembre 1934
Edizione: G. Schirmer, New York, 1968

Guida all'ascolto (nota 1)

Per cercare di capire il significato e il valore del Concerto per quartetto d'archi e orchestra (Concerto for string quartet and orchestra), che è una libera trascrizione del Concerto grosso op. 6 n. 7 di Haendel, è opportuno richiamarsi ad alcuni concetti espressi da Schoenberg nel suo libro «Elementi di composizione musicale», scritto tra il 1937 e il 1948 e tradotto anche in italiano. In tale manuale di teoria e pratica musicale che Schoenberg aveva programmato essenzialmente come frutto del suo insegnamento negli Stati Uniti, viene esaminata in modo approfondito e circostanziato la tecnica compositiva, secondo un'analisi delle varie parti del discorso musicale. Il padre della dodecafonia, particolarmente interessato allo studio di opere e autori del passato, come, ad esempio, i corali di Bach e i quartetti di Brahms, esamina in questo suo manuale gli elementi essenziali dell'espressione musicale e dice, tra l'altro, che «la più piccola unità strutturale della musica è la proposizione, una specie di molecola musicale formata da alcuni fattori musicali compiuti, dotata di una certa compiutezza e adatta a combinarsi con altre unità similari». E ancora: «Il ritmo ha importanza particolare nel plasmare la proposizione; esso contribuisce all'interesse e alla varietà, stabilisce il carattere ed è spesso fattore determinante per stabilire l'unità della proposizione. La fine della proposizione di solito è ritmicamente differenziata in modo da chiarire l'interpunzione del discorso musicale». A proposito della variazione egli sostiene che essa «significa mutamento. Ma il mutare ogni elemento produce qualcosa di estraneo, di incoerente e illogico, distrugge i lineamenti originari del motivo. Quindi la variazione esigerà che si mutino alcuni dei fattori meno importanti e che se ne conservino alcuni dei più importanti. La conservazione di elementi ritmici determina in effetti la coerenza (anche se la monotonia non può essere evitata senza lievi mutamenti). Del resto è possibile stabilire quali sono gli elementi solo in rapporto al fine compositivo: con mutamenti radicali è possibile produrre una varietà dì forme-motivo adatte a ogni funzione formale».

Ora Schoenberg proprio in questa trascrizione del Concerto grosso di Haendel tiene conto essenzialmente dei motivi ritmici dell'originale, in quanto elementi caratterizzanti dell'invenzione dell'autore. Naturalmente egli li rielabora e li sviluppa contrappuntisticamente secondo una concezione più moderna e utilizzando un'orchestra più ricca timbricamente (sono presenti anche il trombone, il pianoforte, l'arpa e la percussione), in contrapposizione al quartetto d'archi solista. Del discorso haendeliano egli utilizza gli incipit di ogni movimento, ampliandoli in una struttura strumentalmente più variegata e articolata, così da raggiungere risultati sonori più densi e corposi, senza tradire il pensiero del musicista di Halle. Il lavoro di Schoenberg, scritto nel 1933 in terra americana, dove l'artista si rifugiò dopo l'avvento di Hitler in Germania, si articola in cinque movimenti, così come il Concerto grosso op. 6 n. 7 di Haendel, che risale al 1740 ed è costruito nella tipica forma in auge nel periodo del Barocco. Dopo il Largo iniziale, solenne e maestoso, subentra l'Allegro spiccatamente vivace nel gioco delle note ribattute: in questo caso il tema è affidato ai legni, a differenza del corrispettivo tempo haendeliano, e il discorso assume toni anche virtuosistici, specie nella cadenza del quartetto d'archi. Un'atmosfera più intima e raccolta, quasi da sarabanda, si avverte nel secondo Largo, dove il discorso polifonico si infittisce sino a spegnersi tra evanescenti e delicate armonie. Il quarto e l'ultimo movimento sono di proporzioni più vaste, rispetto ai precedenti. L'uso della variazione in senso ritmico, insieme agli artifici contrappuntistici, caratterizza l'Allegro grazioso, mentre l'Hornpipe, dal nome della cornamusa, si svolge come un tipo di danza brillante e spigliata, dall'andamento festosamente estroverso e punteggiato da una varietà di accenti ritmici.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 16 gennaio 1983

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Ultimo aggiornamento 20 novembre 2014
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