Glossario
Libretto dell'opera



Le rossignol

Fiaba musicale in tre atti

Musica:
Igor Stravinskij
Libretto: proprio e Stepan Mitusov, da Hans Christian Andersen

Personaggi:

Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 3 clarinetti (3 anche clarinetto basso), 3 fagotti (3 anche controfagotto), 4 corni, 4 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, piatti, triangolo, tamburo militare, grancassa, 2 campanelli, tamburello basco, tam-tam, 2 arpe, celesta, pianoforte, chitarra, mandolino, archi
Composizione: 1908 - 1914 (revisione 1962)
Prima rappresentazione: Parigi, Théâtre de l'Opéra, 26 maggio 1914
Edizione: Édition Russe de Musique, Parigi, 1923

Sinossi

Atto primo.

Sul margine di un bosco in riva al mare, un pescatore (rappresentato sulla scena da un mimo mentre il cantante si trova in orchestra) aspetta l’alba, ricordando il canto dell’usignolo che alleviava i suoi affanni. All’improvviso si ode la voce meravigliosa dell’usignolo (anch’essa proveniente dall’orchestra). Nella radura arrivano i cortigiani dell’Imperatore della Cina, guidati da una giovane cuoca che conosce il luogo dove risuona l’incantevole voce dell’uccello. Gli ottusi dignitari scambiano il canto dell’usignolo prima col muggito di una mucca poi col gracidare delle rane, finché la cuoca non indica loro il piccolo animale a lungo cercato. Il ciambellano invita l’usignolo a palazzo, affinché allieti le orecchie dell’Imperatore.

Atto secondo.

La corte è in subbuglio per preparare la grande festa (coro ‘delle correnti d’aria’). L’imperatore fa il suo ingresso, al suono di una solenne marcia, assiso sul baldacchino e preceduto dal corteo dei dignitari. A un cenno del sovrano, l’usignolo si esibisce destando l’ammirazione generale e soprattutto delle frivole dame, che tentano goffamente di imitarne l’abilità per mettersi in mostra. L’usignolo, di suo, si dichiara già abbastanza ricompensato dalle lacrime di commozione dell’imperatore. Entrano anche i messi dell’imperatore del Giappone, che ha inviato in dono al sovrano vicino un usignolo meccanico. Mentre si esibisce la macchina, il vero usignolo scompare senza farsi notare. Offeso dalla sua fuga, l’imperatore lo bandisce dal regno.

Atto terzo.

In una notte di luna, l’imperatore giace a letto gravemente ammalato: la Morte già gli sta vicino. L’imperatore, spaventato dagli spettri del suo passato, chiede a gran voce della musica; l’usignolo accorre per confortare l’imperatore morente con il suo canto, che desta meraviglia persino nella Morte. Essa insiste per ascoltare ancora la voce dell’uccellino, ma in cambio questi le chiede di restituire la corona e la spada all’imperatore. L’imperatore dunque guarisce, e vorrebbe tenere vicino a sé l’usignolo, come se fosse il più alto dei dignitari. Ma l’usignolo declina gentilmente come aveva fatto in precedenza, promettendo però di tornare tutte le notti a cantare per lui. Al mattino i cortigiani rimangono stupefatti vedendo il sovrano perfettamente sano, mentre la voce del pescatore commenta in lontananza il canto degli uccelli: «Ascoltateli: con la loro voce vi parla lo spirito del cielo».

Guida all'ascolto (nota 1)

«Le rossignol prova forse soltanto che avevo ragione nel comporre balletti mentre non ero ancora pronto per scrivere un’opera, nonostante ne esistesse già qualche germe come nell’idea del duetto maschile (tra il ciambellano e il bonzo), che avrei sviluppato in seguito in Renard, Oedipus, nel Canticum sacrum e in Threni e la figura in sedicesimi dell’interludio del pescatore alla fine del primo atto, che è puro Baiser de la fée». Con queste parole l’anziano Stravinskij giudicò, con un pizzico di civetteria, la sua prima opera, che fu composta interamente in Russia tra il 1907 e il ’14. In realtà, dopo aver finito il primo atto nel 1908, Stravinskij riprese in mano il libretto solo nel ’13 in vista di una rappresentazione al Teatro Libero di Mosca, che però non ebbe luogo a causa del fallimento del teatro stesso. La ‘prima’ dell’opera a Parigi, dopo quanto era successo per il Sacre du printemps, – ricorda Stravinskij – «fu un insuccesso, solo nel senso che non riuscì a creare uno scandalo». L’idea dell’opera nacque dunque in un periodo in cui il giovane Stravinskij gravitava ancora nell’orbita del maestro Rimskij-Korsakov, al cui modello di fiaba operistica va evidentemente riferita anche la scelta del soggetto. Stravinskij, assieme all’amico Matusov, elaborò infatti una delle più note ‘fiabe artistiche’ di Andersen, mantenendo sostanzialmente intatta la struttura drammaturgica già delineata nel racconto.

Al contrario di ciò che accade nella favola di Andersen, in cui la semplicità del canto dell’usignolo si contrappone all’artificioso fasto della corte, nell’opera di Stravinskij la drammaturgia musicale appare rovesciata: è la prodigiosa abilità belcantistica dell’usignolo a stagliarsi sullo sfondo del registro basso o popolaresco dell’ambiente che lo circonda. L’effetto di sorpresa, che in Andersen è provocato dall’ingresso del ‘naturale’ canto dell’usignolo in un ambiente ormai totalmente artificioso, viene raggiunto invece in Stravinskij dal carattere ‘meraviglioso’, non comune, della voce dell’usignolo, che solo nella finzione teatrale è frutto di ingenuo talento. In realtà le parti più ‘rozze’ della musica sono proprio quelle riservate a raffigurare l’ambiente pomposo della corte imperiale. Questa opposta prospettiva drammaturgica si presta particolarmente bene a una trasposizione musicale, si intende per consentire il dispiegarsi dell’elegante virtuosismo vocale della protagonista, che ha il suo momento culminante nella canzone del secondo atto (“Ah, joie, emplis mon coeur”). A questo si contrappone lo stile popolare ruvido ma sincero della giovane cuoca, la vuota pomposità del ciambellano e l’accento persino comico del bonzo, con il suo continuo intercalare «Tsing-Pé!».

L’insegnamento di Rimskij-Korsakov è certamente avvertibile in Rossignol, in particolare nell’estatico canto iniziale del pescatore (“Porté au vent, tombant au loin”) o nella simbologia negativa legata all’uccello meccanico, genialmente rappresentato con un assolo di oboe. Tuttavia la personalità di Stravinskij è qui già sviluppata a sufficienza per permettere di disseccare il retaggio del debussismo e dell’operismo russo della sua formazione nello stile asciutto e a tratti tagliente dei cinquanta minuti dell’opera. Certe angolosità del ritmo e certi timbri strumentali hanno un sapore cubista, così come l’intonazione qua e là un ‘selvaggia’ dell’espressione popolaresca prefigura il piglio fauve delle Noces. Quest’opera di transizione indica come il linguaggio successivo di Stravinskij si sviluppi in realtà dalla maturazione di germogli contenuti nelle stesse radici russe del suo stile.

Oreste Bossini


(1) Dizionario dell'Opera 2008, a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze

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Ultimo aggiornamento 8 gennaio 2017
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